Marcello Toffanello

Marcello Toffanello

Ricercatore a tempo determinato (2011-2014) presso il laboratorio TekneHub dell'Università di Ferrara, dove si occupa di gestione e valorizzazione del patrimonio culturale.

Laureatosi in Conservazione dei beni culturali all’Università di Udine (1992), si è in seguito specializzato in Storia dell’arte all’Università di Bologna (1996) ed ha conseguito il dottorato di ricerca nella stessa disciplina presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti e Pescara (2006).

È stato inoltre borsista dell’Accademia Nazionale di San Luca di Roma (1993), della Fondazione “Roberto Longhi” di Firenze (1994-95) e Research Assistant presso il Metropolitan Museum di New York (2000-01). Ha vinto il Premio Raimonda Gazzoni Frascara per la miglior tesi di specializzazione in storia dell’arte all’Università di Bologna (1997) e si è classificato secondo all’VIII Premio Niccolini (2003) per opere di argomento ferrarese (1997-2002) con il volume Giuseppe Mentessi. Opere nelle collezioni del Museo dell’Ottocento di Ferrara (Ferrara, Civiche Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, 1999).

Dal 1994 al 1999 è stato collaboratore a contratto delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, dedicandosi in particolare alla schedatura informatica del patrimonio, al riallestimento e alla redazione degli apparati didattici e delle guide dei musei, alla programmazione delle campagne di restauro e alla riorganizzazione dei depositi.

Ha curato mostre dedicate ad artisti ferraresi dell’Ottocento tenutesi in Palazzo dei Diamanti (Un museo in mostra, 1994, con Beatrice Buscaroli; Giovanni Boldini. Opere su carta, 1997, con Andrea Buzzoni; Giuseppe Mentessi, 1999) e ha redatto i cataloghi delle opere di Giovanni Boldini (1997), Filippo de Pisis (1998) e Giuseppe Mentessi (1999) di proprietà delle Civiche Gallerie.

Dal 2003 al 2008 è stato docente a contratto di Teoria e storia del restauro delle opere d’arte presso l’Università di Chieti. Nel 2009-10 ha insegnato Storia dell’arte rinascimentale italiana presso la sede ferrarese del Council on International Educational Exchange (affiliato alla Association of American College and University Programs in Italy). Dal 2011 tiene il corso di Museologia presso l'Università di Ferrara.

Come studioso di arte antica si è occupato soprattutto di Cosmè Tura e dell’ambiente artistico ferrarese del Quattrocento, con particolare attenzione alle tecniche artistiche, alla storia sociale dell’arte e alla storia delle esposizioni d’arte antica. Su questi argomenti ha pubblicato articoli su riviste scientifiche, saggi e schede nei cataloghi delle mostre su Tura tenutesi al Gardner Museum di Boston (Milano, Electa, 2002) e in Palazzo dei Diamanti a Ferrara (Ferrara, Ferrara Arte, 2007) e nel volume dei “Mirabilia Italiae” dedicato a palazzo Schifanoia (Modena, Panini, 2007).

Fra le pubblicazioni di carattere divulgativo, è autore di monografie su Rogier van der Weyden (2004), Hans Memling (2005) e Cosmè Tura (2005) per la nuova serie della collana dei “Classici dell’arte” pubblicata da Rizzoli - Skira, del fascicolo monografico dedicato a Tura dalla rivista “Art Dossier” (2007) e della guida ufficiale Unesco di Ferrara: la città rinascimentale e il suo delta del Po (Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2005).

Le sue pubblicazioni più recenti sono: Le arti a Ferrara nel Quattrocento. Gli artisti e la corte, Ferrara, EdiSai, 2010; Ferrara: gli Este. 1395-1535, in Corti italiane del Rinascimento. Arti, cultura, politica, 1395-1530, a cura di Marco Folin, Milano, Officina Libraria, 2010 (ed. inglese: Woodbridge, Suffolk, Antique Collectors’ Club, 2011); Melozzo romano e Melozzo romagnolo: la mostra del 1938, in Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, a cura di Daniele Benati, Mauro Natale, Antonio Paolucci (catalogo della mostra: Forlì, 2011), Milano, Silvana, 2011.

Venerdì, 16 Dicembre 2011 14:44

Letteratura

Non si può dire che nell’Ottocento Ferrara fosse un importante centro letterario. Davvero, fra gli anni universitari di Vincenzo Monti (1771-78) e la prima produzione poetica di Corrado Govoni (1903-15) – e dunque per tutto l’arco cronologico che qui ci interessa – ben pochi sono stati gli scrittori ferraresi la cui fama abbia varcato i confini della provincia. E anche a considerare quei pochi casi, si trattò spesso di figure irrelate le une alle altre, che trascorsero buona parte della loro vita lontano dall’antico Ducato estense, cui rimasero legati per nascita e affetti famigliari. Di fatto, una significativa comunità letteraria ferrarese si ricreò solo nel Novecento, prima col sodalizio fra Govoni, De Pisis, i fratelli Neppi e i due De Chirico, poi, dopo il 1925, attorno alle pagine culturali del «Corriere Padano» dirette da Giuseppe Ravegnani. Quella che segue non intende dunque essere una impossibile “storia della letteratura ferrarese nell’Ottocento”, ma una semplice rassegna di personaggi ed episodi di diversa rilevanza nel panorama delle lettere nazionali, variamente legati a una tradizione letteraria locale, l’opera dei quali fu accolta in patria con differente fortuna.

L’epoca neoclassica è rappresentata da Vincenzo Monti (1754-1828), che la lapide sul palazzo di famiglia di fronte alla Biblioteca Ariostea vorrebbe, troppo generosamente, “dell’età sua poeta sovrano”. Nato ad Alfonsine, nella Romagna estense, trascorse a Ferrara solo il periodo degli studi universitari per poi trasferirsi a Roma e a Milano, dove scrisse i suoi componimenti più noti. Tuttavia non c’è dubbio che la sua opera abbia importanti radici ferraresi: è il giovane Monti stesso a dichiarare il suo debito nei confronti di due figure della recente storia letteraria cittadina, Alfonso Varano (1705-1788) e Onofrio Minzoni (1734-1817), che furono per il poeta il tramite con una più antica tradizione. Minzoni, apprezzato predicatore e penitenziere della Cattedrale, autore di una raccolta di Rime e prose di ispirazione religiosa (Venezia 1794), indirizzò Monti all’ornata eloquenza di padre Daniello Bartoli (1608-1685), storico della Compagnia di Gesù; mentre da Varano, autore delle ispirate Visioni sacre e morali (1766), Monti riprese lo slancio mistico del grande poema dantesco e la tormentata sentimentalità che fu di Tasso, elementi questi ultimi che, arricchiti di echi da Omero e Milton, favorirono il passaggio del poeta ferrarese dalla “arcadia lugubre” degli esordi alle suggestioni ossianiche e preromantiche delle opere composte prima di orientarsi definitivamente al neoclassicismo.

In particolare, le origini ferraresi di Monti si avvertono nelle parti della sua opera che oggi sentiamo più vicine, non dunque nei poemi encomiastici che tante lodi e critiche gli attirarono in vita, ma nella lettera in cui chiede allo storico Antonio Frizzi ragguagli sul Tasso, nel carteggio con Leopoldo Cicognara, grande teorico del neoclassicismo, e in quello con Giambattista Costabili Containi, risalente agli anni dell’impegno politico repubblicano (1794-1804). Ma soprattutto è l’Ariosto del Furioso e delle Satire a fornire a Monti il metro poetico e la misura ironica per le sue traduzioni – che sono in realtà reinterpretazioni – della Pulzella d’Orléans di Voltaire, delle Satire di Persio e dell’Iliade di Omero, oggi ritenute le opere più vitali dell’autore.

Infine, a legare il poeta di Alfonsine alla cultura ferrarese furono alcuni atti di forte valore simbolico che ne perpetuarono la memoria in città dopo la morte: la collocazione di una statua nella Cella degli uomini illustri nel cimitero della Certosa, a fianco di quelle di Cicognara, Varano e Bartoli, e la donazione alla Biblioteca Ariostea dei cimeli del poeta, fra i quali l’urna che ne contiene il cuore.

Ben radicata nella storia culturale cittadina è anche una singolare opera, Le veglie di Tasso, pubblicata a Parigi nel 1800 dal lughese Giuseppe Compagnoni, già titolare della prima cattedra europea di diritto costituzionale presso l’Università di Ferrara. Si tratta di un falso letterario che Compagnoni attribuì alla penna stessa del poeta sorrentino. Composta da 34 monologhi drammatici in cui Tasso chiuso nel carcere di Sant’Anna dialoga con interlocutori immaginari, l’opera contribuì a fare del poeta la figura esemplare del genio romantico, melanconico, disperatamente innamorato e insofferente nei confronti delle costrizioni sociali della corte. L’opera, presto tradotta nelle principali lingue europee, fu ristampata in 26 edizioni nella prima metà del secolo, conobbe una vasta diffusione e fu esclusa dagli autografi tassiani solo alla fine del secolo grazie agli studi filologici di Angelo Solerti. Sul modello di Rousseau e di Alfieri, Compagnoni fece di Tasso un contestatore della tirannide, rappresentando il duca Alfonso II in modo ben diverso da come appariva nel Torquato Tasso di Goethe (1790), dove l’Estense vestiva i panni di un sovrano illuminato che cercava di far uscire il poeta dal suo esasperato solipsismo.

L’opera di Compagnoni inaugurò una serie di scritti che fecero della Ferrara medievale ed estense uno dei soggetti tenebrosi preferiti dalla letteratura romantica europea. Basti qui ricordare i poemi di Lord Byron The Lament of Tasso (1817) e Parisina (1818) e il dramma dedicato da Victor Hugo a Lucrezia Borgia nel 1833. In quello stesso anno Donizetti trasse dalle tre opere letterarie – adattate dai librettisti Jacopo Ferretti e Felice Romani – una trilogia di argomento ferrarese, che costituisce un caso unico nel panorama musicale dell’Ottocento. La Parisina di Byron, tradotta da Giuseppe Maria Bozoli nel 1832 e da Pietro Niccolini nel 1860, conobbe una certa fortuna lungo tutto il secolo, fino all’adattamento operatone da D’Annunzio per l’omonimo melodramma di Mascagni andato in scena alla Scala nel dicembre del 1913.

Non è invece riconducibile a un ambito ferrarese l’attività di librettista svolta per Giuseppe Verdi da Temistocle Solera (1815-1878) – ferrarese di nascita ma milanese di educazione – che per il maestro scrisse i testi dei primi grandi successi, fra i quali il Nabucco (1840) col Va’ pensiero, I Lombardi alla prima crociata (1843) e l’Attila (1846). La romanzesca biografia di Solera lo accomuna a Giovanni Finati (1786-post 1829), il quale, partito per i Balcani come soldato napoleonico, presto disertò per arruolarsi nell’esercito ottomano e divenire infine guida di viaggiatori e archeologi europei in Egitto e Medio Oriente. La sua autobiografia fu pubblicata a Londra dall’esploratore inglese William J. Bankes (The life and adventures of Giovanni Finati of Ferrara, London 1830), ma, come per Solera, così per Finati l’avventura ebbe inizio solo dopo aver lasciato la città natale.

Nella seconda metà del secolo l’attività letteraria negli antichi domini estensi si era ridotta a poca cosa: dallo spoglio delle pagine critiche della «Gazzetta Ferrarese» si fatica a individuare alcuni nomi che si elevino dalla condizione di dilettanti. La selezione rischia di essere arbitraria, ma fra i poeti si possono ricordare: Scipione Contini, autore fra il 1870 e il 1920 di diversi componimenti d’occasione nello stile tardoromantico di Aleardi; il prolifico giornalista Romualdo Ghirlanda (1843-1908); l’avvocato Umberto Avogadri (1868-1922); il carducciano Mario Ferraresi, attivo fra il 1894 e il 1908; e soprattutto Mario Mazzolani (1877-1944), poeta d’intonazione carducciana, con reminiscenze dai classici (Leopardi e Foscolo) e qualche eco dannunziana. Fra i prosatori, oltre ad Aldo Gennari (1826-1893), giornalista e autore di racconti e saggi pedagogici e storici, va segnalato Giovanni Pazzi (1858-1910), critico militante cattolico, ferocemente avverso a ogni forma di modernismo, autore del saggio Lettera ai morti (Torino 1896) e di alcuni romanzi, fra i quali un ennesimo Ugo e Parisina nel 1908. Fama maggiore ebbe Ottorino Novi (1858-1936), romanziere, saggista, conferenziere, collaboratore di importanti riviste letterarie nazionali. Novi diede le opere migliori all’inizio della sua lunga carriera: la memoria autobiografica Soldato (Bologna 1882) e la trilogia incompiuta Gli schiavi di sé stessi (In vano, Milano 1894; L’esca, Milano 1897), nella quale la critica ravvisò l’emergere di una vena decadente e morbosa.

Il più noto scrittore ferrarese fra Otto e Novecento fu tuttavia Domenico Tumiati (1874-1943), cui si devono alcuni poemetti d’argomento storico, secondo i modelli del giovane Pascoli e di D’Annunzio (Iris Florentina, Firenze 1895; Marfisa, Bologna 1906), una serie di drammi dedicati alle maggiori figure del Risorgimento italiano (Milano 1909-18) e quattro melologhi (L’abbazia di Pomposa, Emigranti, Parisina e La morte di Boiardo, Bologna 1900-05) musicati da Vittore Veneziani e recitati dal fratello Gualtiero, noto attore. Trent’anni dopo Rossetti e Burne-Jones, Tumiati, che lasciò presto Ferrara per Firenze, dove condusse in aristocratico distacco un’esistenza da esteta, fu un «perenne fantasticatore di cavalcate di paggi, marchesane e guerrieri oltreché di solitudini monastiche ai bordi della gran pianura» (Franco Giovanelli). Ma nel 1903 la scenografica rappresentazione notturna della sua Parisina nel Castello Estense alla presenza di D’Annunzio ebbe risonanza non solo locale. Sia Novi che Tumiati si esercitarono inoltre nella critica d’arte.

Fra i due secoli anche Cento ebbe due scrittori di rilievo nazionale, seppure molto diversi fra loro: Olindo Malagodi (1870-1934) e Maria Majocchi Plattis, in arte Jolanda (1864-1917). Il primo fu uomo politico e giornalista, inizialmente socialista e in seguito liberale giolittiano. Corrispondente della «Tribuna» da Londra, poi esule antifascista a Parigi, scrisse importanti saggi di storia economica, alcuni volumi di poesie di gusto carducciano (raccolte in Poesie vecchie e nuove 1890-1915, Bari 1928) e il raffinato romanzo Il focolare e la strada (Torino-Roma 1904). La marchesa Majocchi trascorse invece tutta la sua vita nella tranquilla cittadina emiliana. Cattolica moderatamente progressista e convinta sostenitrice dell'emancipazione delle donne, cominciò giovanissima a pubblicare racconti su «Cordelia» e su altre riviste della nascente stampa periodica femminile, alcune delle quali diresse in età matura. Grazie a romanzi come Le tre Marie (Rocca San Casciano 1899) e La perla (Ivi 1916) e alla raccolta di saggi critici Dal mio verziere (Ivi 1896), Jolanda conobbe un successo popolare che varcò i confini nazionali e si conquistò un posto di rilievo nell’affollata galleria delle scrittrici fra Otto e Novecento, accanto a figure come Grazia Deledda, Matilde Serao e Neera, dimostrandosi «narratrice feconda e a tratti felice per penetrazione psicologica e grazia stilistica, ondeggiante fra i temi e i luoghi, le cadenze e i vezzi del verismo borghese e quelli del decadentismo» (Clemente Mazzotta).

Nacque invece a Tamara, nel Comune di Copparo, Corrado Govoni (1884-1965), la cui opera poetica appartiene interamente al Novecento e, come intuirono immediatamente critici quali Giovanni Papini, Giuseppe Antonio Borgese ed Emilio Cecchi, contribuì in modo non marginale al rinnovamento della lirica italiana. Infatti, il precoce crepuscolarismo delle due raccolte pubblicate a Firenze dal ferrarese nel 1903 (Le fiale e Armonia in grigio et in silenzio) operò una rottura con la lirica ottocentesca e una rivoluzione formale ugualmente distante dalla poesia aulica di D’Annunzio e dal Pascoli più legato alla “gran scuola carducciana”. Nelle successive raccolte Fuochi d’artifizio (Palermo 1905) e Aborti (Ferrara 1907) Govoni accentuò la modernità del suo stile conferendo nuova libertà al verso, mentre l’affermazione di poeti a lui congeniali come Corazzini, Gozzano, Moretti e Palazzeschi contribuì a farlo uscire dall’isolamento provinciale. Dopo la parentesi futurista di Poesie elettriche (Milano 1911) e Rarefazioni (Milano 1915) – esperimenti paroliberi e di poesia visiva – Govoni diede probabilmente il suo capolavoro con l’Inaugurazione della primavera (Firenze 1915). Terminata la Grande Guerra, lasciò definitivamente la terra natale per Roma, ma, come si è detto, il suo sodalizio con de Pisis, De Chirico e Savinio aveva ormai segnato l’ingresso – per la verità non troppo consapevole – di Ferrara nel Novecento italiano.

MT, 2011

Bibliografia

Corrado Govoni e l’ambiente letterario ferrarese del primo Novecento, Atti del convegno promosso dall'Accademia delle scienze di Ferrara, 18 settembre 1984 [s.d., s.l.]; Franco Giovanelli, Ottocento e Novecento letterario, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, vol. III, Milano, AIEP, 1989, pp. 801-816; Oscar Ghesini, La Gazzetta ferrarese: percorsi critico-letterari (1848-1899), Ferrara, Liberty house, 1999; Walter Moretti, “Compagnoni, Monti, Leopardi e Manzoni”, in Da Dante a Bassani: studi sulla tradizione letteraria ferrarese e altro, Firenze, Le lettere, 2002, pp. 101-153; Vincenzo Monti nella memoria di Ferrara: manoscritti, libri e documenti, a cura di Alessandra Farinelli Toselli e Luigi Pepe, Bologna, CLUEB, 2004.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 15:00

Pittura

Al principio dell’Ottocento le maggiori famiglie della borghesia imprenditoriale agraria che avevano consolidato la loro fortuna economica e politica in età napoleonica procedono a una trasformazione dei palazzi dell’antica nobiltà cittadina passati in loro proprietà. Tali interventi raramente prendono le forme di una radicale ristrutturazione architettonica ma spesso comportano il totale rinnovamento della decorazione d’interno: arredi, stucchi e soprattutto volte affrescate (vedi Architettura e scultura). Il nuovo linguaggio classicista, con tutte le sue implicazioni ideologiche, viene importato in città e con esso un nuovo gusto, maggiormente aggiornato alle contemporanee esperienze francesi. Né tale fervore decorativo si interrompe con la Restaurazione, richiedendo anzi la mutata situazione politica se non altro una revisione iconografica dei soggetti rappresentati, che passano dall’illustrazione di temi repubblicani e cesarei a quelli della storia patria municipale. Già nel 1807 uno dei maggiori rappresentanti del neoclassicismo “giacobino”, Felice Giani, giunge a Ferrara dalla vicina Romagna per eseguire opere ora perdute per i Massari. I contatti dell’artista con la città si intensificano negli anni seguenti culminando nella partecipazione di Giani alla decorazione di alcune sale di palazzo Nagliati Braghini e casa Gatti Casazza (arch. Gaetano Armanini, 1815-20), che costituiscono i capolavori del neoclassicismo in città.

L’artista maggiormente rappresentativo dell’epoca napoleonica a Ferrara è però il bolognese Giuseppe Santi, la cui fortuna comincia con l’arrivo delle truppe francesi nel 1796; a lui il governo rivoluzionario affida le più significative commissioni pubbliche: la prima decorazione del Teatro Comunale (1797-98), gli apparati effimeri e l’ornamento pittorico della tomba dell’Ariosto in occasione della sua solenne traslazione in palazzo delle Scienze (1801). Di fondamentale importanza per il corso dell’arte in città è l’attività di insegnante svolta da Santi presso la Scuola di Pittura dell’Ateneo Civico, alla quale si formeranno i maggiori pittori decoratori della prima metà del secolo.

La transizione dal classicismo inquieto e protoromantico di Giani e Santi a un linguaggio pienamente romantico, ricco di riferimenti alla tradizione veneta e locale ferrarese, può essere colta nell’attività dispiegata fra il 1830 e il 1860 da Francesco Migliari e dalla sua ampia bottega all’interno degli edifici ferraresi – da palazzo Camerini (arch. Giovanni Tosi, c. 1830-35) alla residenza Gulinelli di via XX settembre (arch. Luigi Federzoni [?], 1825-40), dal Ridotto del Teatro Comunale (terminato nel 1845) ai diversi ammodernamenti delle stanze dei cardinali legati nel Castello Estense – dove l’ordinato impianto della decorazione all’antica si apre a sempre più ampi squarci scenografici e paesaggistici. All’interno di tali cantieri, accanto a Francesco Saraceni, che, con estro di dilettante, dà un’interpretazione teatrale e popolare dei fatti della storia cittadina, emerge la figura di Girolamo Domenichini, il maggior rappresentante del romanticismo storico a Ferrara, che, grazie anche alla sua permanenza presso le accademie di Firenze e Roma, riesce a rendere partecipe l’ultima “scuola ferrarese” al nuovo linguaggio artistico nazionale.

La critica ha ravvisato nella decorazione della volta del Teatro Comunale terminata nel 1851 da Migliari, Domenichini e bottega la più alta sintesi raggiunta in campo artistico fra le istanze di identità culturale municipale e di partecipazione al risorgimento nazionale propugnate dalle classi dirigenti cittadine fra Restaurazione e Unità. Ma in epoca postunitaria gli epigoni di Migliari ne continuano l’attività in modo scolastico e ripetitivo. Il radicale rinnovamento della decorazione interna della Cattedrale, eseguito nel 1880-90 da una schiera di collaboratori secondo il progetto di Alessandro Mantovani – un ferrarese espatriato a Roma, dove aveva diretto gli ultimi cantieri decorativi pontifici come quello della Loggia Pia in Vaticano – segna anche nella coscienza dei contemporanei l’avvenuta uniformazione del linguaggio artistico a modelli estranei alla storia cittadina. Nel passaggio fra i due secoli, all’eclettismo di matrice purista del cantiere della Cattedrale si sostituisce uno stile neorinascimentale in chiave Art Decò: cruciale in questo passaggio è l’attività della bottega famigliare di Giovanni Medini, anche lui formatosi sui ponteggi del Duomo, che sarà responsabile dei maggiori interventi di decorazione di interni di chiese ed edifici storici, spesso sconfinanti nel rifacimento in stile.

Venendo ora alla pittura da cavalletto, negli anni Trenta emerge, a fianco di Girolamo Domenichini, una generazione di giovani artisti che completano la propria formazione nelle grandi accademie della penisola – Venezia e Firenze soprattutto – e che pur lavorando prevalentemente in città mantengono rapporti con gli altri centri culturali italiani. Fra di essi vanno segnalati almeno Massimiliano Lodi e Gaetano Turchi, autori di tele ispirate alla storia politica e letteraria di epoca estense che adottando i temi del romanticismo storico partecipano al progetto patriottico di far sorgere la nazione dal passato municipale. In questo processo di unificazione linguistica non va sottovalutato il ruolo inizialmente avuto da Leopoldo Cicognara, che aveva indirizzato a Roma (e dunque al classicismo) gli allievi ferraresi dell’Accademia di Venezia, di cui era presidente.

Un capitolo estremamente significativo del recupero delle memorie storiche cittadine in epoca risorgimentale riguarda l’attività di una folta schiera di pittori-copisti-restauratori, nell’opera dei quali si fa labile la distinzione fra creazione originale, rifacimento in stile e falso. Si tratta di un fenomeno di grande rilievo culturale, di cui vanno evidenziati i rapporti col collezionismo pubblico e privato, con la ricerca documentaria, con la riscoperta critica dell’antica scuola pittorica ferrarese (vedi: Storia dell’arte; Musei; Collezionismo). Ne sono protagonisti, fra gli altri, Giuseppe Saroli, Gregorio Boari, Antonio Boldini (padre del celebre Giovanni), Gaetano Domenichini (padre di Girolamo) e Girolamo Scutellari, che fu anche primo biografo degli artisti ottocenteschi. In epoca postunitaria, quando l’attività dei pittori-copisti perde il suo significato più profondo, va segnalata la figura di Giuseppe Mazzolani, restauratore degli affreschi di Schifanoia e autore di loro fedeli riproduzioni – tuttora utili fonti documentarie – che fra Otto e Novecento fu anche affermato ritrattista di stampo fotografico.

Il pittore più rappresentativo dell’Ottocento ferrarese è tuttavia Giovanni Pagliarini, la cui personale parabola riassume esemplarmente le vicende artistiche cittadine. Allievo di Saroli a Ferrara, fra il 1829 e il 1835 frequenta le accademie di Venezia e Firenze, per poi trasferirsi a Trieste e a Udine, dove realizza grandi dipinti di soggetto storico e religioso. Forte di queste esperienze, Pagliarini elabora una cultura pittorica “di frontiera”, che tramite l’insegnamento di Politi e Grigoletti combina suggestioni tratte dal Cinquecento veneziano e un’acuta propensione per il Biedermeier, che ne fanno una sorta di corrispettivo ferrarese del giuliano Giuseppe Tominz, mentre nel campo del ritratto l’artista ferrarese mostra di meritare un ruolo di tutto rispetto nell’ambito del naturalismo romantico rappresentato dal modenese Adeodato Malatesta. Dopo il ritorno in patria nel 1859 la pittura di Pagliarini sembra però perdere quella capacità di mantenersi sospesa fra idealizzazione della forma e scrutinio realistico che aveva prodotto capolavori come la Madonna col Bambino oggi al Museo dell’Ottocento, per raggelarsi progressivamente in un verismo fotografico non privo comunque di qualità di resa formale e capacità di introspezione.

La vicenda della pittura di paesaggio può essere sintetizzata nei nomi del romagnolo Giovanni Monti, che invia a Ferrara le immagini della campagna laziale care ai viaggiatori del Grand Tour, del suo epigono Cesare Zaffarini, pure operoso a Roma, e di Augusto Droghetti, autore di delicati paesaggi del Po, già segnati dai primi insediamenti industriali. Nel genere della veduta si esercitano Ignazio Turci, Giuseppe Coen e soprattutto Giuseppe Chittò Barucchi, la vicenda artistica del quale presenta caratteri analoghi a quella di Pagliarini. Anche Chittò perde progressivamente lo slancio iniziale e l’aura moderatamente cosmopolita assorbita dal contatto con la Venezia asburgica per scadere in una ripetitiva produzione di mestiere, volta a offrire alla borghesia cittadina immagini rassicuranti dei luoghi domestici.

Nella tarda attività di Pagliarini e Chittò la critica ha voluto vedere «il fallimento del programma di autonomia linguistica» della rinata scuola ferrarese (Carlo Gentili, 1981), seguito al rinchiudersi della borghesia risorgimentale, e con essa della cultura cittadina, in un quieto orizzonte provinciale. «La storia successiva non sarà più di Ferrara, ma di ferraresi» (Claudio Savonuzzi, 1971): l’attività dei maggiori pittori dell’ultimo quarto di secolo si svolge infatti lontano dalla città: Giovanni Boldini lascia Ferrara per Firenze nel 1864 e si stabilisce definitivamente a Parigi nel 1871; nel 1877 si trasferiscono a Milano Gaetano Previati e Giuseppe Mentessi; infine, verso la fine del secolo, è Alberto Pisa a ricercare il successo internazionale sulle orme di Boldini a Firenze e a Londra. È una diaspora che si intensifica con l’ultima generazione nata nell’Ottocento, da Ugo Martelli e Giovan Battista Crema fino a Roberto Melli e Filippo de Pisis.

Risulta difficile ricondurre a un denominatore comune gli artisti operosi nell’ambiente cittadino, ormai irrimediabilmente provinciale. Giuseppe Ravegnani e scuola decorano le volte del palazzo Arcivescovile e delle chiese della città e del forese rifacendosi in modo piuttosto convenzionale al quadraturismo barocco; partecipa a quest’opera il bondenese Antonio Benini, rientrato a Ferrara nel 1883 dopo un lungo soggiorno romano, autore anche di tele di soggetto storico e allegorico nelle quali si percepisce una debole eco dei modelli di Alma Tadema. Nel campo del ritratto l’artista più ricercato dalla società ferrarese fra i due secoli è il portuense Federico Bernagozzi, mentre si distanziano dal verismo fotografico di quest’ultimo i ritratti e le composizioni simboliste e floreali di Angelo Longanesi Cattani, realizzate con una tecnica divisionista filamentosa ispirata alle opere di Previati e Mentessi. Figura isolata è quella di Pier Augusto Tagliaferri, che dopo aver percorso l’Europa, si stabilisce a Porotto, dove inscena visioni oniriche di matrice simbolista nordica. Infine merita di essere menzionata l’attività grafica di Nicola Laurenti, Oreste Forlani e soprattutto di Edmondo Fontana, il massimo illustratore ferrarese di epoca liberty.

MT, 2011

Bibliografia

Claudio Savonuzzi, Ottocento ferrarese, Ferrara, Cassa di Risparmio di Ferrara, 1971; Chiara Toschi Cavaliere, Storia e storie di un percorso decorativo, in Nagliati – Braghini – Rossetti. Un monumento, una casata, un’opera pia, a cura di Giacomo Savioli, Ferrara, Liberty house, 1989, pp. 71-102; Ranieri Varese, Le istituzioni e l’immaginario ufficiale nel XIX secolo, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, AIEP, 1989, III, pp. 817-832; Lucio Scardino, Esperienze artistiche a Ferrara dall’Unità d’Italia al 1915, ivi, pp. 785-800; Neo-estense. Pittura e restauro a Ferrara nel XIX secolo, a cura di Lucio Scardino e Antonio P. Torresi, Ferrara, Liberty house, 1995.

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