Angela Ghinato

Angela Ghinato

Ferrarese, laureata nel 1984 con una tesi di storia estense premiata con borsa di studio da “Soroptimist International” (1985), dopo aver insegnato in istituti di istruzione secondaria e collaborato con l’Università di Ferrara prima quale coordinatore didattico e responsabile della progettazione (con Anna Quarzi) per il diploma di perfezionamento in “Didattica della storia” (2000-2001), poi quale docente nell’area beni culturali (2003-2005), è free lance nel campo della ricerca storica. Si occupa inoltre di ricerca d’archivio e di editoria specializzata. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni su temi riguardanti il Ferrarese; collabora con diverse case editrici e con istituzioni culturali; svolge lezioni sulla storia e lo sviluppo del territorio presso scuole e corsi di formazione professionale; collabora con un’associazione che progetta e realizza percorsi didattici sul territorio e nei musei ferraresi. Per due volte (1999 e 2007) ha vinto il premio “Francesco Ravelli” bandito dal Comune di Ficarolo (Rovigo) per ricerche storiche sul territorio della Transpadana ferrarese (Piccole storie di antiche terre. Appunti storici e spunti di ricerca tra XVI e XIX secolo, in Transpadana ferrarese. Terre e genti di confine, Ferrara, Comunicarte, 2000; La “villeggiatura” di Ficarolo in un inventario del 5 aprile 1892, in Villa e villeggianti, Rovigo, Minelliana, 2009).

Tra le pubblicazioni, alcune delle più importanti: Frammenti di storia. Terre bondenesi nelle carte dell’Archivio Giglioli, in Studi di storia civile bondenese, «Atti e Memorie» della Deputazione provinciale ferrarese di Storia Patria, s. iv, vol. xiv (1997); Terre, acque, uomini e case tra xvi e xix secolo, in Migliaro e Migliarino. Un millennio di storia in comune (Ferrara, Cartografica, 2000); La villa del Verginese: da casa a castello”, in Il Verginese: progetto per un’identità ritrovata, a cura di Anna Maria Visser Travagli (Comune di Portomaggiore, 2000); L’Archivio di Casa Giglioli, presentato da Gianni Venturi (Ferrara, Istituto di Studi Rinascimentali, 2001); Le terre di Bondeno nelle carte dei periti agrimensori ferraresi. Repertorio commentato delle perizie da Bartolomeo Coletta a Giuseppe Maestri - 1853-1890 (Comune di Bondeno - Archivio di Stato di Ferrara, Cartografica, 2002); L’istituzione del Dipartimento del Basso Po. Storia, memoria e uomini, in Terra di Provincia. Uomini Donne Memorie Figure, a cura di Delfina Tromboni (Ferrara, 2003); Parlano le carte dell’Archivio: “microstorie” tra donazioni, legati ed eredità, in Alfredo Santini, Etica Banca Territorio. L’Archivio del Monte di Pietà di Ferrara (Milano, Federico Motta, 2005); Ferrara e il pane. Un viaggio lungo settecento anni (Bologna, Atlante, 2007); Il tempo e la gente nei documenti. Fonti e storia per Argenta e il suo territorio, in Catalogo generale del Museo Civico di Argenta (Ferrara, Este Edition, 2008); Il paesaggio, le emergenze, i borghi, la gente: percorsi sul territorio storico, in Gente di terra e di acque. Il Comune di Formignana nel Centenario della fondazione (1909-2009), a cura di Delfina Tromboni (Ferrara, Nuove Carte, 2009); Storie di uomini coraggiosi. 1860: l’Italia da fare (con Fabio Passarotto; Ferrara, Este Edition, 2010).

È socio effettivo della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, socio onorario della “Ferrariæ Decus”.

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:35

Alimentazione

Alla fine del Settecento l’agronomo Domenico Vincenzo Chendi (1710-1795) – nato a Formignana, parroco di Tresigallo – descriveva il ciclo della trebbiatura, o meglio, della tipica tibbia ferrarese fatta sull’aia con le cavalle, rapportandolo al vitto degli addetti. Ai cavallari si offriva, la sera precedente, una buona cena e miglior vino, mentre la mattina prima di iniziare il lavoro e condurre le cavalle sulla paglia si dava loro dell’acquavite, quindi la colazione, così come ai tibbionci, che si sfamavano con una suppa ed un paneto ciascuno; infine, il pranzo: minestra, piattanza e due paneti, oltre a un paolo (10 bajocchi) a testa come pagamento e vino, adacquato bensì, ma schietto poi ai cavallari, a loro piacere – aborrendo essi l’acqua come malsana… Queste erano le spese degli uomini che lavoravano sopra l’aja; il pane non doveva mai mancare.

A vantaggio dell’economia e della povertà, che spesso non aveva che pane secco e polenta ammuffita, Chendi consigliava di far seccare al sole o nel forno e conservare in vasi non solo i frutti raccolti durante l’estate (mele, pesche, cotogne, pere…) e soprattutto quelli che cadevano tante volte dai fruttari, ma anche i pesci dolci catturati nei fossi e nei canali, luzzi e zangarini che, una volta salati, si potevano conservare a guisa di baccalà, benché non fossero sempre buoni per i delicati.

La povertà, il crescente impoverimento del regime alimentare popolare segna tutto l’Ottocento: patate e mais sfamavano i contadini; il frumento – per lo più convogliato nei mercati urbani – e la carne erano prodotti di lusso.

Il quadro generale dell’alimentazione popolare del XIX secolo si può leggere nei risultati dell’Inchiesta Jacini «sulle condizioni della classe agricola», che supportano l’analisi della materia partendo dal dato certo che lo stato dell’alimentazione è collegato direttamente all’ambiente sociale. Nell’introduzione alla pubblicazione dei risultati dell’inchiesta agraria (1881), l’ideatore del progetto – il conte lombardo Stefano Jacini (1826-1891), politico ed economista, poi senatore del Regno – sottolineava i punti fondamentali del rapporto tra ambiente sociale e alimentazione in questi termini: «Pessime abitazioni, vitto malsano, acqua potabile putrida, salari derisorii e per conseguenza pauperismo e malattie». Una situazione che necessitava di immediati interventi, tra cui un «codice sanitario che, coi criteri del medico associati a quelli dell’agronomo» includesse il tema dell’igiene e salubrità degli alloggi, delle acque e dei «commestibili posti in vendita», provvedimenti che, comunque, non sarebbero bastati a migliorare la situazione igienica delle «classi povere di campagna, ad eliminare la causa delle loro sofferenze più acute». Certo, il tipo di alimentazione cambiava a seconda dei luoghi e delle classi, «secondo la potenza produttiva locale», così nella «fertile» Ferrara, dominata dal «sistema della boaria pura», l’alimentazione si presentava «piuttosto infelice». Mezzadri, boari e affittuari erano occupati tutto l’anno, quindi la loro alimentazione, anche se non abbondante, era abbastanza variata: oltre a frumento, mais e vino, una volta alla settimana sulla loro tavola c’era la carne. Se la situazione del boaro era migliore di quella del mezzadro parziario e di molti proprietari «minimi», esisteva una differenza in peggio, definita da Jacini «mostruosa», rispetto all’alimentazione del «giornaliero» (il bracciante), che mangiava «malissimo», ma non tutto l’anno. Nel tempo dei lavori agricoli il suo vitto diventava «discreto o possibile», poiché era uso che il proprietario, oltre al salario, gli desse il «vinello che, per quanto infimo», sollevava più dell’acqua (malsana). Di contro, nei tempi di «ozio obbligato» il vitto del bracciante si riassumeva nella dura regola «polenta e acqua» e, a volte, legumi. Le diversità nell’alimentazione dei lavoratori dipendevano dal calendario agricolo ed erano proporzionali alle fatiche: i cibi più nutritivi andavano consumati quando il lavoro era più pesante: «il pane, la minestra, il vino e la carne (quando se ne mangi)» erano usati in estate – specialmente per la mietitura, la falciatura, la macerazione della canapa – mentre «la polenta, i legumi, il vinello» erano riservati alla stagione invernale.

Nel 1901 le spese quindicinali riferite agli alimenti per le famiglie dei giornalieri e per altre categorie dipendenti comprendevano: 25 kg di farina gialla, 2 kg di riso, 2,5 kg di fagioli, olio comune e lardo, sale, aceto e pepe. E, durante l’inverno, i più poveri si riversavano sulle rive del Po – la citazione è riferita a Berra – cercando una tuberosa «volgarmente chiamata maramagna» per potersi sfamare (dal periodico socialista «La Scintilla»).

Tale regime alimentare – la “gastronomia della miseria” – era alla base della diffusione delle malattie dette “popolari” per la pesante incidenza di massa: la malaria, la tubercolosi, il tifo, il colera e, soprattutto, la pellagra, dovuta all’alimentazione a base di mais. Tra le poche iniziative avviate per arginare la piaga sociale, rientra la creazione delle “locande sanitarie”, comparse a Ferrara solo nel 1900. Le locande, aperte qualche decina di giorni all’anno, provvedevano una dieta composta da 250 grammi di pane, 160 grammi di carne, 100 grammi di minestra, un decilitro di vino.

Il pane – eccellenza dell’alimentazione del Ferrarese, al primo posto nella dieta delle locande sanitarie e che ancora alla fine dell’Ottocento rappresentava più dell’80% dell’alimentazione degli italiani –, si preparava generalmente in casa, seguendo un rito antico fatto di gesti e ritmi ripetuti nei secoli. Se ancora alla fine dell’Ottocento il pane bianco di farina di grano era un lusso, ai primi del Novecento divenne più comune. Veniva impastato sulla spartura (parte della madia) e cotto di norma una volta al mese, poi, in tempi di condizioni economiche migliori, una volta alla settimana. Oltre alla classica “coppia” si preparavano pani rustici insaporiti con la cipolla o con ciccioli di maiale. Terminata la cottura del pane, a forno ancora caldo toccava ai prodotti “da mezzo calore”: cipolle, patate, zucche (i cui semi cosparsi di sale diventavano brustoline).

Con la carestia sempre in agguato, i governi che si susseguirono nel Ferrarese emanarono ordini ed editti anche a protezione del contrabbando dei grani. Verso la fine del delicato triennio rivoluzionario (1796-99), per esempio, in un momento in cui il gelo e la scarsità di acqua impedirono il funzionamento regolare dei mulini sul Po collocati tra Pontelagoscuro e Francolino, un ordine della Municipalità del 7 fiorile anno VII (25 aprile 1799) impose che i soli capifamiglia potessero acquistare il pane, presentandosi personalmente e dichiarando il numero di persone di cui si componeva il proprio nucleo famigliare. Nell’età della Restaurazione (quando il governo pontificio iniziò la vendita dei mulini galleggianti sul Po), è documentata la confezione del triste “pane di mistura” o “pane succedaneo”, preparato con farine di cereali minori – orzo, segala, frumentone – miste a patate lessate, o a farina di ghiande mescolata a quella di castagne. Nel 1863 fu aperto a Ferrara il primo “forno sociale” per favorire le classi meno agiate, iniziativa ostacolata sei anni più tardi dall’applicazione della “tassa affamatrice dei popoli”, che indusse i mugnai a boicottare le macine a causa della tassa sul macinato (Legge n. 4490, 7 luglio 1869), gradualmente abolita solo dal 1880. Verso la fine del XIX secolo le agitazioni sociali legate ai cambiamenti delle condizioni lavorative, alle bonifiche e alla prima industrializzazione, portarono a una serie di scioperi ai quali nel 1897-98 aderirono anche i fornai, presenti in città con 35 “forni” e dieci rivenditori (nel 1915 si registreranno 42 panifici e 19 rivenditori). Nei giorni della “rivolta del pane” il Comune mise in vendita il prodotto – diverse pezzature tra cui la classica “coppia” (ciupéta) – a propria cura nella chiesa nuova (Sala Estense) di piazza Municipale: tra i numerosi avvisi pubblici che comunicavano l’iniziativa, in quello del 21 maggio 1897 si evidenziava che in quella sede il Comune vendeva il pane a 40 centesimi il chilo, ma acquistava la stessa quantità dalla “Società Esercenti Fornai” per 48 centesimi.

La cultura alimentare del Ferrarese è anche legata alla forte presenza delle acque mediante i prodotti della pesca (dall’anguilla ai lucci, tinche, carpe, cavedani…) che, insieme alle rane catturate nei mesi estivi in zone paludose, arrivavano nei mercati locali a prezzi accessibili per finire sulle tavole dei meno abbienti.

In città i pubblici esercizi di venditori di commestibili tra il 1860 e il 1880 si concentravano per buona parte nella strada della Rotta o del Monte Vecchio (oggi via Garibaldi): beccai che offrivano bovini, gallinaccio, agnelli e castrato, smerciatori di pasta e farine, di pane, castagne, una frigitrice di pesce e fruttivendola… mentre tra le osterie e le bettole, nella stessa strada, Domenico Maestri esercitava un minuto smercio di vivande ad uso privato, avvertendo, con una nota nell’insegna, che qui si riceve ordinazioni per pranzi nelle case.

E coloro che “potevano”? Il manuale Cucina Pratica Ferrarese (Milano, Bietti, 1896) presenta ricette con trionfi di carne (stufato a rolò; pagnotelle ripiene di ragù di vitello e funghetti), fritti (fritto di stecchetti: quadretti di polenta ripieni di funghetti o trifola, prosciutto, formaggio da pasteggiare), dolci (cappelletti di marzapane). La carne è ancora in primo piano nelle due ricette conservate tra le lettere della nobile ferrarese Eleonora Saracco (?-1900): una con la complicata lavorazione della lingua salata, l’altra che illustra la carne cotta alla Svizzera. Il consumo di carne e di grassi era più alto in città, ma comunque prerogativa delle classi più abbienti.

Infine un passo indietro, ancora alla fine del Settecento, quando il già citato Chendi “codificava”, oltre i salami coll’aglio – tanto comodi per una famiglia in campagna –, i salami da sugo, altra eccellenza della cucina ferrarese, da confezionare in vesciche, gossi di pavone, stanteché riescono belli, tondi, e ben caldi, da portare in tavola insieme alla minestra e da tagliare subito per far uscire fuori il succo piccante che l’agronomo suggerisce di versare nella minestra per darle un salutifero condimento che satolla e rallegra, concludendo che tra li castighi di Dio … uno è la privazione di sì gustoso, e delicato saluberrimo cibo. La classica salamina è celebrata nel “poemetto giocoso” La Salameide (1772) dello storico ferrarese Antonio Frizzi (1736-1800).

AG, 2011

Bibliografia

Stefano Jacini, I risultati della inchiesta agraria, intr. di Giacomina Nenci, Torino, Einaudi, 1976; Carlo Lega, Civiltà contadina nell’alto ferrarese, Ferrara, Editrice Universitaria, 1983; Carla Ticchioni, L’alimentazione, in Storia Illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, Aiep, 1989, pp. 1057-1072; Angela Ghinato, Andrea Samaritani, Paolo Righi, Ferrara e il pane. Un viaggio lungo settecento anni, Monteveglio (Bologna), Atlante, 2007; Angela Ghinato, La piazza viva, «Bollettino della “Ferrariæ Decus”», 27, 2011, pp. 33-64.

Mercoledì, 23 Novembre 2011 16:32

Immagini ferraresi

Il Grand Tour, l’itinerario di istruzione che i giovani delle famiglie aristocratiche europee intraprendevano per completare la loro educazione, dalla fine del Seicento portò in Italia – tappa-culmine del viaggio – nobili e intellettuali, antiquari e artisti, filosofi, uomini politici e semplici, liberi viaggiatori che nei loro taccuini di viaggio annotavano ogni movimento, ogni curiosità, ogni “meraviglia” accompagnati da una sincera implicazione emotiva. L’afflusso di viaggiatori a Ferrara fu perlopiù dovuto alla sua posizione geografica: quasi non la si poteva evitare sulla strada tra Venezia e Roma. Le testimonianze di viaggiatori stranieri lasciano intendere un giudizio comune: responsabile della stato di decadenza in cui versava la città era il governo pontificio. Se i visitatori erano colpiti dalle strade spaziose e dai palazzi imponenti, non potevano fare a meno di notare la deserta Ferrara, la cui popolazione era sostanzialmente diminuita con l’avvento (1598) dello Stato della Chiesa (la lupa vaticana che abbattendosi sull’Eridano aveva trafitto l’aquila bianca estense, come scriveva Carducci) colpevole di avere trascurato il territorio e di aver trasformato la città in una piazza di guerra. Tra Sette e Ottocento agli occhi dei viaggiatori Ferrara si presentava grande, solenne ma solitaria, imponente e maestosa ma spopolata, pulita perché non c’era nessuno per sporcarla; circondata da una campagna piatta, suggestiva ma a tratti mal sana, così come affascinante ma terribile appariva il Po. Una voce fuori dal coro, quella del commediografo spagnolo Leandro Fernández de Moratín (1760-1828) che arrivò nel 1794. Nel suo giudizio più controllato (si pensi però al legame della Spagna con lo Stato pontificio) Ferrara e i ferraresi lasciarono un’impressione positiva: Il territorio di Ferrara … non è un deserto, come alcuni lo dipingono; né esistono ora le cause che in altri tempi fecero malsano questo paese. La coltura dei campi è … aumentata, sono stati prosciugati molti acquitrini, le acque sono state incanalate, rendendole utili e ora l’aria di quella città non è più contagiosa … La gente mangia bene, beve meglio e vi è colorita e robusta (Obras pòstumas, Madrid, Imprenta y estereotipia de M. Rivadeneyra, 1867, I, pp. 444-445).

Il letterato tedesco Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) arrivò sulla barca-corriera che navigava sul dolce fiume Po, a traverso pianure estese, il 16 ottobre 1786: quel giorno era triste (sorpreso da non so che uggia) e non apprezzò molto Ferrara (né il mausoleo dell’Ariosto, né la prigione del Tasso), una grande e bella città, ma tutta in piano e spopolata. Meglio, anche di umore, il giorno dopo a Cento: Una piccola e simpatica città, ben costruita, … piena di movimento e di vita, linda, in mezzo a una pianura tutta coltivata a perdita d’occhio. Salito sul campanile rimase affascinato da un mare di pioppi svettanti, nel cui mezzo osservò delle piccole masserie, ognuna circondata dalla sua campagna: le terre della Partecipanza (Viaggio in Italia 1786-1788, a cura di Lorenza Rega; trad. it. di Eugenio Zaniboni, Milano, BUR, 1993, pp. 99-100).

La Nuovissima guida dei viaggiatori in Italia degli editori – e viaggiatori – Ferdinando Artalia e figlio di Milano (“negozianti di Musica, Stampe e Carte geografiche”), aveva raggiunto nel 1839 la quinta edizione. Nel tragitto tra Venezia e Bologna un capitolo è riservato a Ferrara: … la di lei popolazione è ridotta a 24.000 abitanti, ed il commercio non è ragguardevole. Questa città, che ora fa parte degli Stati del Papa, ha un aspetto imponente: diritte e larghe ne sono le contrade: quella di S. Benedetto è lunga circa 1959 metri, ed è diritta sino alla porta di S. Giovanni; quanto alla lunghezza totale della città, valutasi a 2814 metri dalla porta di S. Benedetto sino alla porta di S. Giorgio, le quali due contrade sono men belle dell’altra, che chiamano della Givecca [sic]. Belli ne sono gli edificj sì pubblici, come privati; il castello posto all’occidente della città [la Fortezza] è grande, forte e regolare. Ma dal finire del secolo XVI a questa parte, la popolazione, l’industria, ed il commercio, vi si trovano … in istato di decadenza …; né veggonsi meglio popolate le circostanti campagne, essendone colpa l’aria mal sana, che esala dalle paludi . In mezzo alla città sorge un altro Castello altre volte residenza dei duchi, ed ora abitazione del cardinal Legato: gli gira intorno un fosso, e lo fiancheggiano quattro grosse torri.

Il percorso consigliato dalla guida toccava la Cattedrale, le chiese dei Teatini, di San Domenico e San Benedetto, i palazzi Villa [dei Diamanti] e Camerini, il Teatro, la Certosa convertita in pubblico Cimitero; la piazza della Ragione [piazza delle Erbe, ora Trento e Trieste], l’ospedale Sant’Anna e la cella dove Torquato Tasso fu chiuso sotto pretesto di follia, l’università ricca tanto in libri, quanto in manoscritti preziosi, oltre alla casa del Guarini, quella di Ariosto e alla piazza detta Napoleonica ed oggi Ariostea. Uno sguardo alla gente e al territorio: Le qualità sociali di quei cittadini sono veramente amabili. Il territorio è frastagliato da parecchi fiumi, e per conseguenza paludoso; abbonda però di grani, e di vasti e grassi pascoli, e vi è molto coltivata la canape. La pescagione, massimamente quella che si fa nelle valli di Comacchio, è un de’ più ricchi prodotti del paese. Non si viaggia per contorni di Ferrara senza udir parlare degli allagamenti del Po. Nulla […] è tanto imponente quanto l’aspetto di cotesto fiume, sia per la sua grande estensione, sia pei canali, che vi sboccano, i siti che lo circondano, e la prodigiosa quantità di barche, che il coprono: ma dall’altro lato […] è sì terribile ne’ suoi allagamenti…

In generale, non sono la piazza e il Castello – sede della “colpevole” Legazione – i protagonisti dei diari di viaggio, ma le strade grandi come fiumane dell’addizione di Ercole I d’Este, l’antico splendore, la memoria dei poeti – George Gordon Byron (1788-1824) si fece rinchiudere nel 1821 nella cella del Sant’Anna per dare voce ai Lamenti del figlio delle muse –, il grande silenzio, la solitaria pace, la deserta bellezza, l’aëre greve che si rincorrono ancora nei versi di Carducci e D’Annunzio.

Ferrara, su le strade che Ercole primo lanciava / ad incontrar le Muse pellegrine arrivanti, / […] come, o Ferrara, bello ne la splendida ora d’aprile / ama il memore sole tua solitaria pace! / Non passo i luminosi misteri vïola né voce / d’uomo […] / così per le tue piazze dilette dal sole, o Ferrara / il nuovo peregrino tende le orecchie e ode / da’ marmorei, palagi su ’l Po discendere lenta / processïone e canto d’un fantastico epos.

Chi è, chi è che viene? Con piangere dolce di flauti, / tra nuvola di cigni volatiti da l’Eridano, / ecco il Tasso. Lampeggia, palazzo spirtal de’ dïamanti, / e tu, […] /o porta de’ Sacrati, sorridi nel florido arco! / d’Italia grande, antica, l’ultimo vate viene. / Ei fugge i colli dove monacale tedio il consunse, / ei chiede i luoghi dove gioventù gli sorrise. / Castello d’Este, in vano d’arpie vaticane fedato, / abbasso i ponti, leva l’aquila bianca. Ei torna. (vv. 1-25)

O dileguanti via su la marina / tra grige arene e fise acque di stagni, / […] terre pensose in torvo aëre greve, / su cui perenne aleggia il mito e cova / leggende e canta a i secoli querele / (vv. 33-39)

(Giosuè Carducci, Ode alla città di Ferrara - nel XXV Aprile del MDCCCXCV , da «Rime e ritmi», 1898).

 

O deserta bellezza di Ferrara, / ti loderò come si loda il volto / di colei che sul nostro cuor s’inclina / per aver pace di sue felicità lontane; / e loderò la chiara / sfera d’aere e d’acque / ove si chiude / la tua melanconia divina / musicalmente. […] Loderò i tuoi chiostri ove tacque / l’uman dolore avvolto nelle lane / placide e cantò l’usignolo/ ebro furente. / Loderò le tue vie piane / grandi come fiumane /che conducono all’infinito chi va solo / col suo pensiero ardente / e quel lor silenzio ove stanno in ascolto / tutte le porte / se il fabro occulto batte su l’incude, / e il sogno di voluttà che sta sepolto / sotto le pietre nude con la tua sorte.

(Gabriele D’Annunzio, Il Silenzio di Ferrara, da «Nuova Antologia», 1899; in seguito Ferrara, in «Elettra»).

 

Riferimenti a Ferrara e alla sua storia si trovano in lettere e ricordi di viaggiatori italiani, dalla veneziana Gioseffa Cornoldi Caminer (Viaggio per l’Italia intrapreso nell’anno 1798…, Venezia, Pietro Sola, 1800) al ferrarese Giuseppe Maria Bozoli (1815-1878) che accompagnò il futuro comandante dei Bersaglieri del Po marchese Tancredi Trotti Mosti in un tour europeo tra Germania, Belgio e Francia (Brevi memorie di un viaggio fatto in Francia, in Germania ed in Italia…, Ferrara, Gaetano Bresciani, 1844), allo scrittore lombardo Ignazio Cantù (1810-1877) che dava alle stampe la sua opera nel 1844 (La patria ossia l’Italia percorsa e descritta da I.C. Letture giovanili, Milano, Tamburini).

Ariosto e Tasso tornano nelle parole del veneziano Achille, il miglior amico del letterato bondenese Arrigo Poletti detto Calofilo (1862-1884) che le fissò nella prosa Una passeggiata per istruzione del 1880:

Giovedì mattina partii [da Bondeno; Achille vi abitava da poco tempo] che erano le 4 pigliando scorciatoie arrivai felicemente a Ferrara che eran le 8. Avevo fame e andai alla “Gaiana” per rifocillarmi un poco; appesi al muro dell’albergo vidi diversi quadri rappresentanti monumenti, edifizi di Ferrara. Figurati io che sinceramente credevo che nella vostra Ferrara non vi fosse d’ammirare che valli, paludi, miserie e inondazioni, mi stupii un bel po’ di vedere tanti capi-lavori. Mi prese però la matta voglia di andare a girare, e presa una guida visitai ed ammirai le più belle cose Mi fece una grande impressione l’antico castello Non dimenticai il Duomo né trascurai l’Università, nel qual ultimo edifizio ammirai il sepolcro dell’Ariosto, una magnifica Biblioteca di oltre 100.000 volumi Stamattina ch’eran le nove andai a vedere la casa dell’Ariosto in Via Mirasole; quindi a S. Anna ad osservare il carcere dell’infelice cantore della Gerusalemme… (Arrigo Podetti detto Calofilo, Poesie e prose inedite, a cura di Giuseppe Muscardini, Ferrara, Liberty house, 1988, pp. 68-70).

 

Terminato ormai il tempo del Grand Tour, l’inglese Ella Noyes (1863-1949) visitando Ferrara ne coglieva l’aspetto di città gentildonna che grazie al suo distacco dalla vita moderna aveva conservato una tutta sua aristocratica immagine. Il libro uscì a Londra nel 1904, illustrato dai disegni a china della sorella Dora.

Le lagune e le foci del Po sono protagoniste del suggestivo viaggio da Comacchio ad Argenta di Antonio Beltramelli (1879-1930), nel 1905. Lasciati alle spalle i piccoli ponti di Lago Santo e i profili delle donne che li traversavano per recarsi alla fonte con le loro secchie lucenti..., la Laguna d’Isola gli si parò di fronte nella sua sterminata chiarità. Aveva appositamente noleggiato un navicella per raggiungere Comacchio, che risaltava sotto le ultime luci come un’isola luminosa fra le acque di smeraldo … co’ suoi campanili e le torri, lontanamente, alla deriva… Il viaggiatore fu colpito dal frastuono tutto speciale mescolato al grido dei battellieri, dal suono secco degli zoccoli trascinati sui selciati, dalle piccole case, dai canaletti tortuosi…, ma fu il lucore riflesso negli occhi dei bimbi e delle giovanette a “parlargli” dell’anima di Comacchio, che gli piacque definire la pallida. Seguendo la periferia delle lagune, egli percorse poi la strada da Portomaggiore – una gaia cittadina situata tra due affluenti delle lagune di Comacchio … un tempo in mezzo alle sterminate paludi e ora circondata da ubertose pianure – a Sant’Alberto. Là dove i campi di grano cedevano il posto ai pascoli, tra le canape dagli esili steli il viaggiatore individuò il bianco gruppo di case che formava Argenta, cittadina romagnola dispersa fra le verdi messi, ai limiti della laguna.

AG, 2011

Bibliografia

Anna M. Mandich, Viaggiatori stranieri del Settecento, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, Aiep, 1987, II, pp. 545-560 (da cui sono tratti i corsivi nella prima parte del testo); Ella Noyes, The story of Ferrara (1904), a cura di Giuseppe Inzerillo, Ferrara, Corbo, 1998, p. 190 (ed. orig.: London, J.M. Dent & Co., 1904); Antonio Beltramelli, Da Comacchio ad Argenta. Le lagune e le bocche del Po nel 1905, Bologna, Massimiliano Boni, 1994; Luca Clerici, Viaggiatori italiani in Italia 1700-1998. Per una bibliografia, Milano, Sylvestre Bonnard, 1999; Luigi Davide Mantovani, Mazzini e Ferrara, «Ferrara. Voci di una città», 34, 2011, pp. 67-69.

 

 


Martedì, 15 Novembre 2011 08:00

Romagna estense

Dopo la votazione del 7 dicembre 1859, che decise l’annessione al Regno di Sardegna delle quattro Legazioni pontificie di Ferrara, Bologna, Ravenna e Forlì, la Municipalità ferrarese si dispose alla preparazione dei plebisciti, attendendo una maggiore e più rassicurante chiarezza della scena politica. Nel frattempo, l’energico dittatore romagnolo Luigi Carlo Farini (Russi, 1812 - Quarto, 1866) – regio commissario di Modena dopo la partenza per l’esilio del duca Francesco V d’Asburgo Este – proseguiva senza incertezze il piano di sistemazione politico-amministrativa della regione, tanto da dichiarare, qualche tempo dopo, di “avere cacciato giù i campanili e costituito un governo solo”. Per inciso, Farini fu in seguito presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia tra il 1862 e il 1863.

Fu proprio Ferrara a fare le spese della “rivoluzione” territoriale fariniana: la provincia vide ridotta di un quarto la sua popolazione con la perdita della Romandiola, la Romagna Estense. Lugo, Cotignola, Fusignano, Bagnacavallo, Massalombarda, Conselice, Sant’Agata Ferrarese (sul Santerno dal 1863) e i loro territori vennero ceduti alla provincia di Ravenna come contropartita della perdita di Imola, passata a Bologna. In cambio, Ferrara ebbe Poggiorenatico e Sant’Agostino, ma non Crevalcore e Finale, assegnatele in un primo tempo e poco dopo trasferite a Modena. L’annessione fu sancita con i plebisciti dell’11-12 marzo 1860.

Terra estense per 160 anni, terra dai tanti nomi, la Romagna Estense (o Romagna d’Este, Romagna Ferrarese, Bassa Romagna, Romandiola o, ancora, Romagnola) godeva di una certa autonomia, riconosceva in Lugo il proprio capoluogo ed era chiusa all’incirca tra i confini dell’attuale comprensorio lughese con l’esclusione di Bagnara, unita all’Imolese. Nel momento di massima espansione ne fece parte anche la bonificata terra di Alfonsine. Alcuni possedimenti erano compresi nel Ducato ferrarese fin dal XIV secolo, seppure a fasi alterne, ma in gran parte la Romandiola fu il frutto dell’abile politica espansionistica del “gran marchese” Nicolò III d’Este (al governo dal 1393 al 1441), gestita a suon di acquisti, permute e giri di grosse somme di denaro tra i governanti, compreso lo Stato della Chiesa. La formazione della regione avvenne dunque per gradi: Conselice fu acquisita definitivamente nel 1408 (gli Estensi ne erano già entrati in possesso nel 1385, governandola per nove anni) e la città di Lugo, importante crocevia commerciale, nel 1437 (una prima volta nel 1376); i territori di Bagnacavallo, La Massa (Massalombarda) e Sant’Agata vennero ceduti da papa Eugenio IV Condulmer – in quel momento “bisognoso di denaro” – a Nicolò III nel 1440, mentre Fusignano – nel cui territorio ricadrà anche l’abitato di Alfonsine, confinante con il “territorio leonino” (dal nome del papa Leone X Medici) appartenente alla Legazione di Ravenna – fu trasferita dallo stesso pontefice agli Estensi nel 1445, regnante Leonello, figlio di Nicolò.

La piccola regione fu interessata da tutti i conflitti che coinvolsero il Ducato estense tra il Quattro e il Cinquecento, alcuni dei quali, al di là dei velocissimi e molteplici cambi di governanti, contribuirono a dilatarne il territorio. Durante la guerra tra Ferrara e Venezia (1482-1484) fu occupata Fusignano, poi riconquistata (ma gli Estensi persero Rovigo e parte del Polesine tranne la Transpadana Ferrarese); dopo l’assedio portato alla Romagna da Cesare Borgia (1499-1501) e la fine della dinastia sforzesca (1502) feudataria di Cotignola, il Valentino cedette il territorio al re di Francia che a sua volta lo vendette agli Estensi; la guerra della Lega di Cambrai e i mutamenti di alleanze tra le forze in campo portarono le terre della Romandiola allo Stato pontificio, poi riconquistate grazie alle celebri artiglierie del duca Alfonso I d’Este, alleato del re Luigi XII di Francia, nella battaglia di Ravenna (1512); Lugo e gli altri paesi tornarono ancora sotto la Chiesa nel 1527, ma l’imperatore Carlo V d’Asburgo li restituì a Ferrara.

Lugo e Fusignan, Conselexe, Bagnacavallo, Sant’Agata e Massa di Lombardi insieme ad Argenta erano castelle in Romagna, e come tali seguirono le sorti del Ducato fino al 1598, quando la devoluzione dello Stato estense a quello pontificio segnò l’inizio del nuovo governo stabilito dalla Convenzione Faentina, firmata a Faenza, appunto, a due passi da Lugo. Sulla cessione della Romagna Estense ci sarebbe stato da discutere, dal momento che le terre potevano qualificarsi come beni allodiali e non feudali degli Estensi, che ne erano proprietari, come detto, per acquisto o per permuta.

In età napoleonica, la Romandiola fu annessa in un primo momento al Dipartimento del Lamone con capoluogo Faenza, poi al Dipartimento del Rubicone (che includeva tutta la Romagna) con capoluogo Forlì. Un energico moto di ribellione fu sollevato dai lughesi il 30 giugno 1796, a causa del pesante contributo di guerra preteso dai francesi.

La Restaurazione, ristabilendo il precedente ordine amministrativo, reintegrò la regione nella Legazione di Ferrara, il cui governo fu sopportato a fatica dai romandioli, che avrebbero preferito entrare nella Legazione di Ravenna unendosi ai loro conterranei. Il forte risentimento della piccola regione – che contava circa 60.000 abitanti – portò ad una sollevazione il 23 settembre 1831, quando alla Bastia gli insorti opposero resistenza alle truppe papaline ferraresi del cardinale Fabio Maria Asquini, che volevano schiacciare il moto secessionista. La sommossa fallì, e solo con l’Unità d’Italia la regione tornò tra i confini della Romagna sotto Ravenna: il passaggio ufficiale avvenne con decreto delle Regie Province dell’Emilia il 20 gennaio 1860. L’ultimo rappresentante pontificio aveva lasciato la Rocca di Lugo il 13 giugno 1859.

Se agli inizi dell’Ottocento erano ancora riconoscibili le architetture estensi nei possedimenti di Romagna, in buona parte atterrate nel corso di circa vent’anni (resta ancora solo la rocca di Lugo), le cronache tramandano nomi di note famiglie ferraresi tra quelli dei funzionari estensi impegnati in qualità di commissari e di governatori nella “piccola Romagna” tra il XV e il XVI secolo: da diversi esponenti dei Sacrati, degli Strozzi e degli Ariosti (tra i quali Nicolò, padre del poeta Ludovico) a uomini delle case Gualengui, Boccamaggiori, Villa, Tassoni, Arienti, Rondinelli, Montecatini... Senza dimenticare che del marchesato di Massalombarda fu signore Francesco d’Este (1516-1578) figlio di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia; e, infine, che il feudo di Fusignano era stato donato nel 1465 da Borso d’Este a Teofilo Calcagnini: dal figlio di questi, Alfonso, prese nome la terra delle Alfonsine (ora Alfonsine), sorta sulle bonifiche del Senio grazie all’impegno personale di quella famiglia, mentre Lavezzola era stata fondata sulle colmate del Santerno da Pietro Lavezzoli nel XVI secolo: erano gli unici insediamenti che spiccavano sui campi aperti del paesaggio “a larga”, di cui si dirà.

Più avanti nel tempo, all’antica nobiltà estense si sostituì per molta parte la ferrarese Casa Massari, di nobiltà napoleonica: l’estesa tenuta Bruciata di Lugo (di provenienza Rondinelli) era stata ceduta in uso appropriabile ad Antonio e Giovanni Battista Massari nel 1797. Uno dei figli di Antonio, il mercante Luigi (1757-1816), nel 1809 fu nominato da Napoleone senatore del Regno italico con il titolo di conte trasmissibile ai successori. Da quel momento numerose terre “romagnole” andarono a far parte del proverbiale patrimonio Massari, raggiungendo un’estensione di quasi 33.000 ettari (solo tra Argenta e Lugo) nel 1875, alla morte del conte Francesco Massari Zavaglia, il cui figlio Galeazzo (1841-1902) fu creato duca di Fabriago (ora frazione del Comune di Lugo) dal re Umberto I il 9 febbraio 1882, quindi nominato senatore del Regno d’Italia con decreto del 20 novembre 1891.

I fiumi Senio, Santerno e Lamone che attraversano il territorio sono stati per secoli gli assi portanti delle strategie idrauliche tra le province di Ferrara, Ravenna e Bologna per l’utilizzo del corso del Primaro. I numerosi tentativi di bonifica intrapresi tra il Cinquecento e il Settecento allo scopo di riportare alla navigabilità il Primaro e prosciugare le paludi circostanti, andarono perlopiù falliti o vennero interrotti per motivi tecnici ed economici, senza contare che spesso furono causa di contenziosi tra le comunità confinanti. La necessità era quella di rendere gli scoli della pianura bolognese-ravennate indipendenti dal corso del Reno e di convogliarli direttamente al mare. All’auspicato paesaggio di bonifica si era sostituito quello “a larga”: campi aperti a seminativo nudo solcati da canali di scolo disposti a maglie molto larghe, dove solo spiccavano gli argini dei fiumi e i pochi insediamenti lungo le vie alzaie. Il territorio tra Conselice e Alfonsine era fino all’Ottocento un’unica area dove si scaricavano le grondaie del Santerno. Il Lamone, che aveva visto il suo corso modificato più volte nei secoli, ruppe l’argine disastrosamente in località Ammonite il 7 dicembre 1839, allagando tutto il territorio.

Gli ingegneri consorziali stilarono un progetto di massima per la bonifica nel 1895, ma i piani esecutivi vennero approntati dal Genio Civile di Ravenna solo nel 1903.

AG, 2011

Bibliografia e fonti

Archivio di Stato di Ferrara, Archivio Massari, serie II, Patrimoniale, bb. 1A-1Z, 2B; Mario Tabanelli, La Romagna degli Estensi, Faenza, F.lli Lega, 1976; Luciano Chiappini, Introduzione a Ferrara nell’Ottocento, Roma, Editalia, 1994, pp. 9-44; Id., Gli Estensi. Mille anni di storia, Ferrara, Corbo, 2001; L’Emilia Romagna paese per paese, Firenze, Bonechi, 2005, ad vocem; Ugo Caleffini, Croniche 1471-1494, «Monumenti» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, vol. XVIII, 2006.

Lunedì, 07 Novembre 2011 13:59

Mura di Ferrara

«Conteste di mattoni rossi e bianche calcine, in gran parte sbrecciate e ricoperte di muschio, muffa ed erbaccia, le antiche mura di Ferrara si elevano sopra fossati melmosi, con un cipiglio guerresco, seppure rilassato, quasi a sfida degli oltraggi secolari subìti». Così scriveva Ugo Malagù nel 1960, mettendo in risalto l’antichità del perimetro murato di nove chilometri che circonda la città, un poligono fortificato che nobilita il profilo di Ferrara, definita dal maresciallo Robert III de La Mark signore di Fleurange (1491-1537), che la vedeva al tempo di Alfonso I d’Este, «la plus belle ville de guerre qui feust en la chrestienté», “la più bella città di guerra”. Ma le mura, sebbene attrezzate per ribattere, non subirono mai assalti, nemmeno quando l’esercito austriaco cinse d’assedio la città per tre mesi, nel 1708. Degli «oltraggi secolari» doveva piuttosto rispondere chi, dal 1598 in avanti, mise mano all’arborato cerchio, alla cintura di giardini e fortificazioni – osservate e studiate da Michelangelo – che abbracciava Ferrara.

Si distinguono oggi quattro tratti edificati in momenti diversi dell’età estense, tra il 1450 circa e il 1597 (dal tempo di Borso a quello di Alfonso II d’Este, ultimo duca di Ferrara) funzionali alle necessità dei siti, oltre ai tratti costruiti in età pontificia, primo tra tutti quello dove sorgeva la Fortezza, il cui abbattimento fu una delle operazioni urbanistiche più incisive dell’Ottocento, così come era stata decisiva per il tessuto urbano la sua realizzazione, che costò la distruzione dell’intero borgo Superiore dominato dall’antico Castel Tedaldo e la perdita dell’isola fluviale del Belvedere, sulla quale sorgeva una delle più suggestive “delizie” estensi.

La Fortezza aleottiana voluta da papa Clemente VIII Aldobrandini e costruita durante il pontificato di Paolo V Borghese (terminata nel 1618), venne “rivista” nella primissima età napoleonica, sconvolgendo ancora il quadrante sud-ovest della città. Alla luce dei nuovi criteri difensivi che privilegiavano la “cittadella” piuttosto che la “fortezza”, i francesi, da due anni a Ferrara, nel 1798 fecero demolire le mura di ponente, troppo a ridosso della fortificazione. Parallelamente al cambio di ordinamento politico, alcune delle strade principali di Ferrara, e di conseguenza le porte che le chiudevano segnando il passaggio oltre le mura, cambiarono nome secondo le imposizioni del governo repubblicano francese: la strada di San Giovanni Battista divenne “corso Porta Mare”, e il suo proseguimento, la strada dei Prioni, fu detto “via Porta Po” (indicando così la direzione, rispettivamente, verso il mare Adriatico e verso il Po); la porta di San Giorgio divenne “porta Romana” (verso la Romagna) e la strada di San Paolo “corso Porta Reno” (verso il fiume Reno).

Il profilo delle mura cambiò ancora nel 1805 quando i francesi minarono e fecero saltare tre bastioni della Fortezza per ricostruire una cortina muraria continua; contestualmente fu interrata la “canaletta” attorno alle mura. La Fortezza rimase quasi abbandonata fino alla caduta del governo francese, per poi ospitare dal 1814 al 1859 un presidio austriaco con circa mille militari. Sottoposta a lavori che ne ristabilirono la struttura originaria, la cittadella – diventata simbolo dell’oppressione straniera – fu demolita quasi con furia iconoclasta a partire dal 22 giugno 1859, non appena gli austriaci ebbero lasciato Ferrara. La demolizione, dal quale si salvarono i baluardi “a freccia” di Santa Maria e di San Paolo, terminò nel 1865, lasciando uno spazio a lungo incolto (la Spianà) che diventerà la piazza d’Armi, poi urbanizzato negli anni Venti del Novecento (quartiere “Giardino”), operazione che impresse ancora una ferita alla continuità della cerchia muraria con l’ulteriore atterramento di un tronco.

All’età pontificia risalgono anche i tratti compresi tra i resti del baluardo di Santa Maria e la barriera di viale Cavour, e tra via della Grotta e la porta di San Paolo (porta Paola, dal nome di papa Paolo V), così come le cortine difensive di San Paolo e di San Lorenzo, costruite in sostituzione dei tratti atterrati per erigere la Fortezza.

Le mura, nella loro ormai consolidata funzione di cinta daziaria e già impoverite dalle distruzioni settecentesche (sei torrioni erano stati abbattuti nella sola linea fortificata da Biagio Rossetti), fecero sollevare un lungo dibattito tra il 1815 e il 1830: si doveva abbatterle e allargare il canale della fossa oppure ricostruirle? La loro mole le salvò in gran parte facendo optare per la ricostruzione, così come la scamparono in tempi successivi – quando l’abbattimento delle cinte murarie era sinonimo di pianificazione territoriale – grazie alla “riserva” di aree urbanizzabili all’interno della città.

Nel 1846 il Comune dispose la demolizione delle robuste mura del grande baluardo occidentale di San Benedetto con il progetto di inserirvi una barriera; verso la fine del secolo in quell’area furono costruiti gli sbocchi di viale Cavour e di corso Porta Po, con edifici di modesta architettura: i ferraresi li chiamavano i quatar garidùn (“i quattro comodini”).

Il rivellino della porta orientale (alla fine dell’attuale corso Porta Mare) venne quasi interamente abbattuto nella prima metà dell’Ottocento, mentre la porta subì lo stesso destino tra Otto e Novecento per essere sostituita da una barriera daziaria e per fare spazio allo slargo di piazzale San Giovanni, dove rimaneva, a sentinella, l’omonimo torrione adibito prima a canile poi a “locale per lo smercio delle polveri sulfuree”.

Ai fianchi dell’accesso meridionale (porta Reno) furono aperti due varchi nel 1901 e la porta Paola venne destinata a barriera daziaria.

A settentrione, la porta degli Angeli, il punto fortificato più avanzato di quel tratto di mura, aveva già perso di importanza come manufatto militare all’indomani della partenza di Cesare d’Este da Ferrara alla volta di Modena (1598), quando la porta venne chiusa alle sue spalle (e riaperta solo nel 2000). Nel 1820 fu destinata a macello e trasformata per questo scopo; dal 1848 alla fine del secolo venne usata come polveriera militare, costantemente controllata da un sorvegliante; agli inizi del Novecento fu affittata come abitazione civile (fino al 1984). Gli scavi archeologici degli anni Novanta del Novecento ne hanno portato alla luce le fondazioni cinquecentesche e il rivellino, un baluardo “a freccia” demolito nel 1859 a causa del degrado.

La porta Romana o porta di San Giorgio, all’estremità sud-orientale, attorno al 1893 fu soppressa, mentre il baluardo fu in parte demolito frontalmente verso la città per installare una barriera daziaria. Nel tratto di mura cinquecentesche presso la “Montagna di San Giorgio” (Montagnone) rimane la palazzina detta dei Bagni Ducali costruita per il duca Alfonso II d’Este.

Nel giro di quaranta anni, ancora, tra il 1861 e il 1900, si susseguirono diversi lavori rivolti perlopiù al risanamento e al miglioramento sociale: dall’interramento della fossa delle mura (1865) e dal restauro del tratto orientale con la demolizione – e la seguente “ricucitura” del sistema murario a pilastri e archi – del baluardo di San Rocco per far posto al nuovo macello pubblico (1868), alla realizzazione del lavatoio pubblico in via della Grotta (1863), del tiro a segno poco distante dalla porta degli Angeli (1879), della nuova barriera daziaria presso porta Po (1880), dell’Acquedotto presso il Montagnone (1890), del quale resta la torre.

I giardini che arricchivano la cinta muraria in epoca rinascimentale e spazzati via in età pontificia, avevano lasciato ampie distese libere. Presso la porta di San Benedetto, solo per fare un esempio, erano sparite le “delizie” della Castellina, della Cedrara, della Ragnaia e di Chiaronome per creare zone a servizio della Fortezza. Tra il Seicento e l’Ottocento gli spazi “liberi” a ridosso delle mura furono occupati da orti e alberi da frutto (spesso oggetto di furti), mentre il vallo acquitrinoso delle mura settentrionali fungeva da pascolo (con acqua e asciutto) e da riserva di foraggio per lo sfalcio delle erbe.

I terrapieni delle mura orientali persero definitivamente la loro identità di fortificazione dagli anni Trenta dell’Ottocento, quando furono dedicati al pubblico passeggio a piedi e in carrozza, in un parco con le “terrazze” date dal piano dei baluardi, dove si potevano sistemare gradinate per le corse ippiche (per esempio la corsa dei sedioli), fiere e altri spettacoli, come avveniva dal 1836 al Montagnone. Il tocco fin de siècle allo spasso in quel tratto di mura fu la realizzazione della scalea allineata con la Prospettiva della Giovecca (dal 1951 piazzale Medaglie d’Oro).

Non c’erano ancora, nell’Ottocento, i fornici per collegare il centro urbano con l’immediato esterno aperti ai lati della citata scalea verso la costruenda strada Ferrara-Tresigallo-Mare (1937), e presso la ex porta Catena verso la zona industriale (1938). Questo intervento mantenne comunque i viali al di sopra delle mura, conservandone la continuità quasi nell’ottica di recuperare la loro antica funzione di giardino.

AG, 2011

Bibliografia

Histoire des choses mémorables advenues du reigne de Louis XII et de François Ier mise en escript par Robert de La Marck. Journal de Louise de Savoye, duchesse d’Angoulesme, d’Anjou et de Valois, mère du grand roi François premier, Paris, Foucault, 1826, t. XVI, p. 202; Ugo Malagù, Le Mura di Ferrara, Ferrara, Ferrariæ Decus - Ente Provinciale per il Turismo, 1960; Ferrara disegnata. Riflessioni per una mostra, a cura di Marica Peron, Giacomo Savioli, Comune di Ferrara, Portomaggiore (Ferrara), Arstudio C, 1986; Le mura di Ferrara. Immagini e storia, a cura di Paolo Ravenna, Modena, Panini, 1986 (in part. Carlo Cesari, L’evoluzione della cinta urbana, pp. 31-36 e Paolo Ravenna, Il perimetro delle mura, pp. 45-141); Alessandra Farinelli Toselli, Le mura come giardino, in Ferrara VII-XX secolo. Giardini e fortificazioni, Comune di Ferrara, 1993, pp. 38-75; Francesco Scafuri, Itinerario attorno le mura di Ferrara tra arte militare e innovazioni urbanistiche, ivi, pp. 76-96.

Lunedì, 07 Novembre 2011 08:40

I centri urbani: Bondeno

A seguito delle modifiche dei confini amministrativi dei primi anni dell’Ottocento, il Bondesano formava (insieme a Vigarano Mainarda, Poggio Renatico con Mirabello e Gallo) il secondo Cantone del primo Distretto di Ferrara; nel 1853 la terra di Bondeno faceva parte del Circondario di Ferrara e comprendeva Settepolesini, San Biagio, Cantalupo, Burana, Salvatonica, Scortichino, Pilastri e le borgate Ospitale, Santa Bianca, Stellata.

Il centro di Bondeno era sorto nel Medioevo nel triangolo di terra formatosi alla confluenza del Burana con il Panaro. Il territorio ha sempre rispecchiato la tipicità della natura del Ferrarese, segnato dai “serragli” (aree di scolo racchiuse da arginature per evitare che acque esterne entrassero da terre a giacitura più alta) e dall’instabile equilibrio idraulico che si protraeva da secoli, percosso dalle bizze del Po, del Reno, del Panaro e di corsi minori che attraversavano anche l’area urbana, come lo scolo Poretto che, proveniente dal serraglio delle Sorellare, sfociava nel Panaro vicino alla chiesa maggiore di Bondeno, e come il Buranella che finiva nel Burana proveniente dal lato ovest dell’attuale piazza Gramsci.

Se da un lato le “strade liquide” permisero un certo sviluppo economico e sociale di una terra da sempre di confine e importante snodo commerciale, per tutto il XIX secolo le piene del Panaro – dodici tra il 12 agosto 1813 e l’8 novembre 1844 – mantennero in costante pericolo terre e abitazioni, e fino al 1872, quando una devastante rotta del Po danneggiò molto di quanto era stato fatto a difesa delle campagne e del centro urbano, dove pagarono le conseguenze dell’inondazione un centinaio di case – oltre a trenta crollate totalmente – numerose botteghe, due chiese, la caserma, il cimitero. Il riscatto delle terre accompagnò per tutto il secolo una popolazione che viveva di agricoltura e che quotidianamente doveva fare i conti con estensioni allagate, con valli di canna e giunchi. Il paesaggio anfibio è ancora ricordato nella toponomastica attuale dalle vie Argine Cittadino, Argine Diversivo, Argine Po, Argine Traversagno, Argine Lupo, Botte Panaro, il piazzale delle Bonifiche, le strade Cavo Napoleonico, Serraglio, ecc.

Dopo l’immobilismo dell’età pontificia, nel periodo napoleonico il neonato Magistrato Civile per l’immissione del Reno nel Po (facente capo alla Direzione Generale delle Acque e Strade) mise a fuoco il problema delle acque progettando la costruzione della botte napoleonica, i cui lavori iniziarono nel 1811, seguendo un piano che avrebbe reso possibile la bonifica e lo sviluppo del comprensorio. La botte venne aperta diversi decenni più tardi, nel 1899, date le numerose interruzioni per problemi di diversa natura – dai cambi di governo all’incognita della ripartizione delle spese, al carico tributario – per riprendere, quando il contesto si era ormai fatto disperato, con il varo della legge 736 del 30 dicembre 1892 – promossa dal ministro ai Lavori Pubblici Francesco Genala – che erogava i finanziamenti necessari.

I lavori per la bonifica della valle di Burana attirarono dal Ferrarese, dal Mantovano e dal Modenese la manodopera bracciantile, poi organizzata nella Società Cooperativa fra operai braccianti di Bondeno nel 1889.

Alla fine del secolo la produzione agricola si basava su legumi e cereali a coltivazione alternata con la tradizionale rotazione biennale, mentre aveva preso piede, a partire dal XVIII secolo, la coltura della canapa, che, sebbene non andasse oltre le fasi di lavorazione iniziali, concorse a mettere in moto il legame tra agricoltura e industria, rafforzatosi nel tempo; l’attività industriale trovò poi la sua strada nel progresso quando si diffuse la coltivazione della barbabietola.

Lo sviluppo urbano di Bondeno – in antico circondata da numerosi borghi e cinta da mura – andò di pari passo con l’avvicendarsi delle diverse dominazioni e delle relative loro necessità, sempre comunque vincolato alla presenza dei fiumi che attraversavano l’abitato: il Panaro, che proveniva dal Modenese per gettarsi in passato nel Po di Ferrara poco oltre l’abitato ma che dal Seicento aveva occupato l’alveo di questo ramo antico del fiume fino al suo attuale sbocco presso Stellata, e il Burana che confluiva nel Panaro dentro l’area urbana, interessata anche, come già ricordato, da corsi di minore entità. Il Panaro disegnava una larga ansa – interrata nel 1886 – presso la torre delle Dozze, lambendo le terre del borgo di Santa Teresa prima di entrare nell’abitato del capoluogo con direzione via Pretoriale (ora via Alfredo Oriani). Tra gli altri borghi erano quelli del Carmine e quello di San Giovanni, presso il quale un ponte in muratura univa le due sponde del Panaro dal 1761. La confluenza del Burana e dei corsi d’acqua che esso raccoglieva era regolata fin dall’età medievale dalla chiavica Bova, che insieme alle più moderne chiaviche di Carbonara e Pilastresi disciplinava la stabilità idraulica. L’espansione edilizia avvenne nelle strade che correvano parallelamente ai corsi d’acqua.

Gli avvenimenti politici risorgimentali e le ripetute inondazioni dei primi decenni del secolo impedirono un’urbanizzazione razionale. All’indomani del Congresso di Vienna già non restava traccia delle fortificazioni austriache terminate appena nel 1814, demolite e saccheggiate dalla popolazione, così come nulla rimaneva delle mura precedenti. Nella prima metà dell’Ottocento particolare attenzione fu rivolta alla sistemazione e alla manutenzione delle strade interne ed esterne, sulle quali incombeva sempre il rischio delle esondazioni dei fiumi Po, Panaro, Burana e Secchia.

Una nuova casa comunale venne costruita tra il 1829 e il 1845 su un edificio preesistente nel lato orientale di piazza Castello; tra il 1858 e il 1861 fu edificato il nuovo macello sulla strada per Scortichino. Il profilo territoriale si trasformò a seguito dei lavori di bonifica – in particolare il nuovo tracciato del canale di Burana – e della costruzione della stazione ferroviaria: Bondeno si sarebbe allacciata alle aree industrializzate con la realizzazione della linea Suzzara-Ferrara, costruita nel 1887-1888, che proveniva da Sermide dirigendosi verso l’abitato di Bondeno e correndo a fianco degli argini del Panaro, per deviare verso Ferrara. La scelta del luogo più adatto dove costruire la stazione fece discutere il Consiglio comunale tra il marzo e l’agosto 1888, quando fu individuato un tracciato che offriva un doppio vantaggio: la possibilità di fabbricare per far fronte alla carenza di alloggi e la realizzazione di una nuova strada centrale con un accesso alla piazza Castello (poi dedicata al generale Garibaldi nel 1882). L’apertura della via Teodoro Bonati avviò sia lo sviluppo edilizio verso nord, sia la riqualificazione dei terreni attorno al canale di Burana, spazi ortivi e tratti occupati dagli scarichi delle acque. Nel progetto rientrò, oltre al tombamento dello scolo Buranella, la vendita dei relitti stradali attorno alla nuova via, tra i quali la grande area rimasta a sinistra della via di accesso alla stazione tra la piazza e il ponte di legno sull’alveo del Burana, poi destinata nel 1890 a mercato settimanale del bestiame.

Con la fondazione, in seno alla locale Società Operaia di Mutuo Soccorso, della Società Anonima Cooperativa per case operaie in Bondeno (20 luglio 1889) si attuarono i primi piani di espansione del nucleo urbano: scopo, più o meno onorato, della società era sia l’acquisto di vecchi fabbricati per migliorarli, sia la costruzione di nuove case “comode e sane” da cedere a condizioni convenienti “ad azionisti artigiani od operai”.

Lo scavo del secondo tratto del nuovo alveo di Burana iniziò il 27 settembre 1895. Gli imponenti lavori prevedevano anche le opere sussidiarie a garanzia della viabilità, del collegamento con i fondi divisi, dell’efficienza degli scoli. Il tracciato, che riprendeva i progetti settecenteschi, si univa al preesistente manufatto monumentale della Botte, interrompendo definitivamente il raccordo con l’alveo abbandonato mediante la costruzione di un cavedone (pressoché corrispondente, oggi, al tratto di viale Borselli tra la via Vittorio Veneto e via Antonio Pironi). Con quest’opera si riuscì far scorrere separatamente le acque dei due corsi principali: quelle del Panaro continuarono a defluire verso il Po fino a Stellata, mentre quelle del cavo Burana furono portate verso il mare mediante l’escavazione di un canale emissario dalla botte napoleonica fino a Mizzana e di qui immesse nel vecchio alveo del Po di Ferrara-Po di Volano.

Una grande massa di operai lavorò instancabilmente, tanto da finire nove giorni prima del termine stabilito, il 15 ottobre 1897; l’inaugurazione ufficiale avvenne il 25 febbraio 1899: il deflusso delle acque del canale di Burana verso il mare, attraversando la Botte sottopassante il Panaro, lasciava dietro di sé un assetto territoriale decisamente modificato. Il nuovo alveo rasentava l’abitato a ovest, dove rimaneva una vasta area compresa tra la via Scortichino (oggi via Vittorio Veneto) e la piazza XX Settembre (viale Repubblica) a nord, i caseggiati attorno alla chiesa maggiore a est, l’argine sinistro del Panaro a sud, dove sopravvivevano il vecchio cimitero, poi soppresso, e il tratto finale dello scolo Poretto. Restava il problema del risanamento igienico dell’ex alveo del Burana, affrontato tra il 1902 e il 1903 con il concorso nelle spese del Consorzio Interprovinciale di Burana per l’interramento della Canaletta. Il preventivo per il primo lotto comprendeva diverse opere di scavo e murarie (tra cui quelle per la nuova pesa pubblica), la fognatura per la via Teodoro Bonati, acciottolati e marciapiedi; il secondo lotto prevedeva – secondo il progetto dell’ing. Giovanni Boicelli – l’interramento dell’alveo abbandonato sopra alla chiavica Bova (demolita nel 1903-1904), la sistemazione della piazza Umberto I. Il tombamento del Burana fu ultimato nel 1908. Questi lavori, insieme alla costruzione del nuovo ponte in ferro sul Panaro (1898), migliorarono la percorribilità interna e le aree derivanti dalla bonifica, valorizzate da nuovi spazi aggreganti (giardini pubblici, piazzale del mercato, prime case operaie, stazione ferroviaria). Nel 1904 fu completato il nuovo cimitero, realizzato con progetto dell’ing. Boicelli su terreni acquisiti dal senatore Giuseppe Borselli, aree incluse nel complesso della villa Dazio attinenti l’antico alveo del cavo Serra e ora del Burana.

Nei primi anni del Novecento furono presentati progetti di ampliamento del capoluogo; in quello redatto dall’ing. Boicelli nel 1910 si identificavano sette lotti edificabili per la costruzione di case “popolari ed economiche” nell’area prodotta dai lavori del nuovo tronco del Burana, attorno al vecchio cimitero. Le sei strade a divisione dei lotti (vie Cesare Battisti, Nazario Sauro, Ludovico Ariosto, Guglielmo Oberdan, dei Mille e Giuseppe Mazzini) formavano un’ossatura regolare che congiungeva il centro con la nuova urbanizzazione. Nel 1912 fu costruito l’acquedotto e, sulla sponda sinistra del canale di Burana, sorse lo zuccherificio per iniziativa dell’ing. Federico Schiaffino, amministratore delegato della Società Saccarifera Genovese; contemporaneamente furono costruiti i due corpi del palazzo Schiaffino, che andavano a sottolineare l’incrocio tra via Bonati e viale Pironi, mentre si stavano rinnovando, tra gli altri, gli edifici affaccianti sulla piazza Garibaldi, il prospetto della casa natale di Teodoro Bonati, il palazzo Torri (1910-1914). Nel 1913 fu istituita la Scuola Tecnica Comunale e ancora altri progetti per opere pubbliche erano in cantiere, ma il fervore edilizio e sociale si spense con lo scoppio della prima guerra mondiale.

AG, 2011

Bibliografia

Angela Ghinato, La Società Operaia di Mutuo Soccorso di Bondeno: viaggio nell’archivio, in Le opere e i giorni. 125° anniversario della Società di Mutuo Soccorso di Bondeno, Ferrara, Liberty house, 1996, pp. 19-49; Franco Cazzola, Storie di acque, storie di uomini, in Acque e terre di confine. Mantova, Modena, Ferrara e la bonifica di Burana. Studi nel centenario dell’apertura della Botte napoleonica, a cura di Daniele Biancardi e Franco Cazzola, Ferrara, Cartografica, 2000, pp. 9-14; Gloria Mengoli, La comunità bondenese nell’Ottocento, ivi, pp. 205-216; Andrea Calanca, Amministrazione e spazio urbano: Bondeno tra Ottocento e Novecento, ivi, pp. 217-267; Le terre di Bondeno nelle carte dei periti agrimensori ferraresi (1583-1890), a cura di Angela Ghinato, Comune di Bondeno - Archivio di Stato di Ferrara, Ferrara, Cartografica, 2002.

Giovedì, 03 Novembre 2011 15:37

Confini

Fino al 23 giugno 1796, data dell’entrata delle truppe napoleoniche, Ferrara era il capoluogo della Legazione pontificia ferrarese. Il territorio, detto ancora Ducato, comprendeva la Romagnola (o Romagna estense, già parte del Ducato estense, ora in provincia di Ravenna), la Transpadana ferrarese (ora in provincia di Rovigo) e Pieve di Cento (in provincia di Bologna dal 1926). Nel Congresso di Modena (16-18 ottobre 1796) fu istituita la Confederazione Cispadana, che nell’Assemblea Costituente di Reggio Emilia (27 dicembre 1796) divenne Repubblica Cispadana, comprendente oltre alle città di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, anche la Romagna e la Garfagnana con Massa e Carrara. Dal 5 gennaio 1797 si mise in moto la nuova macchina amministrativa, che portò all’istituzione del Dipartimento del Po diviso in sedici Cantoni (2 giugno 1797) e, contestualmente, alla fine dell’Amministrazione Centrale del Ferrarese. Alla Repubblica Cisalpina, istituita a Milano il 29 giugno 1797, la provincia di Ferrara venne annessa con decreto del Direttorio Esecutivo del 27 luglio 1797. La città divenne capoluogo del Dipartimento del Basso Po, il cui primo commissario fu l’avvocato Giovanni Battista Boldrini, in carica dall’agosto 1797 all’aprile 1799. La riorganizzazione cisalpina modificò l’assetto del territorio rispetto a quello dell’antico Ducato e della Legazione; perduta la Romagnola, le altre terre vennero divise in Dipartimento del Basso Po (Ferrara) e Dipartimento dell’Alta Padusa (Cento). Nel 1798, a seguito di provvedimenti emessi tra luglio e ottobre, l’area del Dipartimento del Basso Po fu suddivisa in undici Distretti comprendenti diversi Cantoni. In quel momento Ferrara – formata dai Cantoni di Porta del Reno, Porta del Po, Porta del Mare e Porta Romana – era capoluogo del Dipartimento del Basso Po e sede di Municipalità distrettuale. Il sistema amministrativo cisalpino permase dal 27 luglio 1797 al 23 maggio 1799, data della resa di Ferrara agli austriaci che poi, alternandosi ai francesi, rientrarono in città occupando la Fortezza nel 1813.

Il 19 gennaio 1801, con il ritorno dei francesi, fu istituita la seconda Repubblica Cisalpina, poi Repubblica Italiana nel 1802 (con capitale Milano), quindi Regno d’Italia napoleonico nel 1805. Ferrara fu ancora capoluogo del ristabilito Dipartimento del Basso Po, al quale si aggiunsero i territori del Polesine di Rovigo. Secondo la nuova ripartizione amministrativa e territoriale, il Ferrarese era diviso in tre Distretti, con capiluogo Ferrara, Comacchio e Rovigo. Residenze di Municipalità erano Ferrara, Copparo, Portomaggiore, Argenta, Mesola, Rovigo, Lendinara, Adria e Crespino. L'articolazione dei primi due distretti, facenti capo rispettivamente a Ferrara (sei cantoni) e Comacchio (due cantoni) è riprodotta negli allegati (rispettivamente 1 e 2). Il terzo distretto, con capoluogo Rovigo, era diviso in quattro Cantoni comprendenti centri abitati oggi in provincia di Rovigo; del quarto Cantone facevano parte anche località della Transpadana, la regione sulla sponda sinistra del fiume Po, storicamente legata al Ferrarese: Crespino con Selva Ferrarese; Polesella con Raccano e Salvadeghe; Guarda Veneziana; Pontecchio con Bosaro e Ritratto Bosaro; Villanova Marchesana con Canalnuovo; Papozze; Gavello.

Negli anni la sistemazione territoriale-amministrativa subì alcune modifiche, specialmente per quanto riguarda l’accorpamento di alcuni comprensori e il frazionamento di altri. La geografia politica registrata nel 1812 era variata, pur conservando la divisione in sei Cantoni ed è visibile in dettaglio nell'allegato 3.

Le disfatte napoleoniche in Russia e a Lipsia (16-19 ottobre 1813) segnarono l’inizio di una fase di discontinuità nell’amministrazione del territorio, che fino all’aprile del 1815 vide l’alternarsi di austriaci, francesi e dell’esercito di Gioacchino Murat per arrivare al predominio austriaco, quando il generale conte Lavant Nugent proclamava, il 28 gennaio 1814, un Regno d’Italia libero «dal giogo dell’oppressore francese». Dopo aver conosciuto undici forme di governo in diciannove anni, con la restaurazione seguita al Congresso di Vienna (1 novembre 1814 - 9 giugno 1815) Ferrara e il suo territorio tornarono, dal 15 luglio 1815, alla situazione precedente i fatti napoleonici come Legazione pontificia degli Stati di papa Pio VII Chiaramonti. Recuperata la Romagnola – con i Comuni di Lugo, Cotignola, Fusignano, Bagnacavallo, Massalombarda, Conselice –, il Ferrarese contava in tutto 51 Comuni. Al Congresso di Vienna si deve anche la decisione che il Po, da quel momento, segnasse il confine tra il Regno Lombardo-Veneto e lo Stato della Chiesa, decretando il passaggio alla provincia di Rovigo della Transpadana Ferrarese, le cui parrocchie dal 1819 andarono a far parte della diocesi di Adria. Il confine tra le province di Ferrara e Rovigo fu confermato definitivamente nel 1866, quando il Veneto passò all’Italia dopo la terza guerra di indipendenza. Il censimento del 1853 fotografava la situazione territoriale, riprodotta nell'allegato 4.

Nel grande “calendario” del governo sul Ferrarese dipinto sulle pareti della Sala degli Stemmi nel Castello Estense, spiccano due iscrizioni che ricordano altrettante tornate dell’Assemblea delle Romagne: quella del 6 settembre 1859 con il rifiuto di sottostare al governo temporale pontificio, e quella del 7 dicembre 1859 in cui venne decisa l’annessione al Regno di Sardegna sotto Vittorio Emanuele «il re costituzionale».

Fu il decreto n. 79 emanato il 27 dicembre 1859 dal governatore delle Romagne Luigi Carlo Farini a stabilire la suddivisione definitiva del «Regio territorio dell’Emilia» in «Provincie, Circondarj, Mandamenti e Comuni». In premessa si osservava come la circoscrizione territoriale delle Province dell’Emilia non rispondesse «in molte parti né alle condizioni topografiche né agli interessi economici» e come fosse importante «cancellare qualunque traccia degli antichi Stati, dei quali la divisione territoriale era amministrativamente artificiale, come politicamente forzata». La Provincia di Ferrara andava a comporsi di 3 Circondari, 12 Mandamenti e 19 Comuni, come descritto nella tabella allegata al citato decreto.

Con le modificazioni di Farini, Ferrara perse definitivamente la Romagnola, ceduta a Ravenna come “compenso” per la perdita di Imola (passata a Bologna), ma ottenne Poggiorenatico e Sant’Agostino; Crevalcore e Finale, invece, assegnati a Ferrara, l’anno seguente vennero trasferiti a Modena.

Tra gli “oggetti da trattarsi” all’ordine del giorno del Consiglio provinciale nella sessione straordinaria del 21 giugno 1860, al paragrafo 2 “Circoscrizione Territoriale” si trovano le istanze di diversi Comuni relativamente all’autonomia, all’aggregazione o alla separazione: Codigoro chiedeva che non fosse attivato il decreto che ne prevedeva la divisione in due Mandamenti; Finale desiderava la separazione dal Circondario di Cento e l’aggregazione a quello di Modena; Pieve e Poggio Renatico domandavano di essere uniti, rispettivamente, al Circondario di Bologna e a quello di Ferrara; Sant’Agata chiedeva di essere “restituito” al Circondario di Bologna; Cologna, Berra, Serravalle; Filo e San Nicolò (appartenenti al Comune di Argenta); Sabbioncello (Comune di Copparo), Stellata (Bondeno), Mirabello (Sant’Agostino), Casumaro (Cento) chiedevano di essere eretti in Comuni separati. Nel 1871 la sistemazione territoriale, divisa nei Circondari di Cento, Comacchio e Ferrara, è registrata nelle pagine del censimento, come da schema riprodotto negli allegati 5 e 6.

Il paesaggio del Ferrarese presentava terre “alte” di antica bonificazione e terre “basse” ancora dominate dalle acque: più di 65.000 ettari di stagni e di valli nel Ferrarese sud-orientale che attendevano la bonifica, a seguito della quale aumentò la popolazione, nacquero nuovi insediamenti e nuove borgate che portarono alla formazione di altre entità territoriali.

Tra i “Comuni in movimento” a cavallo dei due secoli, è da ricordare quello di Migliaro, la cui sede comunale venne trasferita nel gennaio 1881 nella frazione di Migliarino, diventato Comune autonomo all’inizio del 1884. La Villa di Vigarano nel 1893 reclamava l’autonomia, lamentando lo status di soggezione dal capoluogo: dopo otto anni di petizioni, discussioni e solleciti, l’8 dicembre 1901 Vittorio Emanuele III firmò il decreto n. 510 per la costituzione del Comune di Vigarano Mainarda, attivo dal 1° febbraio 1902. Il caso più evidente è quello del vasto e popoloso Comune di Copparo, costituito in ente unico dal decreto del 27 dicembre 1859, quindi diviso con la legge n. 752 del 24 dicembre 1908 nei distinti Comuni di Copparo (con le frazioni di Cesta e Coccanile, Ambrogio, Gradizza, Sabbioncello San Pietro, Sabbioncello San Vittore, Fossalta, Tamara e Saletta); di Ro (con Zocca, Ruina e Guarda); di Berra (con Cologna e Serravalle); di Formignana (con Tresigallo, Rero e Finale). L’effettivo funzionamento dei nuovi enti territoriali iniziò nel gennaio 1910. La borgata Le Venezie, infine, divenne Comune comprendendo parte delle valli bonificate di Ambrogio; la denominazione mutò in Jolanda di Savoia con regio decreto n. 203 del 2 marzo 1911, assecondando il desiderio di re Vittorio Emanuele III che aveva visitato quella terra «soggiacente al livello del mare» il 16 giugno 1910.

AG, 2011

Bibliografia

[Giulio Mazzolani], Diario ferrarese MDCCCVIII, in Ferrara, per Francesco Pomatelli, 1808; [Giulio Mazzolani], Diario ferrarese MDCCCXII, Ferrara, Pe’ Socj Bianchi e Negri al Seminario, 1812; Vigarano storia / attualità, a cura di Renato Sitti, Portomaggiore (Ferrara), Arstudio C, 1983; Gianpiero Nasci, Le amministrazioni ferraresi 1796-1815, in Ferrara. Riflessi di una rivoluzione, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Corbo, 1989; Luciano Chiappini, Introduzione a Ferrara nell’Ottocento, Roma, Editalia, 1994, pp. 9-44; Giorgio Franceschini, Migliaro e Migliarino nella storia delle Amministrazioni locali ferraresi dei secoli XVIII e XIX, in Migliaro Migliarino. Un millennio di storia in comune, a cura di Marcello Bertelli, Ferrara, Cartografica, 2000, vol. I, pp. 245-293; Angela Ghinato, L’istituzione del Dipartimento del Basso Po. Storia, memoria e uomini, in Terra di Provincia. Uomini donne memorie figure, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara, 2003, pp. 27-35; Angela Ghinato, Il primo Consiglio provinciale post-unitario. Memorie e uomini, ivi, pp. 36-43.

* I toponimi riportati negli allegati sono tratti dai documenti e trascritti secondo la dizione del tempo, salvo evidenti refusi tipografici o errori di trascrizione, corretti secondo la denominazione corrente

Venerdì, 19 Agosto 2011 08:21

I centri urbani: Argenta

Residenza di Municipalità, secondo i confini amministrativi stabiliti dal decreto napoleonico del 1805 Argenta con Bando a sinistra di Primaro, Consandolo con Boccaleone a sinistra di Primaro, Longastrino con Filo, San Biagio di Filo e Bastia a sinistra di Primaro erano compresi nel primo Cantone del secondo Distretto, con capoluogo Comacchio. Dopo pochi anni, nel 1812, si trovano le località nel sesto Cantone unite al Comune di Portomaggiore.

Lungo tutto il XVIII secolo l’Argentano fu teatro di guerre, di passaggi di truppe e di straripamenti del Po d’Argenta, con conseguenze disastrose per il territorio e la popolazione. I problemi legati alle acque erano vecchi di secoli, già denunciati dal celebre “idraulico” argentano Giovan Battista Aleotti (1546-1636) che prevedeva, secondo le sue capillari osservazioni, un progressivo e inesorabile degrado del territorio se non si fosse intervenuti, disegnando un paesaggio di stagni, acquitrini e paludi. Le operazioni di immissione del Reno – dal regime torrentizio – nel Primaro alla metà circa del Settecento non migliorarono la situazione, rendendo necessario il ripetuto innalzamento degli argini per riparare le campagne e i centri abitati, in attesa della bonifica meccanica del XIX secolo, che vide l’Argentano giocare un ruolo primario come presidio idraulico del Circondario.

Arrivate le truppe napoleoniche – l’“albero della libertà” fu innalzato il 27 marzo 1797 – l’incaricato d’affari a Venezia, Etienne Felix Henin, deputato al piano di espansione militare francese nell’Italia del Nord, elaborò il Project de Campagne en Italie, con una parte dedicata alla morfologia del territorio e ai porti adriatici tra Goro e Ancona, al fine di scegliere il luogo più idoneo allo sbarco di soldati. Il tecnico rilevava l’impraticabilità sia del porto di Primaro – perché le valli (specialmente le distese di Longastrino e Marmorta) impedivano il passaggio di grosse navi se non fino ad Argenta –, sia dei percorsi via terra tra Primaro e Argenta, inaccessibili per tutto l’anno: una zona dal problematico equilibrio idrologico, la cui natura anfibia è ricordata da toponimi come Codifiume (Caput Fluminis), Consandolo (Caput Sandali), Traghetto, Boccaleone e dai microtoponimi dell’antica Argenta – Porta Padi, Porta Malborgeti citra Padum, “al di qua” del Primaro, strada della Ripa – i cui borghi erano collegati alla “terra” da diversi ponti.

L’Ottocento vide periodi di siccità che impediva anche di macerare la canapa, inverni freddissimi e scarsità di raccolti con il conseguente aumento dei prezzi al mercato, burrasche di valle che causavano moria di pesce, alternati a periodi meno faticosi, con prezzi accettabili e abbondanza di pesce sia nelle valli di canna, sia nelle valli salse di Comacchio; atti di brigantaggio di matrice politica e qualche tafferuglio di campanile tra argentani e portuensi; straripamenti del Po di Primaro e del Reno che allagavano le campagne: una rotta, in particolare, quella del 13 settembre 1842 in un froldo (argine sottoposto a facile corrosione perché sempre battuto dall’acqua) presso Traghetto, portò una forte devastazione, inondando Consandolo, Argenta e Portomaggiore. Ma non fu l’unica. Le cronache registrano tra il 1863 e il 1866 la quotidiana lotta contro le acque con i continui lavori agli argini, scavi e deviazione degli scoli anche per portare acqua ai maceri, ma nonostante tutto le campagne e la popolazione dovettero arrendersi alle inondazioni del 1869, 1871, 1872, 1889, accompagnate da acquazzoni che rendevano inefficaci le arginature e da forti scosse di terremoto occorse il 30 ottobre 1870 e il 18 marzo 1875. Si facevano così avanti i primi progetti di bonificazione meccanica come quello dato alle stampe dall’ingegnere Giovanni Biondini nel 1870, su una superficie di circa 6.700 ettari tra l’argine sinistro del Reno e l’argine circondario delle Valli di Comacchio, dal canale dei molini di Filo alla fossa di Benvignante. Per il comprensorio idraulico di Argenta e Filo fu firmato nel 1874 un contratto con la ditta Neville e C. di Venezia per la costruzione di due potenti macchine a vapore atte al prosciugamento delle valli argentane, da collocare a Bando. Ancora nel 1878 furono scavati numerosi scoli, tra cui la Fossa Marina da Argenta a Bando e dalla Menata di Longastrino al canale principale di Bando: iniziava così, non senza polemiche e recriminazioni, la bonifica meccanica delle Valli di Argenta.

Il perimetro di Argenta era segnato dagli avanzi delle antiche mura – l’ultimo rudere, tra la torretta Masi e la porta Fusa, fu abbattuto nel 1862 – e dalle porte di accesso: la porta di Sopra o di San Giacomo, la porta di Sotto o del Ponte, la porta di Vinarola o Fusa (demolita nel 1867), la porta del Mese, la porta della Piazza. La via grande di San Giacomo attraversava la città congiungendo l’omonima porta alla piazza maggiore. Delle numerose torri che emergevano nel tessuto urbano, rimanevano le tre – tra cui quella dell’Orologio – che si erano salvate dal terremoto del 1624. Fuori le mura, il borgo della Seliciata e numerosi insediamenti, possessioni intervallate a scoli e canali, terre antiche solcate dalle acque e inondate dalle rotte alternate a terre nuove in via di bonificazione.

È più che mai d’obbligo scrivere al passato: Argenta “era” ricca di chiese, di ospedali e di antichi edifici, perché pochi si sono salvati dalla distruzione. Nella sua storia rimbomba ancora la tragica eco del bombardamento del 12 aprile 1945. La virtuale “ricostruzione” del territorio è affidata alla memoria, allo scavo archeologico e a quello archivistico nella documentazione superstite (dell’archivio storico comunale si è salvato solo il 7-8% della consistenza anteguerra). Di grande aiuto è l’archivio dei periti agrimensori ferraresi (presso l’Archivio di Stato di Ferrara), tecnici che misuravano e stimavano le terre, spesso disegnandole, su commissione dei proprietari e per gli scopi più diversi.

Per esempio, è del perito Giovanni Battista Capozzi una descrizione datata 1824 che restituisce uno scorcio della piazza pubblica di Argenta – di antica memoria estense – dove il magazzino che dava accesso ai granai comunali («il granarone») attraverso una scala di undici gradini, era situato sotto un loggiato di sette archi con colonne «ottangolari» di pietra, con capitelli e piedistalli di marmo; un altro arco con colonna di pietre «irregolari» segnava la facciata all’ingresso dell’archivio notarile. Poco distante sorgeva la torre delle Pelli, già torre della Beccaria. Sotto il loggiato trovavano posto botteghe con i muri di «pietra in calce», e porte d’ingresso riparate da «scaffe» in legno con robusti catenacci e serrature.

Con l’appalto datato 12 febbraio 1850 si diede inizio alla costruzione del teatro nella piazza pubblica, su disegno dell’ingegnere comunale Gaetano Guidicini. Tra il 1853 e il 1854, poco prima del manifestarsi del colera in località Saline Stecchi, vennero sistemate numerose strade, ma fu con il nuovo decennio che si susseguirono rapidamente lavori diretti all’urbanistica. Il cantiere della piazza riguardò, tra il 1862 e il 1866, la torre dell’Orologio con il rifacimento della merlatura; l’interno e la facciata del palazzo Municipale oltre al loggiato, lastricato in marmo di Verona e privato di due colonne in marmo per la sostituzione della ringhiera in ferro; la loggia del teatro, selciata con una lastra di granito della cava di Monselice. A lavori conclusi, furono collocati nella residenza comunale i reperti provenienti dallo scavo archeologico, effettuato attorno al 1861, dell’antica pieve di San Giorgio. Un giardino pubblico fu predisposto alla sinistra della via per Lugo nel 1865, piantando il primo sempre verde, mentre il palazzo Galli, acquistato dal Comune, era in restauro per ospitare le scuole elementari, le scuole serali per adulti e della banda musicale. Anche l’interno della chiesa della Celletta venne restaurato (1870), mentre continuavano i lavori di sistemazione delle vie comunali, di scavo per docce sotterranee e pozzi artesiani, di costruzione di nuovi ponti e nuove strade, di collocazione dei pali del telegrafo tra Argenta e Ferrara passando per Portomaggiore, impresa aperta al pubblico il 30 novembre 1872. Nei primi anni Sessanta sulla strada provinciale il Comune faceva costruire un fabbricato dove, al piano terra, trovavano posto il forno comunale, un caffè, due beccarie, la pescheria. Nel 1885-86 veniva costruito ancora dal Comune un edificio ad Argenta, di fronte alla chiesa di San Nicolò, che dal 1887 avrebbe ospitato la Cassa di Risparmio, alcune botteghe, il telegrafo e la tipografia Bandi.

Nell’Ottocento il lavoro degli agrimensori – poi ingegneri – era stato molto intenso, anche perché gran parte del patrimonio ecclesiastico era confluito nei “Beni Nazionali” dopo le spoliazioni napoleoniche: le perizie ricordano beni dei soppressi conventi di San Domenico e di San Francesco, il terreno “Sabbiona” immesso nel patrimonio demaniale, fabbriche ad Argenta già di ragione del convento dei Cappuccini, appezzamenti di terreno già del soppresso Beneficio di San Giovanni.

Dalla possessione “Marianta” al sito “La Magnana” di Benvignante, da due casette ad uso di macello alla casa in pietra cotta dei fratelli Calzolari, dalla casetta nel borgo Seliciata dei fratelli Lolli di Boccaleone, alla cantina e tinazzara con terreno ortivo nella piazza del mercato, passando attraverso casali, valli, tenute, scavi per canali, livellazioni, controversie e affitti, pare che ogni più piccolo pezzo di terra, urbanizzato o coltivato, sia stato misurato dai periti che ce ne tramandano il ricordo insieme a quello di manufatti già distrutti, come la Torre di Bando caduta per il terramoto del 1624, l’avvanzo di un Battifreddo, o Torrione, il quale è stato di recente demolito (perizia del 1818); una striscia di terreno, o sia un pezzo di fossa antica esterna d’Argenta nella strada dei Cappuccini, ma per la maggior parte erano le grandi proprietà terriere che vedevano all’opera i tecnici, terreni e possessioni che ricordano nei loro nomi il paesaggio e l’appartenenza anche alla “nuova” nobiltà. Del proverbiale patrimonio dei conti Massari, per esempio, facevano parte diverse tenute tra Argenta, San Biagio e Filo (dove era la “Risarola Massari”, nel fondo “Rosolo”); nei vasti possedimenti della nobile casa Gavassini erano le “Case Gavassine” a San Biagio e il terreno “La Beccara”, il cui nome si associa facilmente alla “Beccara Nuova”, chiavica progettata nel 1914 afferente la cassa di espansione del Reno in località Campotto.

A mezzogiorno di domenica 30 dicembre 1883 era arrivato da Ferrara il treno “d’inaugurazione” per Argenta – via Montesanto e Portomaggiore – che trasportava le autorità ferraresi, la stampa e gli onorevoli Quirico Filopanti, Cesare Carpeggiani e Giovanni Gattelli verso l’immancabile rinfresco apparecchiato in un magazzino, concluso dal brindisi di ringraziamento formulato da Gattelli. E mentre sei anni più tardi, il 10 gennaio 1889, la vaporiera – simbolo del progresso e prova tangibile dell’attività di un intero secolo – raggiungeva Rimini, ad Argenta, in febbraio, scoppiavano i tumulti dei braccianti che chiedevano pane e lavoro cercando di invadere il Municipio e occupando la stazione ferroviaria.

Prendeva il proprio spazio il nuovo vigore sociale manifestato dopo l’Unità d’Italia: dai moti per l’indipendenza, dalle lotte operaie e dai grandi lavori di bonifica era nato il proletariato agricolo, interprete dei conflitti sociali di inizio XX secolo.

AG, 2011

Bibliografia e fonti

Giovanni Battista Capozzi, “Casa fuori Porta Primaro e botteghe nella pubblica piazza di Argenta presso la Torre delle Pelli”, perizia datata Argenta, 2 agosto 1824, Archivio di Stato di Ferrara, Periti Agrimensori Ferraresi, b. 140, perizia n. 2 del 1824; Argenta. Immagini del passato, a cura di Gianni Ricci Maccarini, Argenta, s.d. [1986]; Argenta nelle memorie storico-cronologiche raccolte dal dott. Luigi Magrini, a cura di Angela Ghinato, Banca Popolare di Milano, Casalecchio di Reno (Bologna), Grafis, 1988; Valentino Sani, Politica e società a Comacchio. Dall’età della Rivoluzione francese alla caduta del dominio napoleonico (1789-1913), in Storia di Comacchio nell’età contemporanea, a cura di Aldo Berselli, Ferrara, Este Edition, 2002, I, pp. 38-177; Angela Ghinato, Il tempo e la gente nei documenti. Fonti e storia per Argenta e il suo territorio, in Comune di Argenta, Museo Civico. Catalogo generale, Ferrara, Este Edition, 2008, pp. 21-49 (con bibliografia specifica).

Mercoledì, 10 Agosto 2011 15:01

Transpadana ferrarese

Il “territorio ferrarese al di là del Po” comprendeva località rivierasche ora in provincia di Rovigo, sulla sponda sinistra del fiume, strettamente legate alla storia e agli usi di Ferrara, sulla sponda destra del Po.

Due zone tra il Po e la riva destra del Tartaro, da Melara ad Ariano: la prima proprio di fronte a Ferrara, la seconda nel territorio degli attuali Comuni di Ariano, Corbola, Crespino, Papozze, parte del Comune di Adria e Villanova Marchesana.

Di fronte a Ferrara erano Bagnolo di Po, Bergantino, Calto, Canaro, Castelmassa, Castelnovo Bariano, Ceneselli, Ficarolo, Fiesso (Umbertiano dal 1867, in onore del re Umberto I che visitò il paese), Gaiba, Giacciano, Melara, Occhiobello, Salara, Trecenta, Stienta, Zelo.

I paesi condivisero completamente la storia di Ferrara, facendo parte del Ducato estense fino al 1598, anno della devoluzione che vide rientrare i territori tra quelli dello Stato pontificio, fino all’età napoleonica e al biennio cisalpino (1797-1799). Il Trattato di Campoformio (17 ottobre 1797) stabilì il confine dipartimentale nel Po seguendone il ramo principale (Po Grande) dalla Fossa detta la Polisella (Polesella) alla foce, aggregando la seconda zona della Transpadana alla provincia di Rovigo che passò, insieme al Veneto, sotto il governo austriaco.

Dopo la parentesi seguita alla resa di Ferrara agli austriaci (23 maggio 1799), il 19 gennaio 1801 tornarono i francesi con la seconda Repubblica Cisalpina, poi Repubblica Italiana nel 1802 (con capitale Milano), quindi Regno d’Italia napoleonico nel 1805.

La riorganizzazione territoriale di quell’anno definì i nuovi confini politici e amministrativi. Ferrara rimase il capoluogo del ristabilito Dipartimento del Basso Po, al quale si aggiunsero alcuni territori del Polesine di Rovigo, divisi tra il terzo e il quarto Cantone del primo Distretto con capoluogo Ferrara, il secondo Cantone del secondo Distretto con capoluogo Comacchio e il quarto Cantone del terzo Distretto con capoluogo Rovigo.

Del primo Distretto, terzo Cantone, facevano parte Trecenta con Sariano, Giacciano con Zelo, Bagnolo con Runzi, Ficarolo, Castel Guglielmo, Calto, Ceneselli, Massa Superiore con San Pietro in Valle, Salara, Bariano e Castelnuovo. Ancora nel primo Distretto, ma quarto Cantone: Fiesso con Bagnacavallo, Tessarolo, Ospitaletto e San Donato, Pincara, Frassinelle, Canaro con Garofalo, Paviole e Bresparola, Occhiobello con Ponte, Santa Maria Maddalena e Gurzone, Stienta con San Genesio e Bonello, Gaiba con Caselle e Tomaselle. Del secondo Distretto, secondo Cantone andarono a far parte Ariano con San Basilio e Rivà; del terzo Distretto, quarto Cantone, Crespino con Selva Ferrarese, Polesella con Raccano e Salvadeghe, Guarda Veneziana, Pontecchio con Bosaro, Villanova Marchesana con Canalnuovo, Papozze, Gavello.

Non deve sembrare, questa, un’arida lista, ma piuttosto una panoramica su lembi di territorio che hanno conosciuto una storia più movimentata, toponimi che lasciano trasparire un passato ferrarese, come ferrarese è ancora il dialetto che si parla in molte delle località.

Nel giro di pochi anni la sistemazione territoriale-amministrativa subì ancora modifiche: la geografia politica del 1812 registrava l’accorpamento di alcuni comprensori e il frazionamento di altri. Nel primo Distretto, con capoluogo Ferrara, le terre della Transpadana erano divise ancora tra il terzo Cantone (Ficarolo, Massa Superiore con San Pietro in Valle, Bariano e Castelnuovo, Calto, Ceneselli, Salara, Gaiba con Caselle e Tomaselle, Stienta con Bonello e San Genesio) e il quarto Cantone (Comune di Fiesso con Bagnacavallo, Tessarolo, Ospitaletto, San Donato; Pincara, Frassinelle, Occhiobello con Gurzone e Ponte Santa Maria Maddalena, Canaro con Garofalo, Paviole e Bresparola), riunite sotto la Cancelleria di Fiesso.

Il Congresso di Vienna (1815) decretò che il Po segnasse il confine tra il Lombardo-Veneto e lo Stato della Chiesa, decidendo così il passaggio alla provincia di Rovigo della Transpadana Ferrarese, le cui parrocchie dal 1819 andarono a far parte della diocesi di Adria, sotto la giurisdizione del patriarcato di Venezia. Il confine tra le province di Ferrara e Rovigo fu confermato definitivamente nel 1866, quando il Veneto passò all’Italia unita dopo la terza guerra di indipendenza.

Terra dai confini fragili, fu attraversata dai conflitti che videro di fronte Ferrara e la Serenissima, culminati nella “guerra del sale” (1482-1484) alla fine della quale il duca Ercole I d’Este dovette cedere la maggior parte del Polesine di Rovigo. Alla pace di Bagnolo Mella che concluse la guerra si riconduce la definizione di “Transpadana ferrarese”, di cui facevano parte le terre “salvate” dal trattato comprese tra il canale di Ostiglia a ovest, il Tartaro a nord, il Poazzo a est; nella stessa occasione alcune località polesane furono divise: ne sono un esempio Guarda Ferrarese e Guarda Veneta (detta poi anche Guarda Austriaca).

La decisa politica patrimoniale degli Estensi si rispecchia ancora, nell’Ottocento come oggi, nel territorio della Transpadana: in alcuni toponimi come le Presciane, in territorio di Canda, dove i lavori di bonifica vennero avviati da Prisciano Prisciani che ebbe un esteso appezzamento come premio per la nomina a fattore generale della Casa d’Este; o come Pincara, di cui fu investito nel 1473 l’alto funzionario della corte estense Guglielmo Pincari che intraprese le prime opere di bonifica; così come nell’eco dei nomi della nobiltà ferrarese di nomina estense, persone che vi abitarono e che, investendo capitali, resero fruttiferi ampi brani di terre.

Di Serravalle, per esempio, erano conti i Giglioli – con ampi interessi a Villanova Marchesana, Canalnuovo e zone limitrofe – dei quali esiste ancora la “villeggiatura” di Ficarolo, ereditata dai conti Saracco. In quella dimora, circondata da vasti appezzamenti messi a coltura, abitò da ultimo, con la sua famiglia, il conte Ermanno (1846-1907) che fu anche assessore e sindaco della località, nonché promotore del ponte di chiatte tra Ficarolo e Stellata di Bondeno (inaugurato il 5 agosto 1906) e sostenitore della “Zucchereria Nazionale”. Per la sua posizione strategica a due passi dell’argine del Po, la villa ebbe un preciso compito di “sentinella” del territorio anche nel 1866, durante la terza guerra di indipendenza, quando il generale Enrico Cialdini, comandante dell’armata italiana schierata a sud del Po verso Mantova e Rovigo, vi stabilì il suo quartier generale.

A Calto un “palazzo con giardino, orto e botteghe [...] corredato di muraglie”, di una casa “per li boari”, di fabbricati di servizio e di un fienile apparteneva alla famiglia Riminaldi, poi Saracco dopo la morte del cardinale Giovanni Maria (1718-1789); gli stessi detenevano proprietà a Bariano, Boara, Massa di Sopra, Bergantino, Castelnovo e nella Bonificazione di Zelo.

E, ancora, il marchese Alessandro Fiaschi, uno dei grandi possidenti della Transpadana, faceva misurare, nel 1814-1815, i 92 ettari delle sue terre concesse a livello ad meliorandum (per “migliorarle” e renderle fertili) situate a Gaiba, Massa Superiore e Ficarolo. Così come proprietari di vaste estensioni – 56 livelli tra Stienta, Ficarolo, Salara, Melara, Zelo, Gaiba, Massa Superiore, Sariano, Fiesso, Ceneselli, Occhiobello e Bosaro – erano i conti Masi, una cui discendente, Paolina (nata nel 1853) sposò il citato conte Ermanno Giglioli.

Il passato riecheggia anche nelle pietre “parlanti” di Badia Polesine, che trae il nome dall’abbazia della Vangadizza dove vollero la loro sepoltura Alberto Azzo II d’Este, fondatore del ramo ferrarese, e la moglie Alisa; di Bergantino con il ricordo del ricco mercante Giovanni Romei che ebbe numerose terre dal duca Borso d’Este; e ancora di Calto, dove fu capitano generale del Polesine Nicolò Ariosto, padre del poeta Ludovico che ricorda la località nella Satira I citando allusivamente il suo rifiuto di seguire il cardinale Ippolito d’Este in Ungheria («A Filo, a Cento, in Ariano e a Calto arriverei, ma non fino al Danubio, ch’io non ho piè gagliardi a sì gran salto»); di Castelguglielmo, dove era una fortificazione di Guglielmo Adelardi poi donata dagli Estensi alla famiglia Cammelli e passata ai nobili Cybo di Massa Carrara, dei quali Alderano sposò Marfisa d’Este; di Ceneselli (Cenexie), ricordata nella Cronaca di Ugo Caleffini in occasione di una violenta burrasca che investì il territorio l’ultimo giorno di agosto del 1493 atterrando «da 54 case» e uccidendo «infinitissimo ucellame»; di Melara con il suo palazzo estense e di Occhiobello, affidato ai conti Contrari. Sulla via Eridania, infine, sorge la villa Savonarola, già residenza di campagna della famiglia ferrarese, mentre a Pontecchio il duca Ercole I d’Este aveva «48 belle possessione, et altri citadini possessione 56», tutte sommerse nel 1480 da una rotta del Po.

È del 7 marzo 1814 la Nota dei maggiori possidenti del Cantone di Ficarolo (il cui estimo catastale ammontava a 475552.63 scudi) desunta dai registri del Censo di Ferrara (scaricabile in allegato), nella quale spiccano i nomi appena citati insieme a tanti altri più o meno conosciuti, tra i quali il “danaroso” Galeazzo Massari, uno dei “nuovi” nobili di nomina napoleonica.

La maggior parte delle terre era ancora nelle mani degli antichi proprietari alla fine dell’Ottocento, ma la Transpadana, come detto, aveva cambiato giurisdizione nel 1815, passando alla provincia di Rovigo.

AG, 2011

Bibliografia

[Giulio Mazzolani], Diario ferrarese MDCCCXIII, in Ferrara, per Francesco Pomatelli, 1808; Id., Diario ferrarese MDCCCXII, Ferrara, Pe’ Socj Bianchi e Negri al Seminario, 1812; Arnaldo Sivieri, La fine della transpadana ferrarese e la sua possibile rinascita, Abano Terme (Padova), Flaiana, 1996; Angela Ghinato, Piccole storie di antiche terre. Appunti storici e spunti di ricerca tra XVI e XIX secolo, in Transpadana Ferrarese. Terre e genti di confine, Ferrara, Comunicarte, 2000, pp. 13-69; Maria Rosa Mingardi, Raffaele Ridolfi, Carla Licata, Vicende e personaggi della valle alta del Po. Fra Cinquecento e Ottocento, Ferrara, Nuovecarte, 2005; Ugo Caleffini, Croniche 1471-1494, «Monumenti» della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, vol. XVIII, 2006; Angela Ghinato, Nella “villeggiatura” di Ficarolo: le terre, la gente, la vita, in Ugo Soragni, Angela Ghinato, Villa e villeggianti nella terra di Ficarolo, Rovigo, Minelliana, 2009, pp. 65-161.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:59

Partecipanza agraria

«Nelle province degli ex Stati pontifici e dell’Emilia, le università agrarie, comunanze, partecipanze e le associazioni istituite a profitto delle generalità degli abitanti di un comune, o di una frazione di un comune, o di una determinata classe di cittadini per la coltivazione o il godimento collettivo dei fondi, l’amministrazione sociale di mandrie di bestiame, sono considerate persone giuridiche.

Gli utenti ai quali sia stata o sarà assegnata la proprietà collettiva dei fondi ai termini degli art. 3 e p della legge 24 giugno 1888 n. 5489, sono, per virtù della presente legge costituiti in associazioni, considerate ugualmente persone giuridiche».

L’articolo 1 della Legge portante l’ordinamento dei domini collettivi nelle province dell’ex Stato pontificio del 4 agosto 1894, pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» del Regno il 5 settembre successivo, mentre stabiliva l’assetto dei dominî collettivi nelle province ex pontificie, riconosceva alle Partecipanze la piena personalità giuridica.

Le vicende dell’antichissimo istituto della locale Partecipanza Agraria si fondono in particolare con la storia di Cento, in terre rese produttive dal lavoro solidale degli uomini di un’intera collettività, uomini che “partecipano” a periodiche ripartizioni di lotti di terreno i quali, tutti insieme, formano un patrimonio comune. Il diritto alle distribuzioni proviene dalla discendenza dei destinatari da quelle famiglie che in origine formarono il primo gruppo di beneficiari, uso praticamente irrevocabile fino al possibile riscatto definitivo, un’affrancazione tramite il pagamento di una certa somma concordata.

La storia si snoda tra l’XI secolo – quando presero forma i primi insediamenti tra le paludi e le valli – e oggi, con la Partecipanza nata dalla ridistribuzione delle terre ai “capisti” decretata il 22 febbraio 1484 dal lodo del cardinale Giuliano della Rovere (poi papa Giulio II) dopo una momentanea sospensione. Secoli segnati prima dalla necessità di autonomia vivamente sentita da quella comunità, poi dal confronto con le acque, dall’esigenza di risanare il territorio con cui imparare a convivere. Oltre al Reno e al Panaro, numerosi corsi minori incrementavano le paludi in un paesaggio di canneti e boschi che ostacolavano la messa a coltura ma che offrivano risorse per il sostentamento degli abitanti (caccia, pesca, raccolta): terre produttive e ordine idrico del territorio sono i frutti della costante e faticosa bonifica. Non solo: gli obblighi e le responsabilità di cui erano investiti i gruppi coinvolti, ebbero in seguito un forte peso sull’evoluzione dei rapporti sociali e sulle vicende politiche.

Il ricordo di secoli di impegno nella gestione del territorio resta in alcuni toponimi come Dosso, Poggetto e Poggio (Renatico), mentre altri ricordano il corso impetuoso del Reno che scorreva a ovest di Cento: Renazzo, Corporeno, Reno Centese, via Reno Vecchio. Tra le opere di bonifica più impegnative, infatti, fu lo spostamento dell’alveo del Reno tra Cento e Pieve, terminato alla metà del XV secolo.

In questa ottica sono da leggere le vicende che hanno contraddistinto le terre del Centese, dall’accordo (1185) con il vescovo di Bologna e i centopievesi, che videro riconosciuta una loro rappresentanza comunale a condizione che il territorio fosse bonificato secondo un tracciato unitario e secondo le caratteristiche della zona. In una specie di “condominio territoriale”, da quel momento i canali si trasformarono in strade e gli insediamenti sui dossi emergenti si popolarono grazie alle enfiteusi (affitti) di terreni paludosi e boschivi concesse per lo più da enti ecclesiastici aventi la giurisdizione sull’area (vescovo di Bologna e abbazia di Nonantola) sia per renderli produttivi, sia perché era loro proibito vendere le proprietà. Le clausole peculiari dei contratti erano sempre le voci ad meliorandum – “migliorare” i terreni e metterli a frutto – e ad incolandum, cioè l’obbligo di residenza in loco. Dal momento in cui le terre davano i primi raccolti, un decimo di questi spettava al proprietario.

Se le attuali località di Corporeno e Buonacompra vedevano già completata l’opera di bonifica nel 1267, la zona detta “Malaffitto” presentava problemi maggiori a causa delle bizze del fiume Reno che vagava nel territorio rendendolo acquitrinoso, motivo per cui il toponimo originario Buonaffitto cambiò in Malaffitto, a significare il basso interesse proveniente dall’investimento in quell’area. Al XIV secolo circa risale la sistemazione del territorio che ancora oggi segna fortemente la zona secondo un disegno urbanistico razionale e geometrico – da Renazzo a Casumaro – ideato e realizzato dalla comunità, aggiornato ogni vent’anni nel momento delle ripartizioni dei lotti di terreno.

La terra, poca in verità rispetto a chi la abitava ma elemento fondante della società, era divisa in appezzamenti detti “morelli”, ciascuno delimitato da capezzagne di accesso tutte in direzione est-ovest, tutte distanti tra loro circa 192 metri. Il reticolo era attraversato da una “via Maestra” che partendo da Renazzo incrociava perpendicolarmente le capezzagne. Le periodiche suddivisioni definirono sempre di più la zona come spazio urbanizzato mediante la costruzione di case affacciate sulle piccole strade che attraversavano longitudinalmente l’area, dividendola in fasce della stessa larghezza. Tutte orientate verso sud, tutte della stessa forma, le abitazioni venivano costruite al limite del campo coltivato (per sfruttare la terra, senza sprechi), secondo la tipologia della “corte aperta”. I materiali per la costruzione erano quelli offerti dal luogo: dapprima argilla cruda per i mattoni, paglia e canne, in seguito mattoni cotti, legno per i solai, le scale e le coperture; le singole case furono poi completate, nel tempo, con un forno, un pozzo e una “casella” per conservare la canapa lavorata. Decisiva per i caratteri del paesaggio fu l’introduzione, tra Sei e Settecento, della coltura, appunto, della canapa, la cui prima lavorazione venne affiancata alle tradizionali attività agricole.

Quando Cento fu elevata al rango di città (1754) l’istituto della Partecipanza venne svincolato dal Comune che ne deteneva l’amministrazione (ma per le delibere riguardanti la Partecipanza non erano ammessi al voto i consiglieri che non ne facevano parte). Per decreto dell’amministrazione centrale dell’Alta Padusa, la separazione fu sancita ufficialmente il 12 febbraio 1796. Tuttavia, per intervento del prefetto del Dipartimento del Reno del regno napoleonico d’Italia, il 1° settembre 1807 i beni della Partecipanza furono ancora inglobati in quelli comunali, ma il 25 maggio 1814 un nuovo dispositivo del prefetto del Basso Po riconosceva che le terre dei partecipanti erano proprietà dei singoli, restituendogliele con il permesso di rinnovare le distribuzioni ventennali.

Dopo il 1815, il capo dell’amministrazione comunale nominava un Consiglio direttivo per la Partecipanza, con la facoltà di scegliere nella sua cerchia un’assunteria con poteri esecutivi. Con l’aumento dei consiglieri “fumanti” (non originari del luogo) che superarono il numero dei partecipanti in Consiglio comunale, nel 1834 si annunciò la possibilità di un Consiglio autonomo: tre anni dopo, il 7 aprile 1837, il prolegato mons. Caggiano istituì il nuovo consesso della Partecipanza, che nel 1867 avanzava la richiesta al Ministero dell’Interno per potersi convocare in Consiglio generale ed eleggere un comitato che avrebbe gestito autonomamente l’istituto. Quel tipo di conduzione proseguì fino al 1894, quando la legge citata in apertura decretava la personalità giuridica della Partecipanza. Per disposizione del prefetto di Bologna, inoltre, dal 18 settembre 1874 era già cessato ogni controllo, poiché le Partecipanze erano state dichiarate “private comunioni di beni”.

L’Ottocento è costellato da precise normative e regolamenti riguardanti l’incisiva realtà della Partecipanza: per esempio, veniva riaffermata l’esclusione dei non abitanti a Cento (1818), mentre i centesi abitanti a Ferrara potevano accedere al beneficio delle assegnazioni solo se residenti entro le mura (1839). Tra i regolamenti, quello pel servizio dei cursori comunali all’amministrazione della Partecipanza di Cento (approvato dal Consiglio nella seduta del 14 dicembre 1885), con gli articoli 1 e 2 affidava ai cursori comunali di Renazzo – per «tutti i beni compresi nella divisione di Malafitto Centese, esclusa la Frazione dell’Alberone di sopra» – e di Casumaro – per i terreni facenti parte «di Casumaro, di Alberone e di Reno Centese» – la sorveglianza dei territori della Partecipanza; le norme per lo scavamento della terra, fabbricazione, cottura dei mattoni ed esercizio delle fornaci nei terreni della Partecipanza di Cento (ratificate dal Consiglio il 14 dicembre 1885) prevedevano, tra l’altro, che chi voleva costruire fornaci «per fabricar mattoni» doveva farne domanda all’amministrazione indicando la località scelta per la fornace e «la cava della terra», la quantità dei mattoni cotti o crudi che si intendeva produrre, se per uso privato o commerciale; la normativa inerente l’atterramento delle piante sui terreni divisibili di Casumaro e Malaffitto centese (approvata il 14 dicembre 1885), proibiva ai partecipanti o possessori di capi l’abbattimento di «piante verdi» sulle terre da loro «usufruite» senza averne ottenuto la licenza dalla Magistratura, che l’avrebbe concessa nei casi di «maturità o aridità» delle piante, secondo la «convenienza o necessità dell’abbattimento, nell’interesse dell’agricoltura». E, ancora, furono dati alle stampe il Regolamento per la nomina della rappresentanza dei partecipanti di Cento (13 giugno 1884) e una successiva Appendice (28 novembre 1893), lo Statuto organico e regolamento disciplinare della Partecipanza di Cento, riformato a norma della citata legge n. 397 del 4 agosto 1894 (28 settembre 1895).

Alle controversie di carattere giuridico, discussioni e dispute che in certi momenti hanno minato l’esistenza della Partecipanza, questa ha sempre risposto mettendo in primo piano la stabilità di un’istituzione antica che, maturando nel tempo, ha saputo adeguarsi ai tempi, radicata profondamente nella cultura locale. Autonomia e solidarietà, condivisione e progettazione, lotta contro la palude e contro gli attacchi della privatizzazione, salvaguardia del territorio sono i presupposti del patto di famiglia che regge da secoli, nonostante i fisiologici cambiamenti, la Partecipanza Agraria di Cento.

AG, 2011 

Bibliografia

Rolando Dondarini, La Partecipanza di Cento, in Storia Illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Repubblica di San Marino, AIEP, 1987, vol. I, pp. 273-288; Bruno Andreolli, Le regole della Partecipanza tra conservazione e innovazione, in Cento e la Partecipanza Agraria, a cura di Carlo Poni, Antonio Samaritani, Ferrara, Corbo, 1999, pp. 48-63; Alessandro Tassinari, Il segno organico della Cento dei “capi”, ivi, pp. 621-631; Antonio Samaritani, La Partecipanza Agraria del Centopievese nella genesi e nelle vicende del comune rurale locale (sec. XII) sino all’avvento della dominazione estense (a. 1502), Partecipanza Agraria di Cento, 2004. I Regolamenti citati sono stati consultati nel sito www.partecipanzacento.it

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:57

I centri urbani: Copparo

Dipendente dal Distretto di Ferrara, il quinto Cantone di Copparo (residenza di Municipalità), a seguito del decreto napoleonico del 1805 comprendeva i Comuni di Coccanile con Ambrogio, Cesta e Zenzalino, Sabbioncello di Sopra con Sabbioncello di Sotto, Gradizza e Fossalta, Saletta con Tamara, Corlo e Correggio, Guarda Ferrarese, Ro con Rovina (Ruina) e Zocca, Formignana con Tresigallo, Cornacervina, Rero e Finale, Cologna con Fossasamba.

Dodici anni più tardi, dopo la caduta di Napoleone e la restaurazione dello Stato pontificio appoggiato dall’Austria, un nuovo ordinamento amministrativo vedeva Copparo sede di governatorato con giurisdizione mandamentale, comprendente gli “appodiati” (frazioni) di Coccanile con Ambrogio e Piumana; Formignana con Tresigallo; Rero con Finale; Saletta con Tamara; Sabbioncello di Sotto con Sabbioncello di Sopra, Fossalta e Gradizza; Cologna con Berra e Serravalle; Guarda con Ro e Zocca; Ruina. La località detta Le Venezie (poi, dal 1911, Jolanda di Savoia, in onore della figlia di Vittorio Emanuele III) diventò frazione a seguito delle grandi opere di bonifica.

Il frequentato mercato cittadino si teneva a Copparo ogni venerdì dal 20 maggio 1752, come stabilito dall’editto del cardinale legato Giovanni Battista Barni; la fiera annuale di San Pietro fu istituita nel 1817 con editto del cardinale legato Tommaso Arezzo: nei giorni 28, 29 e 30 giugno non era richiesto il versamento di tasse di posteggio o di altri balzelli a chi esponeva le proprie merci nelle strade e nelle piazze per una fiera franca molto importante, vivace e affollata.

Una grave carestia causata da forti nevicate invernali seguite da continue piogge che guastarono i raccolti, investì il territorio tra il 1853 e il 1855, anno in cui scoppiò una terribile epidemia di colera che decimò la popolazione. Nel dicembre 1859 – anno dell’annessione del territorio al governo delle Romagne – si modificava ancora la competenza amministrativa: Copparo diventava sede di Comune, al quale furono aggregate le “delegazioni” di Copparo con Cesta; di Coccanile, Ambrogio, Saletta, Tamara e Gradizza; di Sabbioncello con Sabbioncellino; di Fossalta, Formignana, Tresigallo, Rero e Finale; di Guarda con Ro, Zocca e Ruina; Cologna con Berra e Serravalle. Fino al 1889 le delegazioni disponevano di patrimonio e bilancio propri; nel 1909, accogliendo le istanze prolungatesi per anni di alcune frazioni del Mandamento, il Comune agricolo più esteso e più popoloso d’Italia venne diviso in entità di minori dimensioni, con la creazione, oltre a Copparo, dei Comuni di Ro, Berra, Formignana, Le Venezie.

Tra acque e terra, il grosso borgo formato da numerose “corti” conobbe un definitivo assetto urbano a partire dalla fine dell’Ottocento. Era dominato dal castello di Ercole II d’Este, il «real palagio» nel cui antistante slargo o nelle immediate vicinanze convergevano le strade degli agglomerati circostanti, nati attorno a insediamenti più antichi (come, per esempio, la zona più alta rispetto all’attigua pianura, frutto della copertura dei resti di un lazzaretto che nel XVII secolo era stato incendiato dopo un’epidemia di peste); presso snodi viari rilevanti come l’incrocio delle strade che portavano l’una alla tenuta di Zenzalino e l’altra al palazzo già estense; vicino a costruzioni di servizio come la fornace dove si cuocevano i mattoni.

Borgate nel borgo, piccole “corti”, faticosi assi viari dove agli inizi del Novecento iniziò la costruzione di case, di dimore importanti, del teatro comunale voluto da Enrico De Micheli, mentre lo sviluppo urbano non cancellava le tracce delle borgate, lasciando sopravvivere spazi chiusi come la piazzetta dei moléta (gli arrotini che vi si collocavano nel giorno del mercato) e i cortili incastonati uno dentro l’altro della Turchea.

Il palazzo municipale fu costruito sotto la direzione dell’ingegnere ferrarese Luigi Boldini nel 1875 sui ruderi del demolito palazzo estense (poi Barberini), devastato da un furioso incendio nel 1808. Sopravvisse alla distruzione solo una delle cinque torri del castello: al Turiòn, la torre estense. Un processo per tappe, la formazione del tessuto urbano di Copparo, allargatosi sempre attorno all’antico fulcro estense, attorno a quel castello divenuto casa comunale: strade, fognature e marciapiedi assestati, giardini, fino alla piazza Vittorio Emanuele II – sede del mercato –, al foro boario, alla caserma dei Regi Carabinieri e all’asilo infantile aperti nel 1901, e ancora alla stazione, alle scuole e alle carceri, in una successione chiaramente leggibile nelle mappe catastali del 1833, 1863, 1882 e 1913, in una sequenza che rispecchia pienamente e di pari passo la dilatazione demografica, la crescita sociale della comunità, la modernizzazione urbanistica.

Poco distante, un grosso borgo faceva capo all’antica villa di Zenzalino, dove si lavorava nel cantiere della riedificazione (1810). Sulla strada per Formignana, presso l’argine sinistro del Volano, Sabbioncello San Vittore, un altro tranquillo borgo dominato dalla quattrocentesca villa della Mensa di Ferrara, “villeggiatura” vescovile.

La sistemazione territoriale investì anche le frazioni, particolarmente nei loro edifici religiosi: a Gradizza si mise mano alla ricostruzione di chiesa dedicata ai santi Lorenzo e Vito (1813); a Saletta si innalzò la suggestiva chiesetta di San Michele arcangelo (1810-1842); a Tamara si ricostruì interamente quella di San Giovanni Battista (1839).

Il fragile equilibrio del territorio fu scombussolato dalle rovinose rotte dell’argine destro del Po a Ro e a Guarda Ferrarese nel maggio del 1872: le campagne di Ro, Guarda, Cologna e Berra rimasero per diverse settimane interamente coperte dalle acque che, superando gli argini del Canal Bianco, si riversarono nelle valli della Bonificazione estense. L’evento disastroso provocò anche la perdita dei raccolti, ma, d’altra parte, diede impulso alla seconda grande bonificazione. Nello stesso anno, infatti, la Società Bonifica Terreni Ferraresi aveva iniziato ad acquistare dai proprietari della zona le terre incolte e paludose, e in seguito alla grande alluvione molti possidenti decisero di cedere le loro terre sommerse, che nel giro di un decennio si convertirono in 22 ettari di terreno produttivo. Gli importanti lavori di bonifica, oltre a far nascere la nuova componente sociale del proletariato agricolo, portarono a un considerevole aumento della popolazione, prima per il supporto ai lavori, poi per lo stanziamento nelle “nuove” terre. Gran parte dei terreni bonificati fu venduta o affittata nel 1877 alla “Società Immobiliare Anonima Lodigiana” e alla “Società di Esportazione Agricola Cirio”: la nuova gestione delle terre portò alla crescita del proletariato agricolo, al rafforzamento del contratto di boaria e alla parallela crisi della piccola proprietà e della mezzadria. La maggioranza dei lavoratori era composta da bracciantato avventizio stagionale che viveva in condizioni difficili, ancor più complicate da malattie endemiche (pellagra, malaria) ed epidemiche (colera) che ancora colpirono duramente negli anni Ottanta, attecchendo facilmente nell’ambiente delle terre bonificate, in una popolazione dal regime alimentare estremamente povero.

In questo contesto trovò spazio, comunque, il processo di diffusione dell’istruzione elementare, tanto che nel Comune di Copparo intorno all’ultimo ventennio dell’Ottocento quasi ogni frazione o borgata aveva una propria scuola, pur se con una sola prima classe inferiore collocata per lo più in locali di fortuna. Per dare una sede adeguata alle scuole, il Comune si attivò fin dal 1885, per arrivare, tra il 1889 e il 1890, alla realizzazione ultimata degli edifici scolastici di Copparo e di tutte le frazioni. Le nuove costruzioni andarono ad arricchire la trama urbanistica di un grande paese che stava conoscendo uno sviluppo rapido nonostante le difficoltà.

Accanto al fervore edilizio, il crescente impegno sociale vedeva la nascita della Congregazione di Carità, della Società Operaia di Mutuo Soccorso e di un centro pubblico di lettura; la Cassa di Risparmio fu istituita con rogito del 26 aprile 1872.

L’ospedale mandamentale “San Giuseppe” fu costruito nei primi anni del Novecento, quando venne anche attivata la tratta di ferrovia Copparo-Ferrara: il primo treno sbuffante arrivò da Ferrara alle dieci del mattino del 21 settembre 1903, giorno dell’inaugurazione. Fu un evento straordinario anche per la rapidità con cui venne ultimata l’impresa: la linea, infatti, era stata concessa nel febbraio del 1902. Le cronache dei festeggiamenti tramandano le immagini, in rapida successione, di una folla entusiasta, dei discorsi delle autorità, delle esibizioni di bande, di gare di tiro a segno e fuochi d’artificio, di un banchetto per 180 invitati allestito all’interno e all’esterno del palazzo comunale: in qualche modo, dal centro alla periferia, dall’originario perno attorno al quale ruotava la vita all’ultima innovazione tecnologica, si chiudeva uno degli immaginari cerchi concentrici che avevano definito per tappe la forma urbis di Copparo.

AG, 2011

Bibliografia

Franco Cazzola, La bonifica del Polesine di Ferrara dall’età estense al 1885, in La grande impresa degli Estensi, Ferrara, Consorzio di Bonifica 1° Circondario Polesine di Ferrara, 1991, pp. 103-251: 240-241; Giusberto Pellizzola, Andrea Vallieri et alii, Un treno per Copparo. Storia della ferrovia, Comune di Copparo (Ferrara), 1998; Copparo. Volti Luoghi Memorie, a cura della Associazione Culturale “Città di Copparo”, [stampa Cento, Ferrara, Siaca Arti Grafiche], 1998; Luciano Maragna, Il Risorgimento a Copparo, Ferrara, Corbo, 2004; Isabella Fedozzi, Katia I. Canella, Le radici e la pianta. Cent’anni di Scuole Elementari di Copparo 1906-2006, Edizioni del Comune di Copparo, 2007; Angela Ghinato, Il paesaggio, le emergenze, i borghi, la gente: percorsi sul territorio storico, in Gente di terra e di acque. Il Comune di Formignana nel Centenario della fondazione (1909-2009), a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Nuove Carte, 2009, pp. 9-38.

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