Angela Ghinato

Angela Ghinato

Ferrarese, laureata nel 1984 con una tesi di storia estense premiata con borsa di studio da “Soroptimist International” (1985), dopo aver insegnato in istituti di istruzione secondaria e collaborato con l’Università di Ferrara prima quale coordinatore didattico e responsabile della progettazione (con Anna Quarzi) per il diploma di perfezionamento in “Didattica della storia” (2000-2001), poi quale docente nell’area beni culturali (2003-2005), è free lance nel campo della ricerca storica. Si occupa inoltre di ricerca d’archivio e di editoria specializzata. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni su temi riguardanti il Ferrarese; collabora con diverse case editrici e con istituzioni culturali; svolge lezioni sulla storia e lo sviluppo del territorio presso scuole e corsi di formazione professionale; collabora con un’associazione che progetta e realizza percorsi didattici sul territorio e nei musei ferraresi. Per due volte (1999 e 2007) ha vinto il premio “Francesco Ravelli” bandito dal Comune di Ficarolo (Rovigo) per ricerche storiche sul territorio della Transpadana ferrarese (Piccole storie di antiche terre. Appunti storici e spunti di ricerca tra XVI e XIX secolo, in Transpadana ferrarese. Terre e genti di confine, Ferrara, Comunicarte, 2000; La “villeggiatura” di Ficarolo in un inventario del 5 aprile 1892, in Villa e villeggianti, Rovigo, Minelliana, 2009).

Tra le pubblicazioni, alcune delle più importanti: Frammenti di storia. Terre bondenesi nelle carte dell’Archivio Giglioli, in Studi di storia civile bondenese, «Atti e Memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di Storia Patria, s. iv, vol. xiv (1997); Terre, acque, uomini e case tra xvi e xix secolo, in Migliaro e Migliarino. Un millennio di storia in comune (Ferrara, Cartografica, 2000); La villa del Verginese: da casa a castello”, in Il Verginese: progetto per un’identità ritrovata, a cura di Anna Maria Visser Travagli (Comune di Portomaggiore, 2000); L’Archivio di Casa Giglioli, presentato da Gianni Venturi (Ferrara, Istituto di Studi Rinascimentali, 2001); Le terre di Bondeno nelle carte dei periti agrimensori ferraresi. Repertorio commentato delle perizie da Bartolomeo Coletta a Giuseppe Maestri - 1853-1890 (Comune di Bondeno - Archivio di Stato di Ferrara, Cartografica, 2002); L’istituzione del Dipartimento del Basso Po. Storia, memoria e uomini, in Terra di Provincia. Uomini Donne Memorie Figure, a cura di Delfina Tromboni (Ferrara, 2003); Parlano le carte dell’Archivio: “microstorie” tra donazioni, legati ed eredità, in Alfredo Santini, Etica Banca Territorio. L’Archivio del Monte di Pietà di Ferrara (Milano, Federico Motta, 2005); Ferrara e il pane. Un viaggio lungo settecento anni (Bologna, Atlante, 2007); Il tempo e la gente nei documenti. Fonti e storia per Argenta e il suo territorio, in Catalogo generale del Museo Civico di Argenta (Ferrara, Este Edition, 2008); Il paesaggio, le emergenze, i borghi, la gente: percorsi sul territorio storico, in Gente di terra e di acque. Il Comune di Formignana nel Centenario della fondazione (1909-2009), a cura di Delfina Tromboni (Ferrara, Nuove Carte, 2009); Storie di uomini coraggiosi. 1860: l’Italia da fare (con Fabio Passarotto; Ferrara, Este Edition, 2010).

È socio effettivo della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, socio onorario della “Ferrariæ Decus”.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:57

I centri urbani: Comacchio

La storia del territorio e della città di Comacchio tra Ottocento e Novecento coincide con una generale e progressiva trasformazione, una storia che vede agli inizi del XX secolo il compimento di opere pensate, studiate e avviate nel secolo precedente, una storia legata alle valli e alla loro gestione.

Il generale Bonaparte prese possesso del territorio nel 1797, affidandolo al commissario Brusoix: la ribellione dei cittadini che con ragione ritenevano le valli la più grande ricchezza della loro terra, portò alla firma del Rogito Giletti (12 luglio 1797) con il quale la Repubblica francese vendette le valli alla comunità. Fu solo il primo atto di una lunga serie di vicende, sempre legate alle distese vallive che, tra l’altro, avrebbero visto affiorare la necropoli di Spina dal prosciugamento di Valle Trebba nel primo dopoguerra e che sarebbero state testimoni nel 1849 dell’avventuroso sbarco del generale Garibaldi a Magnavacca (Portogaribaldi dal 1919).

In età napoleonica Comacchio era un “Comune di 1a Classe”, capoluogo del secondo Distretto che nel 1802 comprendeva Campolungo, Lagosanto, Ostellato, Vaccolino, Sant’Alberto alla sinistra del Primaro, San Zagno. Era una realtà insulare, senza collegamenti rotabili con la terraferma, raggiungibile solo con natanti attraverso le quattro porte di accesso: quella del Carmine a nord, verso Valle Isola; la Trepponti a sud, in corrispondenza dell’omonimo ponte sul canale navigabile voluto dal cardinale Giovanni Battista Pallotta per mettere in comunicazione Comacchio con il mare e con il porto di Magnavacca; la porta di San Pietro sul canale Rillo, verso le valli meridionali; quella dei Cappuccini a ovest, sull’altro ramo del canale Pallotta che si dirigeva verso Valle Ponti e verso le valli di Ostellato. La fortezza dell’ex convento di Sant’Agostino, bastionata e attorniata da canali, chiudeva a est. La cartografia storica tramanda questa immagine di Comacchio, immersa in una faticosa convivenza di appezzamenti coltivati nelle “valli zappative”, di valli di alghe e di canne, di valli da pesca, stagni, boschi, saline, “monti di arena” (paleodune costiere), casoni dei vallanti quasi incastonati nell’infinito della laguna. Tra i difficili, se non impossibili, collegamenti viari rimaneva l’ancora importante strada Romea. Questo si legge nella Carta napoleonica del Dipartimento del Basso Po redatta dai tecnici militari del Deposito della Guerra di Milano tra il 1812 e il 1814.

I veloci programmi del nuovo corso diedero luogo a lavori pubblici rivolti al risanamento urbano tra il 1803 e il 1805; più tardi anche il progetto per la costruzione di un macello, nel 1811. Nell’ambito della riorganizzazione delle attività portuali, poi, nel 1808 Comacchio divenne capoluogo di uno dei sindacati marittimi del litorale: era il “la” per il grande progetto di uscita dall’isolamento, l’apertura della città oltre la laguna. Si pensò subito a un porto attrezzato individuandone il sito tra Magnavacca e la foce del Po di Volano, ma il disegno dell’impresa rimase sul tavolo dell’ing. Louis Bruyère insieme al progetto di una sana “città nuova” costruita attorno a una piazza quadrata centrale, con lunghe strade porticate a definirne il perimetro. Un moderno impianto, progettualmente legato al porto mai realizzato, vide la luce con decreto del 6 aprile 1810: la grande salina, creata nella parte più alta delle valli, vicino al mare a sud della Torre Rossa, cinta da un argine per proteggerla dalle acque del Reno e del Po; più avanti, nel 1829, un canale rettilineo la congiungerà al porto di Magnavacca.

Se i grandi progetti “francesi” sfumarono con la caduta del Regno napoleonico, che fece venir meno anche l’esigenza di un nuovo porto sull’Adriatico, rimaneva la necessità di uno scalo commerciale: si percorse allora la strada del miglioramento dell’antico porto di Magnavacca, citato nei documenti fin dai primi decenni del Trecento, consolidato e fortificato nelle età estense e legatizia, quando fu costruito anche il canale Pallotta (1638) che lo metteva in diretta comunicazione con la laguna, finendo drittofilo al Trepponti. I lavori di potenziamento si susseguirono tra il 1823 e il 1865, e nell’anno successivo il porto passava dalla gestione del Genio della Provincia di Ferrara all’amministrazione comunale della città lagunare.

Sempre chiusa tra le valli e il Reno a sud, con grossi problemi all’economia dato che la pesca si era fatta più difficoltosa a seguito dell’immissione di nuovi scoli nella Valle del Mezzano, Comacchio era stremata dalla povertà, soffocata da una miriade di progetti riguardanti la sistemazione stradale e quella idraulica ancora più complessa, spenta nei problemi che affollavano i tavoli delle discussioni alla ricerca di soluzioni fattibili.

Per tutto l’Ottocento il profilo di Comacchio rimase tale sia nella maglia urbana interna, sia nei suoi confini: attraversata dalla lunga strada che ancora oggi unisce i poli ovest (Santa Maria in Aula Regia) ed est (Sant’Agostino) valicando i canali dalle sponde transitabili, percorsa da ponti, fitta di case dagli “usci senza porte” in fila sui vicoli-corridoi che univano la strada principale ai canali retrostanti confinanti con le valli. È ancora un’isola nella Pianta della Città di Comacchio disegnata da Nicola Cavalieri San Bertolo nel 1817, segnata da alcune architetture realizzate in età pontificia, come il settecentesco fabbricato dell’ospedale San Camillo – utilizzato nel periodo napoleonico come alloggiamento delle truppe e ospedale militare, poi come ricevitoria di Finanza del Distretto –, da edifici religiosi e dal lungo loggiato dei Cappuccini, dalla Capitaneria di Porto, le prigioni, il cimitero, il mercato del pesce, il teatro Feletti, il palazzo dell’Appalto (Azienda Valli Comunali).

Nel XIX secolo gli interventi edilizi – senza dimenticare la continua manutenzione di ponti e canali – interessarono in particolare l’area della Cattedrale e la via delle Stimmate con il compimento della strada sul retro della chiesa del Rosario, il restauro di qualche palazzo privato, la ristrutturazione di edifici pubblici nell’ottica del decoro cittadino. Tra questi, il consolidamento e la ricostruzione della torre dell’Orologio, dotata prima di una meridiana (1850) poi di un orologio meccanico (1872); i lavori alla loggia del Grano, il cui pavimento fu lastricato in pietra (1843) e i rilevanti restauri alla Pescheria (1887); la probabile realizzazione, nella prima metà del secolo, della facciata del palazzo vescovile sulla via Marchesana (ora via Edgardo Fogli). Si mise parzialmente mano anche alle chiese, di proprietà demaniale in età napoleonica, perlopiù chiuse e destinate ad usi impropri (le chiese di San Carlo e di San Nicolò ospitavano alloggiamenti militari e magazzini) o in seguito demolite (San Pietro martire alla Catena). L’ex convento di Sant’Agostino, limite orientale dell’abitato, era già stato trasformato in fortezza militare dagli austriaci e “recuperato” in questo senso dai francesi: lo stato rovinoso in cui si trovava suggerì interventi d’urgenza, mentre la chiesa dei Santi Agostino e Mauro fu definitivamente chiusa nel 1831. Numerosi lavori edilizi lungo tutto il secolo interessarono anche le chiese del Carmine e di Santa Maria in Aula Regia, il cui convento era già stato colpito da tre soppressioni tra il 1798 e il 1818 e ancora in età post-unitaria , nel 1866, quando terreni, chiesa, ambienti e arredi vennero ceduti al Municipio, lasciando il santuario aperto al culto e convertendo il convento prima a ospizio per anziani poi a fabbrica di fiammiferi; la chiesa fu infine restaurata nel 1900 e il santuario riconsacrato nel 1923.

Secondo una sconfortante bozza di relazione diretta al sindaco dall’ingegnere comunale Rabbi nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, era necessario pensare a opere di igiene pubblica, a interventi nei luoghi dove ristagnavano le acque; alle fognature per la raccolta sia delle acque pluviali, sia degli acquai delle case; alla costruzione di latrine pubbliche (alcune zone erano, secondo il tecnico, «depositi di concime umano, misto ad immondezze d’ogni sorta»); al risanamento delle case i cui proprietari erano «poveri, tanto poveri»; alla costruzione di nuovi alloggi... ma lo sviluppo edilizio sarebbe dovuto andare «di pari passo col miglioramento economico» che tardava.

Con la prospettiva di togliere gradualmente Comacchio dall’isolamento, si affiancarono alle “strade liquide” quelle carrabili e ferroviarie. La via Marina, strada per Magnavacca che unì la città al mare, fu realizzata nel 1821 e in seguito ebbe un proprio ingresso nel ponte delle Caselle (sul ramo sud del canale Sant’Agostino) con la costruzione di un’altra strada, quella oggi dedicata a Nino Bonnet; di un primo tronco di strada provinciale Ferrara-Comacchio, con uscita a Ferrara presso la porta di San Giorgio, si ha notizia dal 1824; attorno al 1840 si conclusero i lavori di raccordo verso ovest, con arrivo a Ostellato. Nel 1908 fu siglato l’accordo per la costruzione della ferrovia da Ostellato a Magnavacca Marittima, con fermate a Gallare, San Giovanni e Comacchio: fu conclusa e collaudata il 13 agosto 1913, non senza forti rimostranze da parte di chi viveva commerciando via acqua.

Conseguenza delle opere di collegamento carrabile fu la pesante operazione sull’assetto interno della città e al suo sistema di ponti, il cui numero venne dimezzato rispetto agli inizi del secolo: scomparvero, tra gli altri, i ponti dei Cappuccini e di Sant’Agostino eliminando i rispettivi canali, fu trasformato in cavalcavia il ponte Salvaterra, venne demolito il ponte del Duomo (1840), fu spianato e ridotto a “calessabile” il ponte di Piazza (1858). Si salvò il ponte degli Sbirri per mancanza di fondi destinati allo smantellamento già richiesto (1875), mentre il Trepponti era già stato sottoposto a manutenzione (1823) per eliminare le muraglie merlate aggiunte dagli austriaci. Lo sconvolgimento territoriale trovò compimento nel secolo successivo, anche a seguito delle bonifiche delle Valli settentrionali intraprese tra il 1873 e il 1878, lasciando comunque sul territorio importanti tracce come la Salina o Valle Bertuzzi con i loro opifici, oltre a qualche casone di valle.

Se il quadro del territorio e della città risulta desolante nella citata relazione dell’ing. Rabbi, bisogna ricordare, nell’assenza di una classe nobiliare, la rilevanza sociale dei “fabbricatori”, una ristretta cerchia concessionaria dell’attività di trasformazione e conservazione del pesce. Le loro abitazioni ne riflettevano l’agiatezza e la tranquillità economica, senza sconfinare nel lusso. Tranne una, quella di Luigi Bellini, che ancora oggi si affaccia imponente sulla via Agatopisto di fronte all’antico ospedale San Camillo. Negli ultimi anni dell’Ottocento Bellini investì i guadagni provenienti dalle attività vallive in un grande stabilimento di lavorazione del pesce, cui affiancò un palazzo su due piani vicino allo snodo viario del Trepponti. “Casa e bottega”, per l’imprenditore, con abitazione ricca di decorazioni al piano nobile, al piano terra lo studio e i locali da visita, nella grande corte un giardino e magazzini, ambienti per la cottura, locali destinati alla produzione di aceto per la marinatura, fabbricati di servizio, attracchi per le barche, un mulino a vapore.

I primi anni del Novecento videro poi la profonda trasformazione dell’area tra il loggiato dei Cappuccini e il canale Lombardo, ceduta nel 1905 dal Comune alla società “Bonaiuto Vitali e C.” che vi realizzò un centro per la trasformazione e il commercio del pesce. Nei pressi, l’ex chiesa di San Pietro, in stato di abbandono da più di un quarantennio, nello stesso anno veniva ceduta dal Comune a Salvaterra Bignozzi, che la convertì in mulino.

Nasceva così una zona industriale, un altro passo verso l’uscita dall’isolamento di una città cresciuta nella valle inseguendo il progresso.

AG, 2011

Bibliografia

Serafina Cernuschi Salkoff, La città senza tempo. Studio socio-antropologico di Comacchio e le sue valli, Bologna, il Mulino, 1981; Diego Maestri, Comacchio e l’Isola pomposiana, Roma, Il Bibliofilo, 1983; Una carta ferrarese del 1814, a cura di Stefano Pezzoli e Sergio Venturi, Milano, Amilcare Pizzi, 1987; Francesco Ceccarelli, Fabrizio Fiocchi, Forma urbana e rappresentazione della città di Comacchio nella cartografia storica tra Seicento e Ottocento, in Il Parco del Delta del Po. Studi e immagini, vol. 3. L’ambiente come laboratorio, a cura di Carlo Bassi, Carla Di Francesco, Pier Giorgio Massaretti, Ferrara, Spazio Libri, 1990, pp. 21-38; Aniello Zamboni, Comacchio: nascita della nuova città (1598-1950), in Guida tematica di Ferrara e provincia, Milano, Silvana Editoriale, 1995; Maria Teresa Borgato, Progetti “in grande” e innovazioni nella Comacchio napoleonica, in Storia di Comacchio nell’età contemporanea, Ferrara, Este Edition, 2005, II, pp. 218-257; Andrea Alberti, «... per farsi isola tra terre e case». Architetture e territorio (1800-1960), ivi, pp. 320-367 (con importante documentazione archivistica citata e trascritta in nota).

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:57

Codigoro

Compreso nel Dipartimento del Basso Volano dal 1802, il territorio di Codigoro fu inserito nel secondo Cantone del secondo Distretto del Regno d’Italia napoleonico a seguito della nuova ripartizione amministrativa del 1805 che modificava i confini. Un paesaggio di valli, terre di frontiera dove era diffusa la piaga del brigantaggio, che pare avesse il suo quartier generale a Taglio di Po. Gli esiti del Congresso di Vienna (1815) che, tra le altre cose, fissarono nel Po il confine tra lo Stato pontificio e il Lombardo-Veneto, fecero di Codigoro (Co’ di Goro, alla testa del fiume Goro) l’approdo o il punto di partenza di quanti transitavano da uno Stato all’altro per i più diversi motivi. La siccità, una grave epidemia di peste (1816), il sempre presente rischio di malaria minacciavano costantemente la vita del centro, ravvivata da qualche radicato passatempo: il “tamburino”, per esempio, pericoloso gioco di strada che consisteva nel lancio di palle di piombo, proibito nel 1831 e presto sostituito dal gioco del pallone in piazza (autorizzato dal Comune), dove era d’obbligo coprire il Palazzo Comunale con le “grisole” per evitare danni.

Le case di canne, fango e un po’ di malta, dagli anni Venti-Trenta dell’Ottocento vennero via via sostituite da case in muratura, mentre la strada della piazza principale – «di sabbia mista a cementi di mattoni, non avente quasi nessun pendio» – nel 1839 fu selciata con ciottoli provenienti da Rimini. Nel 1857, su progetto dell’ingegnere Angelo Borsari, venne costruito il ricovero e furono sistemate le scuole elementari nell’edificio che prima ospitava la Pretura.

La grande paura per un territorio che cercava faticosamente il proprio spazio tra le acque prendeva il nome di “rotta”, e quella del Po a Guarda Ferrarese del 29 maggio 1872 fu disastrosa. Mentre il sindaco di Codigoro Francesco Gallottini partiva verso Mezzogoro e la rotta, in paese ci si organizzava per fronteggiare la situazione: uomini con carriole e badili si radunarono al «chiavichino immittente alla Malea», dove tentarono di costruire un argine per impedire l’allagamento del paese. Ma le acque avanzarono e nei giorni 1-2 giugno investirono Mezzogoro, per poi spingersi verso il Bosco e Pomposa e da lì al mare, atterrando alberi e danneggiando campi. Gli abitanti di quei luoghi si riversarono a Codigoro, mentre alcune barche comacchiesi portavano soccorso agli abitanti isolati nelle zone alluvionate. Nonostante gli argini costruiti, anche la periferia di Codigoro venne allagata e molte famiglie furono costrette ad allontanarsi. Il 16 giugno le acque presero la via del mare, lasciando una scia di enormi danni, acque stagnanti e morìa di pesce, tanto da far temere un’epidemia.

Oltre a liberare il territorio dalle acque e dalla miseria, la bonifica portò lavoro, sviluppo e arrivo di famiglie da regioni vicine. Codigoro si trovò al centro delle terre interessate dalla seconda Grande Bonificazione, con il prosciugamento di oltre 56.000 ettari di paludi. Pioniere del risanamento era stato già dal 1854 il conte ferrarese Francesco Aventi, che con mezzi meccanici aveva tentato, senza successo, la bonifica della tenuta “Garbina” (tra Mezzogoro e Ariano) e della valle “Malea” di Codigoro, proprietà del barone Aldo Baratelli («Gazzetta di Ferrara», 5 giugno 1857).

Nel 1874 la ciminiera della nuova idrovora cominciò a fumare e le grandi pompe mosse dal vapore iniziarono a scaricare nel Volano un’enorme massa di acque proveniente dai canali di scolo della Grande Bonificazione Ferrarese. Il fondo delle vaste paludi che si stendevano dal Volano a Po Grande cominciò a trasformarsi in terra arabile. Anche grazie all’intervento finanziario dello Stato reso possibile dalla legge Baccarini (1882), i complessi lavori della bonifica diedero i risultati sperati dopo anni di prove disordinate e di appoderamenti mancati. Fu una festa grande per il paese la visita del ministro Alfredo Baccarini, il 7 settembre 1878. Partito da Ferrara il mattino presto con un convoglio di dieci carrozze, dopo un cambio di cavalli e una sosta a Migliarino, intorno alle 11:30 raggiunse Codigoro, dove salì su un «vaporino» che rimorchiava due barconi addobbati per gli invitati. La comitiva si inoltrò lungo il Volano per raggiungere il ponte dove iniziava un nuovo canale di bonifica e procedere all’inaugurazione con il taglio di un «cordino di seta rossa» sospeso tra le due sponde. In segno di riconoscenza verso il ministro, il tronco del Volano che dal borgo del Capitello porta alla Salghea prese il nome di “diversivo Baccarini”.

Era il tempo degli scariolanti, storici protagonisti delle vicende del Delta del Po, lavoratori ferraresi, mantovani, romagnoli e rodigini che con le loro carriole trasportarono, voltarono e rivoltarono enormi quantità di terra nel faticoso lavoro di scavo e di arginatura dei canali della bonifica, grazie alla quale Codigoro conobbe un notevole sviluppo edilizio: dalla costruzione del palazzo della Pretura (1861) e del ponte girevole sul Volano (1879), alla sistemazione della via Pomposa e della via Savonarola (oggi via XX Settembre) con marciapiedi di sasso di Monselice, ciottolato e fognatura; dall’illuminazione delle strade del centro con fanali a petrolio (1884) alla costruzione dei nuovi cimiteri di Mezzogoro e di Codigoro (1885) sulla via per Pomposa; dall’apertura del teatro Telloli (1887) all’edificazione delle scuole elementari a Codigoro e a Pomposa (1889-1890). Nel 1888 era stata prospettata l’idea di aprire una strada di circonvallazione che, partendo dal caseggiato “Aquilone” (attuale via XX Settembre) costeggiasse il Volano fino all’odierno ponte nuovo, secondo il piano dell’ingegnere ferrarese Pio Massimo Aleotti, coinvolto nella maggior parte dei progetti urbanistici; l’idea della circonvallazione rimase però tale, lasciandone il ricordo nel nome di un tratto di strada prospiciente il Volano.

L’antico Palazzo del Vescovo, di matrice veneta, dominava il centro di Codigoro, silenzioso testimone della vita del paese. Il tessuto territoriale era costellato di oratorî, come provano le relazioni della visita pastorale portata nel 1857: quello di Sant’Antonio in piazza versava in pessimo stato, probabilmente venne abbattuto quando fu costruito il palazzo della Pretura (1861); quello del Capitello (all’incrocio tra via Prove e via Capitello) venne atterrato, forse nel 1915: i mattoni servirono per le fondazioni dell’asilo del Rosario; l’oratorio della Tagliata, presso Marozzo, detto “oratorio del fosso”; l’oratorio Beltramini (via Roma), «di recentissima costruzione» nel 1857, chiuso verso il 1900 e in seguito atterrato. La chiesa di Volano nel 1853 aveva bisogno di numerosi lavori, tra i quali la riparazione del tetto e il rifacimento dell’intonaco ai corrosi muri esterni, mentre necessitava di un rialzamento la strada che conduceva all’edificio religioso. A Codigoro, l’antica chiesa di San Martino, chiusa per motivi di staticità nel 1902, fu abbattuta nel 1917 per – si disse – allargare la piazza: si salvarono il campanile e il presbiterio, trasformato poi in magazzino detto “piazza dei sei busi”; la chiesa del Rosario, risalente al XVI secolo, venne affidata alla confraternita del Rosario dopo essere stata abbandonata a seguito delle soppressioni napoleoniche: nel 1816 si demolì il convento e nel 1818 il Comune acquistò il terreno per costruirvi un cimitero, ma la rotta del 1872 sommerse tutta la zona, molto bassa, e le acque vi stagnarono per molti mesi fino a un metro di altezza. E, ancora, bisogna ricordare l’abbazia di Pomposa, da quasi due secoli abbandonata dai monaci e venduta a privati, ad eccezione della chiesa rimasta parrocchia. Una perizia stilata dall’agrimensore Gaetano Frizzi il 30 giugno 1802, in occasione della vendita della tenuta di Pomposa al ravennate Alessandro Guiccioli, restituisce l’immagine di un complesso in decadenza, difficilmente leggibile nelle strutture originarie: il perito descriveva «avanzi dell’antico monastero di Pomposa», tra i quali il dormitorio dei monaci, per esempio, che si presentava come «un gran granaio il pavimento del quale è [...] tutto inuguale perché i solaj che lo sostenevano hanno in varj sitti ceduti...».

La crescita sociale portò alla nascita, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, dell’associazione “Fratellanza artigiana di mutuo soccorso” (1875) avente per scopo il sussidio ai soci in caso di malattia, poi “Società Cooperativa fra lavoratori del mandamento” (1884) e dell’associazione “Società Reduci Patrie Battaglie” (1884), oltre al “Circolo Mazzini” (1886) dalla connotazione politica. Nel 1876 furono pubblicati i Regolamenti municipali del Comune di Codigoro, stampati dalla tipografia Sansoni di Comacchio.

Con il progresso arrivarono importanti cambiamenti nel nuovo secolo: la sostituzione (16 gennaio 1901) della diligenza a cavalli con un “trenino” che correva sul tracciato dell’attuale via provinciale e in cinque ore raggiungeva Ferrara; l’installazione di un gruppo elettrogeno a gas di carbone in Riviera Cavallotti, che fece accendere la prima lampada nella via per Ferrara (1901); l’inaugurazione dello stabilimento della Cartiera (1906-1907); la trasformazione dell’“infermeria” in ospedale civile, nella via detta “di giù” poi via Mare (ora Riviera Felice Cavallotti). La “Società Anonima Eridania. Fabbrica di zucchero” (fondata a Genova il 27 febbraio 1899, ma con radici agricole in Emilia Romagna) aveva impiantato a Codigoro il suo primo zuccherificio, dove nel 1899 si era svolta la prima campagna saccarifera.

Al 1905 data la ripresa dell’esecuzione delle opere di bonifica, che prevedevano un programma di lavori complementari come lo scavo di una più ampia rete di canali di scolo e la costruzione di ponti. Questa fase culminò nella realizzazione di un nuovo impianto a quota più bassa (l’idrovoro “acque basse”), inaugurato il 16 giugno 1910 dal re Vittorio Emanuele III. Ancora un’indimenticabile festa nelle parole di un testimone, cronista della «Gazzetta Ferrarese»: «Sul mezzogiorno tutto il movimento dell’intera plaga sud-est della nostra provincia certamente doveva essere incanalato verso il capoluogo: giacché la folla affluiva da ogni parte nei punti centrali e le vetture si succedevano e le automobili passavano ad ogni minuto rombando ed asfissiando. Fare colazione; ecco l’impresa ardua che s’affacciava ieri a chi, trovandosi a Codigoro, non avesse prima preso qualche disposizione preventiva. Verso le 12.15 mi sono trovato con un gruppo di amici all’“Italia”, uno dei primi alberghi di Codigoro…». All’annuncio dell’arrivo del re, verso le 16, autorità e invitati si sistemarono presso l’ingresso centrale dello stabilimento, in attesa delle note della Marcia Reale. Finita la cerimonia, il corteo mosse verso Cologna Ferrarese, Copparo e Ferrara attraverso la via Reale (ora via Le Venezie). I grandi lavori non erano però ancora ultimati, perché in alcune zone lo scolo non era completamente assicurato e, inoltre, l’abbassamento delle acque provocava l’isterilimento delle parti più alte delle dune sabbiose di Ponte Maodino, Pontelangorino, Pomposa, Italba e Massenzatica. Nel 1913 (e, ancora, nel 1922) il Consorzio di Bonifica ottenne dallo Stato nuovi finanziamenti per rimediare alle situazioni ancora in bilico, costruendo piccoli impianti idrovori autonomi nelle località Campello, Galavrone, Salghea, Pomposa.

Sentinella del territorio rimaneva la torre di guardia a difesa del porto di Volano, nota come Torre della Finanza, riedificata dopo una forte burrasca nel 1729 e impiegata come caserma della Guardia di Finanza agli inizi del Novecento.

AG, 2011

Bibliografia

Piero Viganò, Codigoro. Cenni storici, Bologna, Scuola Grafica Salesiana, 19712; Codigoro ieri. Immagini fotografiche dai primi del secolo agli anni ’60, catalogo della mostra (Codigoro, Palazzo del Vescovo, 7-27 settembre 1991), Comune di Codigoro, 1991; Pomposa. Storia Arte Architettura, a cura di Antonio Samaritani, Carla Di Francesco, Ferrara, Corbo, 1999; Cenni storici nel sito on-line del Comune di Codigoro (aggiornato all’11 aprile 2011).

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:39

Acqua a Ferrara

Al Po, alle sue acque, ai suoi capricci sono legati la nascita e lo sviluppo di Ferrara. I documenti più antichi raccontano di pozzi pubblici e privati, di andronelle (fogne a cielo aperto), di pellacani (conciatori) ai quali era proibito lavare le pelli nel fossato lungo le mura della città, di guazzaduri per i cavalli, di brentadori che trasportavano l’acqua dal fiume, di fontane, di norme igieniche a disciplina delle acque in città e nel suburbio.

Un acceso dibattito tra medici, nel XVIII secolo, portò alla ribalta l’acqua da bere, l’acqua del Po: chi diceva che se ne abusava nell’ordinarla ai pazienti a scopo curativo, chi la elogiava per le indiscusse qualità, chi sosteneva che il fiume era una cloaca. Risale proprio all’Ottocento la discussione su basi scientifiche, analizzando chimicamente le acque delle cisterne del palazzo Paradiso, del Castello e del convento dei Cappuccini: erano dure e insalubri a causa del solfato di calcio contenuto in forte quantità. Nel 1862 il Comune aveva terminato la bonifica delle fosse della città, interrato il canale Panfilio, completato un sistema di scoli per le acque cittadine verso un’idrovora a vapore posizionata a Baura. Rimanevano i privati. Per migliorarne le condizioni fu nominata una commissione di ingegneri e medici che visitasse le case della città rilevando difetti ai muri, alle corti interne, ai pozzi neri e di acqua viva, a latrine, stalle, acquai e letamai. Nel suo Rapporto, Leopoldo Passega annotava il controllo di 3.004 edifici; 533 dei 3.652 pozzi ad uso domestico esistenti avevano acqua non potabile, mentre solo 60 case non avevano il pozzo. L’insalubrità derivava principalmente dalla mancata cura degli espurghi. In tutta la città c’erano 129 cisterne, e in parecchie abitazioni – specialmente nel ghetto ebraico – i depositi presentavano acque migliori, ubicati però non sempre in luoghi favorevoli. Il perito aveva trovato 2.414 acquai, 720 dei quali inappropriati, ma duemila famiglie ne erano sprovviste, così come molte case non avevano la latrina e molte stalle non avevano il letamaio. Nel 1866 il Consiglio provinciale riferiva al Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio che i pozzi di Ferrara erano costruiti male, poco profondi, scavati per comodità vicino a pozzi neri e a letamai. Nella seduta del Consiglio comunale del 12 marzo 1872 Antonio Nicolini sottolineava la necessità di acqua potabile e igiene pubblica, problemi per i quali erano già pronti i piani di intervento, ma mancavano i mezzi finanziari. Si tornava a discutere sull’assoluto, urgente bisogno di un acquedotto, ma ancora non si sapeva dove prendere l’acqua e come farla arrivare in città. Coinvolta nel problema, la stampa locale pubblicava numerosi articoli, alcuni contenenti anche proposte per la fornitura dell’acqua alla città. In un intervento sulla «Gazzetta Ferrarese» del 18 ottobre 1872, l’articolista passava in rassegna i fiumi che avrebbero potuto dare l’acqua a Ferrara: il Po, il Reno e il Panaro potevano fornire acqua per uso domestico ma non potabile, perché rimaneva torbida e limacciosa anche se filtrata; il Poatello – continuazione del Canale di Cento – presentava alla vista acqua limpida proveniente da Castelfranco, ma durante il percorso si caricava di impurità, sia per la lunghezza del tragitto, sia per la decomposizione di materie organiche, in quanto, passando per San Giovanni in Persiceto e per Cento, lambiva pozzi neri e riceveva acque di scarico da officine, caseggiati e maceri. La proposta era: meglio andare a prendere l’acqua alle origini, dove era pura, e portarla a Ferrara da Castelfranco Emilia. Da questo momento in avanti si susseguirono le proposte e i suggerimenti come quello avanzato dall’ingegnere Graziadio Neppi che scriveva sullo «Svegliarino» (1873) le sue osservazioni circa il livello di potabilità dell’acqua, sui pozzi, sui costi troppo alti, sul fabbisogno per abitante, temendo inoltre che i fontanili di Castelfranco potessero non sostenere una resa costante e sufficiente. Le rovinose rotte del Po a Guarda e a Revere e le relative sommersioni, rispettivamente, del Polesine di San Giovanni e del Bondenese distrassero in qualche modo l’attenzione dal problema, dovendone affrontare altri più gravi, ma nel 1878 il Genio Militare di Bologna e la Giunta comunale concordarono lo stanziamento di un reggimento di artiglieria da campagna a Ferrara in San Guglielmo (tratto finale verso corso Giovecca dell’attuale via Palestro) e nel Quartierone (palazzo Mosti, angolo tra il corso Porta Mare e il secondo tronco dell’attuale corso Ercole I d’Este). La convenzione prevedeva il rifornimento di acqua potabile alla caserma di San Guglielmo prelevandola dal condotto che dal Canale di Cento portava l’acqua alla fossa del Castello: la spesa prevista era di 13.000 lire per lavori da fare su progetti sviluppati dall’ufficio tecnico. Nell’immediato non si fece nulla, così nel 1879 il Genio fece fretta al Comune, che si rivolse a privati, prendendo in considerazione i progetti delle ditte Ghilardi di Bergamo e Galopin Süe Iacob di Savona, che venne accettato: una presa d’acqua in via della Luna, filtri di ghiaia e sabbia e impiego di una pompa aspirante-premente con sollevamento fino a 6 metri e mezzo, azionata da una macchina a vapore da installare in un edificio comunale nei pressi; portata con tubature di ghisa per via delle Pecore (lato sud dell’attuale piazza della Repubblica) e per altre strade fino a San Guglielmo. Collaudato il 31 gennaio 1880, l’impianto entrò in esercizio nel giugno seguente e continuò fino al dicembre 1889, quando venne sostituito dalla rete del nuovo acquedotto. Ancora nel 1880 la stampa locale richiamava l’attenzione sulla derivazione dell’acqua, contrastando chi sosteneva che non ce n’era bisogno, dal momento che la città era ben dotata di cisterne e pozzi. Dalle pagine della «Gazzetta Ferrarese» del giugno 1881 il professore di meccanica e idraulica all’Università di Bologna Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli) avanzava alcune ipotesi che portarono a un progetto per la fornitura delle acque alle province di Bologna, Ravenna e Ferrara, coinvolgendo anche il forese. Per Ferrara si prevedeva una derivazione dal gruppo di fonti Crabbia di Castelfranco, che raggiungesse Cento e Sant’Agostino e da qui con tre diramazioni principali e altre secondarie (per 320 chilometri di condotte) servire la città e la provincia mettendo capo a Goro, a Volano e a Magnavacca. La conduttura principale sarebbe entrata nel Comune di Ferrara tra Mirabello e Vigarano Mainarda proseguendo lungo la strada per Porotto e Mizzana; entrata in città si sarebbe divisa in due rami: uno percorrente la nuova via Giardini (viale Cavour) e la Giovecca, uscendo a San Giorgio e proseguendo per Comacchio; l’altro avrebbe attraversato la città da Porta Po a Porta Mare proseguendo per Copparo e Goro. Era un piano colossale ma gestito in tale economia da suscitare dubbi sulla sua utilità, tanto che la commissione comunale incaricata, presieduta dal rettore dell’Università prof. Giovanni Martinelli, giudicò inadeguato il progetto per tre motivi: l’insufficiente quantità di acqua portata quotidianamente in città; il percorso delle condutture; il sistema di distribuzione mediante fontanelle o vasche pubbliche dove attingere l’acqua con i secchi (sei punti di rifornimento in città e un centinaio nel forese). Il dibattito continuò attraverso la stampa fino al 1881, mettendo in evidenza forti scontri di opinioni pratiche e tecniche. Al progetto Filopanti si aggiunsero quelli degli ingegneri Zannoni e Vanni – entrambi impostati sulla derivazione di acqua dal Po –, della ditta Poggi di Roma e dell’ing. Astorri ancora di Roma – riferiti alla derivazione dai fontanili di Castelfranco –. Questi erano preferiti anche dalla commissione comunale che discusse il tema, tra progetti aggiornati e variati, preventivi e problemi di concessione, fino al 31 ottobre 1885, data del compromesso con la ditta Luigi Medici di Roma, per la quale era stato presentato un nuovo progetto Vanni. Filopanti, nel frattempo eletto deputato al Parlamento, difendeva il suo programma rallentando i lavori della commissione, rimettendo in discussione la fattibilità di alcuni progetti e inducendo gli interessati a modificare i loro piani. Così fino all’11 aprile 1886, quando fu stipulato il contratto con rogito del notaio Augusto Tamburini, tra il sindaco di Ferrara Anton Francesco Trotti e il marchese ing. Luigi Medici, per la costruzione dell’acquedotto e l’esercizio per 60 anni.

Con decreto reale del 10 aprile 1887 l’opera fu dichiarata di pubblica utilità. Il primo tubo della condotta di 57 chilometri che portava l’acqua da Castelfranco a Ferrara fu posato il 14 giugno 1887. Il percorso terminava nella zona del Montagnone, dove era stato edificato un serbatoio interrato della capacità di 1.054 mc di acqua, con due vasche di accumulo e due camere per le valvole di ingresso e di uscita. L’acqua arrivava nelle case mediante condotte in ghisa (di diametro tra i 50 e i 300 mm) in una rete di 17,5 chilometri; dodici fontanelle erano dislocate in città e quattro nei sobborghi, oltre a una fontana circolare (m 6,20 di diametro) nel «pubblico giardino» del Castello. L’ultimo tronco della condotta venne posato il 22 ottobre 1889 e il 4 novembre successivo l’acqua per la prima volta raggiunse quelle abitazioni dove era stato già installato l’impianto. Il collaudo del 31 maggio 1890 fu positivo: nessuna perdita nelle condutture da Castelfranco a Ferrara. Con un grande manifesto la Giunta municipale e il sindaco conte avv. Carlo Giustiniani invitavano la cittadinanza all’inaugurazione, l’8 giugno 1890, del primo serbatoio di raccolta dell’acqua potabile, l’acquedotto del Montagnone, «un’opera grande e benefica».

AG, 2011

Bibliografia

Leopoldo Passega, Rapporto intorno alla visita delle case di Ferrara eseguita dietro determinazione del Consiglio comunale presa nella sessione di primavera del 1862, Ferrara, Bresciani, 1866; Giacinto Scelsi, Statistica della provincia di Ferrara, Ferrara, Bresciani, 1875; Quirico Filopanti, L’acquedotto ferrarese urbano e rurale, estratto da «Gazzetta Ferrarese», nn. 136-149, giugno 1881; Augusto Calzolari, Le acque dei pozzi di Ferrara e quella dei fontanili di Castelfranco Emilia, Ferrara, Tipografia Sociale, 1888; Elogio dell’acqua che si beve a Ferrara, a cura di Carlo Bassi, Ferrara, ACOSEA - Maurizio Tosi, [1988] (in particolare i saggi di Adriano Franceschini, pp. 15-33; Luigi Pepe, pp. 35-47; Riccardo Resca, pp. 79-82).

Domenica, 20 Marzo 2011 08:19

Ottocento Ferrarese: una storia da scoprire

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Venerdì, 11 Febbraio 2011 14:56

Ottocento ferrarese: una storia da scoprire

Il punto di partenza del progetto “Ottocento ferrarese” è un paradosso storiografico: la città e il territorio hanno giocato un ruolo importante nella storia dell’Italia contemporanea, ma negli ultimi vent’anni sono stati rari - a confronto con altre aree - gli studi e ricerche sulle vicende locali, in particolare sul XIX secolo. Vicende che ebbero anche risvolti europei e persino globali, se si pensa che i ferraresi hanno avuto a lungo gli austriaci alle porte, la canapa della provincia formava vele e cordami delle flotte britanniche, Comacchio esportava anguille in tutto l’Adriatico, l’erede di una famiglia ebraica di Cento divenne primo ministro del Regno Unito, capitali, macchine e tecnici di mezza Europa avviarono una gigantesca opera di bonifica, l’arte e l’urbanistica ferraresi suscitavano l’interesse dei grandi storici dell'epoca.

Senza adeguate risorse non si può supplire alle lacune della ricerca storica. Con un concorso di forze si può tuttavia lavorare a un progetto che fornisca strumenti e informazioni ai ricercatori, agli insegnanti e ai loro studenti, ai cittadini e agli amministratori. Grazie all’ampio accesso alla “rete” si può dar vita a un sito che offra qualche risposta alla diffusa “domanda” di storia. Una “domanda” che non riguarda solo gli eventi politici, istituzionali e militari del Risorgimento propriamente detto, oggi al centro della discussione pubblica, ma una più generale storia della società ferrarese e del suo territorio. Una storia che per questo non deve limitarsi solo a Ferrara o alle classi dirigenti locali, ma dev’essere estesa alla vita delle masse che popolavano la provincia in un passato che, per quanto percepito ormai come “lontano”, è alle origini del nostro presente.

Per “Ferrarese” si intende un’area composita, che ha intensi rapporti con le aree confinanti e spiccate vocazioni municipali, ma che nel corso del XIX secolo si identifica con un’entità amministrativa, nella quale si rafforzò il ruolo del capoluogo e si unificarono progressivamente le tipologie economico-sociali. La dialettica fra centro e centri, fra città e campagne restò pronunciata e merita una ricostruzione che alle logiche urbane sappia costantemente affiancare quelle rurali. Le campagne postunitarie vennero attraversate da una grande trasformazione: la bonifica cancellò l'eredità secolare della paludi e delle valli, incise profondamente sull'agricoltura e sul tessuto economico e sociale. Questi processi contribuirono alla formazione di un bracciantato di massa, che seppe organizzarsi e rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita. La polarizzazione sociale e le rigidità delle classi dirigenti avrebbero condotto a una radicalizzazione del conflitto sociale e della vita politica che il "lungo Ottocento", dopo il grande massacro della Prima guerra mondiale, lasciò in eredità al Novecento.

Venerdì, 11 Febbraio 2011 14:41

I centri urbani: Cento

Circondata da rampari (terrapieni), fossati, da una strada di circonvallazione di due chilometri e mezzo, dai borghi che si erano sviluppati al di là delle fosse cittadine, Cento aveva quattro accessi, quattro porte unite da altrettanti ponti ai terrapieni difensivi: porta Pieve con uscita in direzione Pieve di Cento e Bologna; porta Rocca o del Giglio presso la Rocca; porta Mulina che chiudeva a est la via di Mezzo; porta Chiusa, dalla chiusa sul Reno che scorreva a occidente dell’abitato. Dalle quattro porte partivano quattro strade che confluivano nella piazza maggiore, fiancheggiate da portici e da qualche palazzo gentilizio. Accanto alla porta Mulina era l’arco Clementino, costruito nel 1598 quando, devoluto il Ducato estense (di cui Cento faceva parte) alla Santa Sede, fece il suo ingresso in città papa Clemente VIII Aldobrandini.

Cento era stata capoluogo del Dipartimento dell’Alta Padusa nella riorganizzazione cisalpina, e dal 2 giugno 1805 il distretto omonimo – uno dei quattro componenti il Dipartimento del Reno – comprendeva i Comuni di Cento, Sant’Agata di sopra e di sotto, Argelato con Volta di Reno, Argile con Bagnetto, Buona Compra con Alberone, Casumaro Centese con Reno Centese, Galliera a destra e a sinistra del Reno, San Giorgio con Gherghinzano e Stiatico, Maccaretolo con Gavaseto, Santa Maria in Duno, Massumatico con Poggio di Massumatico, Palata e Galeazza Pepoli con Palata Bevilacqua, Penzale con Corpo di Reno, San Pietro in Casale con Sant’Alberto, San Benedetto e Rubizzano, Pieve con il suo territorio antico, Renazzo Centese, Venezzano con Asìa, San Vincenzo con San Venanzio a destra e a sinistra del Reno. L’8 giugno dello stesso anno Napoleone decretava un nuovo comparto territoriale dividendo il distretto in due cantoni: il primo, di Cento, con i Comuni appena citati, l’aggiunta di Sant’Agostino di sopra (a destra e a sinistra di Reno abbandonato), Sant’Agostino di sotto (e di Reno “vivo” inclusa la sussidiale di Mirabello), e la perdita di Casumaro Centese, Reno Centese e Sant’Agata. Il secondo cantone faceva capo a San Giovanni in Persiceto.

Nei primi venti anni dell’Ottocento il territorio fu colpito da eventi dolorosi spesso legati alla difficile situazione idrografica, tra cui una rotta del Reno (19 novembre 1812) che sconvolse la zona sud-est e il taglio dello stesso fiume per sommergere le campagne temendo l’arrivo delle truppe austriache (15 aprile 1815); il ponte sul Reno che univa la strada tra Cento e Pieve, costruito in legno su settecenteschi piloni in cotto, fu incendiato dai soldati francesi. Conseguenza diretta dell’allagamento fu una desolante carestia, mentre nel 1817 infieriva il tifo petecchiale, tanto che si dovette adibire a lazzaretto l’ex convento dei Minori Osservanti di San Pietro. Restaurato il governo pontificio, il ponte sul Reno fu ricostruito sugli stessi piloni (1816), per poi essere portato via il 31 ottobre 1899 dal fiume, la cui piena travolse ancora e a lungo il territorio dal primo dicembre seguente.

Tra il 1820 e il 1860 un intenso dinamismo edilizio e sociale trasformò la città in un grande cantiere. Con un breve del 23 febbraio 1821 il papa Pio VII Chiaramonti autorizzava il mercato settimanale da tenersi ogni giovedì; le pescherie venivano trasferite dal portico sotto i granai della Mensa arcivescovile – dove si trovavano dal 1796 – alle botteghe annesse al macello, a capo della via del Teatro (1827); venivano aperti i portoni del Ghetto (1831) e riaperto il Teatro del Sole (1831); si restaurava il palazzo governativo mentre iniziavano i lavori per l’installazione di un “calendario pubblico” sopra il balcone della torre dell’orologio (1833); si piantavano platani ai fianchi del viale che dalla porta Mulina conduceva “ai cappuccini” (1840) e si costruiva un nuovo cimitero comunale (1841) nel terreno dove erano la chiesa e il convento dei cappuccini, perché quello costruito nel 1795 nella controfossa tra la Rocca e San Zenone era ormai insufficiente. Veniva restaurata la Collegiata (1841), si edificava la “torretta” della chiesa di Santa Lucia (1855), si copriva con un vòlto il tratto di canale interno che percorreva una parte della via di Mezzo (1856). E, ancora, si decorava la sala grande del palazzo comunale (1858) e si apriva “al pubblico servizio” la Cassa di Risparmio (1859) istituita già dal 1844; veniva costruita la torre di San Pietro (1859) a spese di Luigi Gallerani, che alla metà del secolo aveva acquistato dal marchese Taddeo Pepoli la torre della Galeazza con le campagne circostanti. I due mulini all’interno della città, uno presso porta Mulina e uno nell’area dell’attuale Teatro comunale – inaugurato il 14 agosto 1861 – furono soppressi, sostituiti da quello nuovo costruito non distante dalla Rocca (1853).

Un arco trionfale aperto su due gallerie, strade decorate e riparate dal sole accolsero l’ingresso in città di papa Pio IX Mastai Ferretti (15 luglio 1857), proveniente dalla strada provinciale via Nuova. Passati la porta Mulina e l’arco Clementino, il pontefice si recò alla collegiata di San Biagio per il rito religioso, quindi, per il “dovuto ristoro” al palazzo del marchese Michele Rusconi; la visita proseguì fino al palazzo Municipale, dalla cui loggia impartì la benedizione, e ancora alla Pinacoteca, al Seminario, alla chiesa di San Pietro, al palazzo Rusconi per le udienze, poi la partenza per Bologna uscendo da porta Pieve.

Dal 24 gennaio 1859 una corriera quotidiana (eccetto i festivi) collegò Cento a Bologna.

Il 27 dicembre 1859 il governatore delle Romagne Luigi Carlo Farini fissava la circoscrizione territoriale delle province dell’Emilia: in quella di Ferrara venivano assegnati al circondario di Cento quattro mandamenti (di Cento, di Poggio Renatico, di Crevalcore, di Finale). Il mandamento di Cento – «capoluogo di regia intendenza di circondario di prima classe» – comprendeva l’omonimo Comune e quello di Pieve.

La piazza maggiore – fulcro della vita cittadina e dei borghi – illuminata e decorata da archi e da architetture effimere accolse, il 29 maggio 1862, il monumento al pittore centese Giovan Francesco Barbieri detto “il Guercino”, opera di Stefano Galletti, mentre nella golena sinistra del Reno (15 agosto 1862) si inaugurava un campo di tiro al bersaglio, poi trasferito nella controfossa di San Zenone (1865). A partire dal 1865 le porte della città venivano lasciate aperte anche di notte, e nel giro di pochi anni altri lavori interessarono sia il territorio, sia la gente: la fossa circondariale da porta Rocca a porta Chiusa fu interrata (1868), alcune chiese furono riaperte al culto invece altre venivano destinate a diversi usi, si studiava l’annoso problema degli effetti negativi sul territorio del fiume Reno e si manifestava in piazza sull’onda delle vicende politiche nazionali, tumulti che provocarono danni turbando l’«abituale calma» della città. Nel febbraio del 1870 un gruppo di cittadini cercò di risvegliare il buonumore promuovendo corsi carnevaleschi.

Nel maggio 1872 furono assegnate nuove numerazioni alle case e nuove denominazioni alle strade: via Grande (da porta Pieve al piazzale Santi Sebastiano e Rocco) venne intitolata a Giovanni Donati; la strada da quest’ultimo piazzale a quello San Pietro, estesa con le vie da Dimani superiore e inferiore, fu dedicata a Cesare Cremonino; la strada dal piazzale di San Pietro alla porta Chiusa a Marcello Provenzali; la via di Mezzo superiore e inferiore al Guercino; il borgo da Sera superiore e inferiore a Ugo Bassi; il borgo Malgrato superiore e inferiore insieme al vicolo Quartirolo “ai Gennari”; il borgo Nuovo a Girolamo Baruffaldi; i vicoli di Santa Caterina, Boselli e Scalette ad Alberto Accarisio; il vicolo Nome di Dio a Gianfrancesco Erri; il borgo Mozzo diventava via dell’Asilo, il vicolo del Luzzo cambiava in vicolo della Rocca, il vicolo delle Beccarie in via del Teatro. Conservarono i nomi più antichi i vicoli del Salvatore, di Sant’Agostino, del Borghetto e il Recinto Israelitico, un quadrilatero chiuso da due portoni fino al 1831, compreso fra il borgo da Dimani e la via Grande. Il largo della Rocca fu chiamato piazza d’Armi, poi piazza Garibaldi con deliberazione consigliare del 1892.

Nel maggio 1873 iniziarono i lavori per l’abbattimento delle mura di cinta – compreso il residuo tratto con i merli “alla ghibellina” – e nel contempo si tolsero le tracce del cimitero che esisteva tra il mulino e l’ex chiesa di San Zenone. Agli inizi del Novecento, nuovi lavori cambiarono il volto alla città, che cresceva e si rinnovava, con interventi effettuati sia in vista dell’apertura della ferrovia, inaugurata il 27 luglio 1909, sia per lavori di bonifica. Fuori Porta Mulina fu aperto l’ippodromo “delle Muline” (1905) e trovò posto il lavatoio pubblico (1912); furono demolite la porta Chiusa (1909) e due tratti delle controfosse ai lati della porta Pieve (1909) – l’unica sopravissuta –; fu interrata la zona depressa di porta Rocca (1909), si aprì il mulino comunale (1911) e si costruì l’edificio scolastico per le scuole elementari (1912): tra questo e la stazione ferroviaria fu creato un giardino pubblico (1914); furono atterrate le Pescherie vecchie (1914), la porta Mulina, l’arco Clementino e l’oratorio di San Giacomo (1915). A cavallo dei due secoli si inaugurarono gli edifici scolastici di Alberone, Casumaro, Renazzo (1890) e della frazione di Dodici Morelli (1900), mentre ebbero luogo la prima e la seconda divisione delle terre ai “capisti” della Partecipanza agraria di Cento (febbraio 1898 e gennaio 1900), l’antico istituto legato alla Comunità – i cui regolamenti erano stati aggiornati negli ultimi vent’anni dell’Ottocento – che coinvolgeva i partecipanti nella bonifica del territorio, nella costruzione di strade, nella suddivisione dei terreni seguendo un piano di urbanizzazione che precorreva i tempi.

Il Novecento fu salutato da grandi festeggiamenti nella piazza maggiore, che dal 31 agosto 1901 fu illuminata da un impianto a gas approvato il 17 gennaio dal Consiglio comunale.

AG, 2011

Bibliografia

Antonio Orsini, Diario Centese (1796-1887), con appendice di notevoli notizie dal 1888 al 1901 di Gioacchino Vicini, a cura della Banca di Credito Agrario di Ferrara, 1966 (rist. anast. dell’ed. Bologna, Zanichelli, 1904); Giancarlo Silingardi, Alberto Barbieri, Cento. Vicende storiche e personaggi (1900-1940), [stampa Modena, Mucchi], 1980; Fausto Gozzi, Cento II, in Storia Illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, NEA, 1989, IV, pp. 1185-1200; Antonio Samaritani, La Partecipanza Agraria del Centopievese, Cento (Ferrara), Partecipanza Agraria di Cento, [stampa Cento, Siaca], 2004.

Venerdì, 11 Febbraio 2011 14:25

I centri urbani: Portomaggiore

Il cantone di Portomaggiore, sesto del primo Distretto istituito nel 1805 da Napoleone, con capoluogo Ferrara, comprendeva Portomaggiore (residenza di Municipalità) con Porto di Rotta e Portoverrara; San Nicolò con Benvignante, Ospital Monacale e Ripa di Persico; Voghiera con Belriguardo, Voghenza, Gualdo e Montesanto; Masi del Torello, Masi San Giacomo e Ducentola; Gambulaga con Verginese, Runco con Quartiere, Sandolo e Maiero; Medelana con Rovereto, San Vito, Alberlungo, Dogato e Libolla; Denore con Parasacco, Villanova di Denore, Albarea e Viconovo; Marrara, Sant’Egidio e San Bartolomeo in Bosco; Codifiume con Traghetto a sinistra di Primaro. I confini amministrativi si trovano variati nel 1812, quando le diverse sistemazioni territoriali avevano compreso nel sesto Cantone anche quella parte di Argentano già nel secondo Distretto (con capoluogo Comacchio).

Il Comune di Portomaggiore fu istituito nel 1860; comprendeva Gambulaga, Gualdo, Maiero, Masi San Giacomo, Masi Torello, Montesanto, Portorotta, Portoverrara, Quartiere, Ripapersico, Runco, Sandalo, Voghenza, Voghiera.

Negli anni Venti dell’Ottocento si riscontrava annualmente un notevole aumento della popolazione nel centro di Portomaggiore, con conseguente scarsità di abitazioni, problemi di sanità pubblica e di praticabilità delle vie, soprattutto per il «fango limaccioso» che andava a coprire strade e piazze mancanti di incanalatura delle acque piovane che vi ristagnavano. Il gonfaloniere Giuseppe Imperiali sostenne e fece approvare (1826) il progetto di sabbiatura e selciatura della piazza e delle strade interne fino ai ponti che circondavano la località; nel contempo si pensava alla riedificazione della chiesa Collegiata (1827-1828).

Dopo un’epidemia di tifo (1818), il colera colpì duramente il territorio (1835) che si risollevò al tacere dei moti politici, tranquillità che permise di migliorare le terre bonificandole: vennero interrati i fossi, livellati i terreni, piantati robusti alberi, sistemate stradine quasi inagibili, costruiti fabbricati colonici e case.

Portomaggiore conobbe un importante sviluppo urbanistico: oltre alla citata ricostruzione della chiesa Collegiata, il 7 ottobre 1839 fu posata la prima pietra del Teatro Sociale Concordia, inaugurato il 15 ottobre 1844; fu costruito il signorile palazzo Gulinelli e si insediò l’istituto di beneficenza “Carlo Eppi”. Il sagrato della chiesa Collegiata divenne un tutt’uno con la piazza quando di fronte alla chiesa, sui resti dell’antico palazzo pretoriale, venne costruito il nuovo palazzo comunale (1841), ultimato con la collocazione dell’orologio (1856). La struttura originaria comprendeva un unico piano sopra un loggiato dagli archi a tutto sesto decorati a bugne; la campata centrale si innalzava di un altro piano slanciato verso l’alto con un frontone sul quale spiccava lo stemma del Comune. L’edificio fu ristrutturato e abbellito tra il 1909 e il 1911 con l’aggiunta di un piano e l’eliminazione del frontone, così da renderne più equilibrate le proporzioni.

La dimora della famiglia Fioravanti accolse il cardinale legato Giuseppe Ugolini, arrivato a Portomaggiore il 14 ottobre 1841; la chiesa Collegiata ospitò l’arcivescovo di Ravenna Chiarissimo Falconieri per una solenne cerimonia, il 14 maggio 1842, durante la quale vennero inaugurate le nuove campane della parrocchiale di Ripapersico, centro inondato alla fine dello stesso anno dalle acque del Reno che, ingrossato dalle piogge, ruppe l’argine del Gombio allagando le campagne fino alla chiesa della Madonna dell’Olmo, a Portomaggiore.

Negli anni Cinquanta la crittogama colpì le viti, il raccolto di grano fu scarso, i prezzi salirono vertiginosamente, mancava il lavoro, non si contavano le ruberie. In tale desolante panorama due corsi d’acqua dolce, la Fossa di Porto (di memoria estense) e lo Scolo nuovo erano gremiti di gobbe: era tutto un via vai di battelli, birocci, carri sui quali si raccoglievano grandi quantità di pesce da vendere e da mangiare. Una nota positiva verso la fine del decennio: l’istituzione della banda musicale (1857).

Nel 1860, l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II venne salutata con grande concorso di popolo durante i festeggiamenti, rischiarati da brillanti “luminarie”: dal palazzo pubblico agli edifici privati, dalla piazza – dove si innalzava una scenografica prospettiva che ospitava, su una colonna, il busto del re –, dalla via dei Belli al Teatro, dalla via San Francesco alla via Corte, al tronco di strada Ferrara e fino al ponte Beccaria era tutto un rincorrersi di colonne, fiaccole, palloncini tricolore, obelischi e ghirlande di alloro, razzi e fuochi d’artificio, accompagnati dalla partenza di un pallone aerostatico e dalle musiche delle bande di Porto e di Voghenza. Quelle stesse strade vennero poi sottoposte a manutenzione, senza trascurare l’igiene: furono incanalati gli scoli, spurgate le fogne, rimessi di nuovo i selciati nelle piazze e nelle vie, sostituiti i marciapiedi in mattone con spaziosi lastricati di marmo, installate grondaie e condotti di ghisa per immettere le acque piovane nelle chiaviche sotterranee. Le strade di Ripapersico, Voghiera, Consandolo, la strada delle Anime di San Nicolò e altre minori vennero selciate; quelle di Portoverrara, Sandolo e Maiero rialzate e sabbiate. Si aprirono le scuole maschili e femminili a Masi Torello, Masi San Giacomo, Voghiera, Gualdo, Montesanto e Gambulaga; a Portomaggiore erano attive fino alla terza classe.

Il territorio del capoluogo lasciava ancora riconoscere la traccia della sagoma pressoché quadrata del fossato che circondava la trecentesca Rocca di Porto, distrutta dal terremoto del 18 marzo 1624, con epicentro nella vicina Argenta. Il recinto della Rocca era compreso tra la via comune a fianco della fossa di Sant’Antonino (via Mazzini), via Santa Maria Maddalena (via XXV Aprile) che incrociava via Co’ di Vigo (via Giordano Bruno), ancora la via comune (un tratto di via Vittorio Emanuele e via Ugo Bassi o vicolo della Viola), il cui tronco che portava al centro si chiamava “stradone che va a Porto”. Dopo il 1910 il fossato fu interrato, le macerie della Rocca asportate e spianato il Prà di Castello (attuale piazza Repubblica, dove trovano sistemazione i padiglioni dell’Antica Fiera, ricordata fin dal 1424), presso il quale lavorava un mulino a vapore. Sulla piazza delle Erbe (piazza Verdi) affacciava la locanda “Dell’Aquila Nera” di fronte al convento e alla chiesa di San Francesco, i cui resti, pericolanti, vennero demoliti nel 1902; la loggia del palazzo comunale era il “salotto” di Portomaggiore; la Madonnina dell’Olmo proteggeva i portuensi e le loro terre; i viali erano fiancheggiati da folti e profumati tigli.

Era riconoscibile anche il tracciato della Fossa Trava (attivata nel 1816), si vedevano gruppi di case, tenute e corti sparse nei campi, nelle possessioni, oltre allo Scolo bolognese e alla Fossa di Porto che attraversavano Portorotta correndo paralleli. E ancora si vedevano le vestigia dell’antico Sandalo, fiume che partendo da Codrea bagnava Quartesana, Voghenza e Voghiera, Runco, servendo il condotto di Belriguardo, poi ancora passava per Quartiere e presso il ponte delle Lanze, ripiegando verso est, bagnava Porto Rotta e Ripa di Persico per raggiungere Consandolo, dove si confondeva nelle acque del Primaro.

I toponimi identificano un paesaggio in difficile equilibrio tra acqua e terra (l’attuale via Fausto Beretta di Portomaggiore, per fare un esempio, si chiamava via “del Terraglio”), un paesaggio attraversato da una fitta rete idrografica e con un’ampia estensione di valli, sottoposte a imponenti lavori di bonifica grazie all’introduzione, dopo l’Unità d’Italia, delle macchine idrovore. Il Verzenexe era uno dei tanti condotti, dal quale aveva preso nome il palazzo al centro di una vasta tenuta che il duca Alfonso I d’Este aveva donato nel 1534 alla compagna Laura Eustochia Dianti: da casale a castello a palazzo padronale di campagna, la dimora del Verginese, in territorio di Gambulaga, tra Settecento e Ottocento passò attraverso diversi proprietari, mentre venivano via via aggiunti fabbricati per ospitare sia i lavoratori delle possessioni, sia il bestiame e i numerosi attrezzi da lavoro, denotando l’antica vocazione agricola della località e delle terre circostanti. La bonifica della Galavronara e del Forcello (1883) che interessò il sud-est del Portuense, la bonifica della Trava (1893) verso Bando, la riconversione agricola e la costruzione dell’impianto idrovoro (1907) portarono un notevole sconvolgimento territoriale e nuovi assetti nella conduzione delle terre.

A coronamento dello sviluppo urbano e agricolo, una ferrovia collegò Portomaggiore ad Argenta dal 1883 e una centrale elettrica di smistamento e trasformazione funzionò dal 1913.

AG, 2011

Bibliografia

Pietro De Stefani, Memorie storiche di Portomaggiore, a cura della Banca di Credito Agrario, Ferrara, 1986 (rist. anast. dell’ed. Ferrara, Tipografia dell’Eridano, 1863); Ottorino Bacilieri, La fine della Rocca di Portomaggiore, «Ferrara. Storia Beni Culturali Ambiente», 3, maggio-giugno 1996, pp. 19-20; Umberto Pasini, Portomaggiore Fermoposta, Portomaggiore (Ferrara), Arstudio C, 1996; Angela Ghinato, La villa del Verginese da “casa” a “castello”, in Il Verginese: progetto per un’identità ritrovata, a cura di Anna Maria Visser Travagli, Comune di Portomaggiore (Ferrara), 2001, pp. 63-79; Anna Maria Visser Travagli, Storia del territorio, ivi, pp. 19-31; Palazzo Municipale di Portomaggiore. Lavori di consolidamento e restauro, Comune di Portomaggiore, [stampa Ferrara, Sivieri], 2009 (“Cenni storici” di Luisa Cesari, dirigente settore TUA Comune di Portomaggiore).

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