Michele Nani

Michele Nani

Ricercatore presso la sede di Genova dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea (Consiglio Nazionale delle Ricerche: http://www.isem.cnr.it), attualmente lavora ad una ricerca su mobilità territoriale e formazione del bracciantato nel Ferrarese dell'Ottocento.

Laureato in Storia contemporanea (Università di Bologna, 1995), dottore di ricerca in Storia sociale europea (Università Ca' Foscari di Venezia, 2001), ha svolto attività di ricerca in Italia, in qualità di borsista e assegnista (Università di Padova, 2002-2004, 2005-2009, 2010-2011), e all'estero, come borsista della Fondation pour la mémoire de la Shoah e chercheur invité presso l'Ehess di Parigi (2004-2005). Ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova, moduli di Storia contemporanea e insegnamenti per la laurea magistrale in Storia moderna e contemporanea. Membro della redazione di "900" e di "Storiografia", ha lavorato a molti progetti di ricerca di istituti di cultura, collabora a riviste storiche nazionali e internazionali e alla pagina culturale del quotidiano "il manifesto".

Specialista di storia italiana ed europea del XIX secolo, si è occupato prevalentemente di due ambiti tematici;

- la storia del razzismo e del nazionalismo (Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Carocci 2006; da ultimo: Le frontiere della cittadinanza liberale. Diritto, esclusione, razzismo, in Storia della Shoah in Italia, Torino, Utet 2010);

- la storia del lavoro e del movimento operaio (co-autore di Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo tra cultura e politica. Un’immagine e la sua fortuna, Torino, Angolo Manzoni 2002; curatore di Angelo Mosso, La fatica [1891], Firenze, Giunti 2001; di recente: Mouvement ouvrier, in Dictionnaire des concepts nomades en sciences humaines, s.l.d. d’Olivier Christin, Paris, Métailié 2010; Le socialisme international à l’épreuve de la «question juive». Une résolution de l’Internationale au Congrès de Bruxelles de 1891, in L’espace culturel transnational, s.l.d. de Anna Boschetti, Paris, Nouveau monde 2010; Movimento operaio e «questione ebraica» nell'Europa del secondo Ottocento: note storiografiche, in L'antisemitismo italiano, “Storia e problemi contemporanei”, n. 50, 2009);

Di argomento ferrarese sono gli articoli Per un profilo del Consiglio provinciale: appunti sul secondo Ottocento, in Terra di Provincia, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara 2003 e La repubblica dei braccianti. La campagna elettorale del 1946 nel Ferrarese, in La fondazione della Repubblica. Modelli e immaginario repubblicani in Emilia e Romagna negli anni della Costituente, a cura di Mariuccia Salvati, Milano, Angeli 1999).

email: michele.nani@cnr.it

 

 
Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:36

Leghe bracciantili

L’organizzazione di classe più diffusa nel Ferrarese ottocentesco fu la “lega” bracciantile. Come nel caso dei primi sindacati nell’industria, l’organizzazione rurale metteva “in lega” i lavoratori, letteralmente li univa, con espressione analoga alle unions britanniche. L’unità era infatti premessa indispensabile per dar vita alla “resistenza”, cioè al conflitto con le controparti per ottenere migliori condizioni di lavoro: data la migliore posizione strutturale del padronato, ogni divisione in seno al mondo del lavoro, in particolare in occasione degli scioperi, avrebbe condannato al fallimento le rivendicazioni. A differenza del sindacalismo di mestiere, nelle campagne le leghe non raccoglievano i lavoratori con una determinata qualifica o di un certo stabilimento, ma organizzavano i braccianti di un ristretto territorio, che solitamente coincideva con una “parrocchia”, un borgo, una frazione.

Prima del 1914 – ma per la storica debolezza dell’industrializzazione il discorso vale fino agli anni Cinquanta del Novecento – il movimento operaio ferrarese fu dominato dalle organizzazioni bracciantili: la campagna egemonizzò la città e le strutture sindacali (in larga maggioranza rurali) furono prioritarie rispetto a quelle politiche (urbane, poiché mobilitate dalle scadenze elettorali e animate da esponenti dei ceti medi). Gli intellettuali socialisti del capoluogo dovettero costantemente confrontarsi con gli organizzatori sindacali e politici delle altre realtà urbane (artigiani, maestri, tecnici, ma anche avvocati e possidenti) e con gli stessi “capilega”, che costituivano le massime autorità nei borghi bracciantili. Le leghe ferraresi furono centrali nella formazione del sindacalismo nelle campagne italiane e per mezzo secolo diedero un contributo essenziale alla vita della Federterra. Le leghe, tuttavia, non erano semplicemente un’organizzazione sindacale. Costituivano infatti il centro della vita delle comunità rurali: raccoglievano la totalità della manodopera, maschile e femminile, erano legate al circolo socialista e alle cooperative (ma spesso avevano contribuito a fondare il primo e promuovere le seconde), ispiravano molte reti associative e ricreative. Il “contromondo” bracciantile imperniato sulla lega si identificava nella “casa del popolo”, sede di organizzazioni e associazioni, spazio di emancipazione, anche culturale, e di socialità.

Non esistono studi dettagliati sulle origini delle leghe bracciantili e sulla formazione della dirigenza locale: le organizzazioni poi confluite nella Federterra si formarono dopo i grandi scioperi del 1901, ma sulla base di un quindicennio di conflittualità crescente. I braccianti erano abituati a forme di lavoro collettivo – ad esempio le squadre retribuite a cottimo – che in certe occasioni prefigurarono gli elementi di base del sindacato di classe. A partire dagli anni Ottanta i democratici si impegnarono nella costruzione di associazioni, specialmente cooperative di lavoro, per ovviare alla disoccupazione, che rappresentarono un primo momento di organizzazione: il “Consolato operaio” sorto nel 1887, ad esempio, invitava i lavoratori delle campagne a formare leghe, come testimoniano i resoconti pubblicati dalla «Rivista», organo dei radicali. Lo stesso ruolo, con limiti analoghi, fu assolto nel decennio successivo dai socialisti. In particolare, la tendenza a disattendere i patti conquistati negli scioperi del 1897 spinse i socialisti ferraresi ad impegnarsi nella promozione delle leghe nelle campagne, osteggiati da un arco politico che andava dai moderati ai radicali ai cattolici, che cercarono di opporre alle organizzazioni di classe più moderate Unioni professionali. Le leghe nacquero dall’esperienza di organizzazione informale durante gli scioperi e vennero poi formalizzate attraverso percorsi che comprendevano solitamente una conferenza socialista e l’apertura delle iscrizioni, a volte separate per uomini e donne, a volte “miste”, allargate cioè alla presenza di braccianti non avventizi (gli “obbligati” a impiego annuale), comunque tese a riunire il maggior numero di forze di lavoro in un dato territorio.

Nel maggio del 1901 la lega di Bondeno, che come le altre organizzazioni dell’Alto Ferrarese aveva inizialmente aderito alla già esistente federazione mantovana, organizzò il primo congresso ferrarese delle organizzazioni bracciantili. Il ruolo dei bondenesi non si spiega solo con la prossimità alla realtà mantovana, la campagna più avanzata d’Italia per lotte e organizzazioni, ma anche con un peculiare percorso: i grandi lavori di sistemazione idraulica avevano concentrato masse di braccianti e dato vita sin dal 1887 ad agitazioni, stimolate anche dalla presenza sui cantieri di braccianti organizzati forlivesi. L’effervescenza sociale rianimò e radicalizzò l’associazionismo locale, anche per l’influenza dei socialisti della Bassa modenese, guidati da Gregorio Agnini: i lavori del canale Burana, ad esempio, furono contraddistinti per tutti gli anni Novanta da vertenze e conflitti. Va segnalato, infine, che nell’aprile del 1901 era sorta la Consociazione ferrarese fra proprietari e conduttori di fondi, l’organizzazione padronale, popolarmente detta l’“agraria”.

Con il congresso di Ferrara nacque così la Federazione provinciale delle leghe di miglioramento, con statuto ricalcato sul modello mantovano, di chiaro orientamento socialista e dotata di un proprio organo di stampa, «La Scintilla». Raccoglieva 56 leghe, talora robuste, come quelle di Copparo (900 iscritti), Bondeno e Berra (entrambe forti di 800 membri) o Formignana (750), talora ridotte, come la lega femminile di Boccaleone di Argenta (100) o quelle di Saletta, Ambrogio o Francolino (con soli 60, 50 e 25 membri, tutti maschi). A parte le organizzazioni copparesi, le leghe non entrarono a far parte della Camera del Lavoro, sorta a Ferrara nel giugno successivo ed egemonizzata dalla sinistra non socialista: vi confluirono a partire dalla primavera successiva. Nel frattempo i grandi scioperi dell’estate del 1901 avevano dimostrato la forza e l’utilità delle organizzazioni bracciantili: nuove leghe si aggiunsero alla federazione, che raddoppiò i propri affiliati, arrivando a contare oltre 30.000 iscritti.

Il 1901 aveva chiuso la fase “spontanea” della conflittualità nelle campagne: l’età giolittiana vide un rafforzamento dell’organizzazione di classe, ma anche ricorrenti divisioni ispirate da strategie alternative. Per la peculiare polarizzazione sociale della provincia, il Ferrarese fu l’epicentro del conflitto nelle campagne italiane del primo Novecento. Lo scontro fu duro e frontale: a lotte imponenti guidate dalle leghe per migliorare le condizioni di lavoro e garantire un salario a tutti i lavoratori si opposero i tentativi degli agrari di ridurre e dividere la massa bracciantile, anche con strategie antieconomiche, in un crescendo di radicalizzazione non privo di ricadute violente (boicottaggi, sabotaggi, scontri con i crumiri e con le forze dell’ordine). In questo contesto, il radicamento del sindacalismo rivoluzionario fra i braccianti ferraresi, attraverso la mediazione dei “capilega” locali, si dovette anche alla capacità di quel gruppo dirigente di assecondare le loro esigenze concrete e non solo, come si è sostenuto, a elementi ideologici o a promesse “estremiste”.

Dopo le conquiste su salario e orario del 1901 le leghe dovettero fronteggiare un’articolata controffensiva padronale che erose le basi dell’organizzazione appena costruita, evidenziandone le difficoltà di manovra di fronte alla fermezza degli agrari e all’intervento repressivo dello Stato, ma anche le divisioni (nel Copparese si era formata una federazione separata, più radicale). Ai congressi del 1902 e del 1903 si dovette prendere atto della crisi della Federazione, evidente nel forte calo degli iscritti (da 161 a 81 leghe federate, per 21.000 iscritti), nel dilagare della disoccupazione e nelle difficoltà a rilanciare le lotte. La vicenda di Portomaggiore del 1903 sembrò aprire nuove prospettive: a fronte delle ricorrenti strategie di espulsione degli avventizi, le leghe riuscirono a contrattare un “imponibile”, cioè un numero minimo di braccianti impiegati nei lavori su una determinata superficie di terra (nel caso dell’accordo portuense, due per versuro, cioè uno ogni quindici ettari circa). Ma a parte il caso portuense, nel 1904 in provincia non esistevano più contratti e, nonostante l’autonomia operativa concessa alle leghe locali e il rientro dei copparesi nella federazione provinciale, la campagna di scioperi durante la mietitura venne sbaragliata, anche per la protezione assicurata dalle forze dell’ordine alla “libertà del lavoro”, cioè all’afflusso di crumiri dal Veneto o da Comuni vicini. Il fallimento dello sciopero generale del 1904 portò ad un crollo degli iscritti e della conflittualità: l’anno successivo la Camera del Lavoro passò sotto la direzione del sindacalismo rivoluzionario, che fece di Ferrara uno dei principali laboratori delle sue strategie.

La nuova dirigenza, che controllava anche gran parte delle leghe bracciantili, dovette elaborare una nuova linea, in un serrato confronto con le esperienze discusse in seno alla Federterra, la confederazione nazionale guidata dai socialisti riformisti dalla quale le leghe ferraresi non si staccarono mai. Per evitare ritorsioni e crumiraggi i braccianti tentarono di controllare il mercato del lavoro locale e di definire le regole del collocamento al di là dell’arbitrio dei “caporali” degli agrari. Il problema centrale della disoccupazione, aggravato dopo la svolta del secolo dalla crescita demografica e dalle scelte padronali, spinse le leghe sul terreno di un egualitarismo radicale: il “collocatore”, sulla base delle esigenze delle famiglie e delle capacità dei singoli, stabiliva i turni di assunzione. Una risposta simile riguardò le proposte di “compartecipazione”. Al tentativo di legare una parte dei lavoratori all’azienda con la concessione di piccoli appezzamenti di terreno ove coltivare canapa (da vendere) e mais (per la sussistenza), le leghe dovettero opporre una strategia flessibile. Come per le “giornate”, con la proposta della gestione sindacale della distribuzione dei terreni a compartecipazione si evitavano fratture nel fronte bracciantile e si soddisfava un’esigenza di sicurezza di reddito o alimentare molto sentita dai lavoratori. Le lotte argentane del 1906-7 unirono l’intero fronte contadino e produssero una soluzione di compromesso con un ufficio di collocamento misto che gestiva lavoro e la compartecipazione, mentre nel 1911 il “lodo Taddei”, dal nome del prefetto dell’epoca, ribadì su scala provinciale aumenti salariali per obbligati e avventizi, commissioni arbitrali e un compromesso sul collocamento. Per aumentare il numero di “giornate” che spettavano a ciascun lavoratore le leghe richiesero a Stato ed enti locali programmi di lavori pubblici, specialmente di bonifica, e cercarono di estendere l’“imponibile” di manodopera. Attraverso l’organizzazione e l’allargamento dello spettro delle rivendicazioni (istruzione, igiene e sanità, assistenza sociale) si cementava così un’identità di classe per le comunità bracciantili, che non nutrirono, a differenza di altre situazioni rurali, nostalgie di ritorno alla proprietà della terra, se non in forma collettiva.

Attraverso scissioni e riunificazioni organizzative e una costante polemica con i socialisti riformisti, i sindacalisti rivoluzionari guidarono i braccianti ferraresi in durissime lotte: le adesioni alle leghe, risalite a 27.000 sin dal 1906, confermarono l’unità e la forza del bracciantato ferrarese, ma gli esiti continuamente messi in discussione dall’agraria e la sconfitta finale del 1913 mostrarono i limiti di una strategia locale. La resistenza a oltranza, basata sulle capacità di sacrificio di lavoratori affamati, non poté avere ragione del crumiraggio e dell’intervento delle forze dell’ordine, mentre si ponevano i problemi della solidarietà interna al movimento operaio e del rapporto con le altre figure sociali rurali (mezzadri, affittuari, coloni, piccoli proprietari). Dopo la sconfitta, il movimento operaio ferrarese tornò sotto l’egemonia riformista, ma fu più che altro il segno della delusione: l’indebolimento dell’organizzazione fu evidente nella chiusura della «Scintilla» e nello scioglimento della Camera del Lavoro provinciale, poi nella ridotta adesione di una provincia “ribelle” ai moti della “settimana rossa”. In quello stesso 1914 si registrò tuttavia una grande affermazione elettorale del socialismo ferrarese, mentre anche a livello locale le dirigenze del movimento operaio si dividevano sull’intervento in guerra. La direzione della ricostituita Camera del Lavoro venne infine affidata al ravennate Gaetano Zirardini, al cui nome sarebbero state legate le importanti conquiste bracciantili del dopoguerra.

MN, 2011

Bibliografia

Giuliano Procacci, Geografia e struttura del movimento contadino della Valle padana nel suo periodo formativo (1901-1906), «Studi Storici», 1, 1964, pp. 41-120 (poi in Id., La lotta di classe in Italia agli inizi del secolo XX, Roma, Editori Riuniti, 1970); Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Franco Cazzola, Manuela Martini, Il movimento bracciantile nell’area padana, in Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, a cura di Piero Bevilacqua, III, Mercati e istituzioni, Venezia, Marsilio 1991, pp. 733-798; Guido Crainz, Padania. Il mondo dei braccianti dallOttocento alla fuga dalla campagne, Roma, Donzelli 1994.

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:30

Alfabetizzazione

Alla mezzanotte del 31 dicembre 1861 venne scattata un’importante fotografia dell’Italia: il censimento generale della popolazione rilevava 21.777.334 italiani, escludendo, ovviamente, il Veneto e il Lazio, annessi al Regno rispettivamente nel 1866 dopo la terza guerra di indipendenza e nel 1870 con la “presa di Roma”. Il documento, uno dei primi e fondamentali atti amministrativi del nuovo Regno, tra le numerose informazioni rivelava che la media nazionale dell’analfabetismo era del 78% (72% uomini e 84% donne), percentuale rispecchiata pienamente a Ferrara, dove il censimento registrava, appunto, il 78% di analfabeti.

Il “saper leggere e scrivere” (alfabetismo) nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento poteva rappresentare una fonte di guadagno – si pensi agli scrivani pubblici – in una società che implicava un preoccupante quadro economico-sociale e un alto tasso di analfabetismo. Nel nuovo Stato soltanto il 2% della popolazione parlava l’italiano e il restante 88% si esprimeva solo nel dialetto della località in cui viveva. La contrapposizione tra la scolarizzazione e la povertà delle famiglie lavoratrici era palese: più si diffondeva il lavoro minorile e più velocemente aumentavano i giovani che non potevano andare a scuola. Bisogna notare, inoltre, che nella prima metà dell’Ottocento, negli Stati preunitari (escluso il Lombardo-Veneto austriaco) il disinteresse per l’istruzione era generale, esisteva quasi un’avversione verso la scuola, spesso ritenuta nociva per la stabilità sociale.

Il regio decreto legislativo n. 3725 del 13 novembre 1859, emanato da Vittorio Emanuele II, entrato in vigore nel 1860 e in seguito esteso a tutto il Regno, è riconosciuto come l’atto ufficiale di nascita della scuola italiana, pubblicato per combattere l’analfabetismo. Ma la legge Casati (dal nome del ministro della Pubblica Istruzione, Gabrio Casati), che riformava l’ordinamento scolastico, non richiedeva l’obbligo di frequentare i quattro anni previsti per il ciclo elementare, motivo per cui molte famiglie evitavano comunque di mandare i figli a scuola. L’obbligo di frequenza per il primo triennio sui cinque anni previsti arrivò nel 1877, con la legge Coppino.

Il processo di scolarizzazione anche nel nostro territorio era ostacolato da problemi contingenti: maestri, pochi, sottopagati e poco o niente controllati nella loro formazione culturale (a volte l’insegnamento era un secondo lavoro, c’erano l’insegnante-calzolaio, l’insegnante-sacrestano e via dicendo); “pluriclassi” affollatissime; scuole spesso difficili da raggiungere, in particolare nelle campagne.

Bisognerà attendere il censimento del 1901 per riscontrare l’abbassamento della percentuale di analfabetismo, quando la media nazionale scese al 46,20%.

Oltre alla scuola con la sua vita comunitaria e la disciplina di gruppo, e ad altre istituzioni come il servizio militare, incise sull’apprendimento il lento diffondersi dell’editoria popolare e dei quotidiani. Valga per tutti l’esempio del romanzo Cuore (1886) di Edmondo De Amicis (1846-1908), che attraverso le vicende vissute durante l’anno della terza elementare dalla classe del maestro Perboni, tentava l’unificazione anche mediante un’opera letteraria dal linguaggio accessibile a tutti e con valori comuni in grado di sollecitare un sentimento nazionale condiviso.

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Giuseppe Inzerillo, Storia della politica scolastica in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1974; Giacomo Savioli, “Leggere scrivere e far di conto”. Un lungo percorso nella storia dell’istruzione, «Bollettino della “Ferrariae Decus”», 26, 2009-2010, pp. 166-168.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 15:01

Rivolte popolari

Il lungo XIX secolo vede il passaggio dalle proteste popolari tipiche dell’Età moderna a forme di conflitto sociale centrate sul lavoro e organizzate in maniera permanente. In genere le modalità non disciplinate, non riconosciute o non vincenti di azione popolare sono state derubricate a “rivolte” e spesso attribuite alla semplice “fame”, trascurando così il ruolo delle relazioni sociali fra le classi e delle idee di giustizia che le legittimano. Il Ferrarese offre un buon catalogo di esempi, dalle semplici “dimostrazioni” a vere e proprie insurrezioni che contestano violentemente l’ordine politico e generano uno scontro aperto con la forza pubblica. I diversi episodi e tipologie hanno suscitato un interesse diseguale fra gli studiosi e in questa sede si possono indicare solo i contorni di un terreno ancora in larga parte da dissodare.

Se nel 1796 l’arrivo dei francesi non suscitò mobilitazioni urbane, salvo la ribellione di Argenta e Lugo, nelle campagne le insorgenze anti-napoleoniche misero in costante difficoltà i nuovi amministratori. Da Ariano, dal Copparese e dal Centese bande di insorgenti facilitarono la riconquista austriaca del 1799. Dopo il ritorno di Napoleone, i loro membri alimentarono la renitenza alla leva e nutrirono forme di banditismo, evidenziando così la vulnerabilità delle nuove istituzioni: a Migliarino fu stroncata una rivolta contro la coscrizione, Crespino si ribellò ai francesi nel 1805 e due anni dopo l’archivio del Comune di Ostellato venne distrutto in un’incursione di “briganti” che incendiò il municipio. Nell’estate del 1809 il tentativo di introdurre una tassa sulla macinazione dei cereali unì le campagne ferraresi in un unico moto di rivolta che si spinse fino all’assedio del capoluogo.

Dopo i sussulti rurali antigiacobini, negli anni della Restaurazione lo scenario della protesta ritornò in città, nelle forme dei “moti” liberali e nazionali. La rivolta urbana, quando assume carattere politico e coinvolge almeno una parte delle classi dirigenti, ha goduto di maggiori attenzioni storiografiche. Il ruolo di Ferrara nei movimenti liberali e nazionali è cruciale, per la diffusione delle “sette” (carboneria, massoneria), favorita anche dalla posizione di confine fra Austria e Stato Pontificio, che, fra l’altro, porta anche alla presenza di numerosi patrioti relegati dal governo papale.

Nel febbraio 1831, un lunedì di mercato il popolo di Ferrara circondò il Castello e questo fu sufficiente a scongiurare il ricorso all’intervento della truppa, ad avviare la formazione di una guardia nazionale, all’instaurazione di una giunta e, infine, dopo la cacciata del legato, un governo provvisorio. Il capoluogo fu imitato subito dai centri della provincia, come Argenta e Copparo, ma l’esperienza risultò di breve durata. In poco più di un mese di governo si registrano anche tumulti dettati dal malcontento popolare e tentativi separatisti dalla Romagnola, dal Centese e da Comacchio. Negli anni successivi la repressione e il consolidamento della guarnigione austriaca nella Fortezza alle porte della città impedirono che la crescente ostilità divampasse in episodi di aperta rivolta collettiva. Come nel 1831, nemmeno nel 1848 si segnalarono scontri e l’adesione alla Repubblica romana ai primi del 1849 poté convivere con la presenza militare asburgica. Dieci anni dopo, le stesse condizioni resero piuttosto ordinata la transizione ai governi provvisori del 1859 e quindi al Regno d’Italia.

L’iniziativa risorgimentale, tuttavia, suscitò scarsa eco nelle campagne, diffondendosi nei centri minori, ma non superando la barriera di classe che separava patrioti e ceti rurali. Dopo l’Unità segnali di insofferenza lambirono il territorio provinciale, prima con una diffusa renitenza alla leva e poi, all’inizio del 1869, con la protesta centese contro la nuova tassa sul macinato: bande di contadini armati invasero la cittadina e presero d’assalto la sottoprefettura e il municipio, incendiando mobili e carte. Qualche anno più tardi i progetti di prosciugamento delle valli suscitarono apprensioni nelle popolazioni, che si vedevano tolte, con la privatizzazione dei beni comunali e la conseguente fine degli usi civici, fonti essenziali di sostentamento. La vendita di valle Volta a un solo acquirente lacerò la comunità di Massafiscaglia: nella seconda metà degli anni Settanta, a causa di ripetute proteste e di una tenace opposizione popolare, i lavori di bonifica della valle vennero più volte rinviati e infine avviati solo sotto la sorveglianza della cavalleria. Nel corso degli anni Ottanta emerse invece la gravità del problema della disoccupazione bracciantile, acuta soprattutto nei mesi invernali e alleviata solo da lavori pubblici, dal 1886 assunti direttamente dai lavoratori stessi organizzati in forme cooperative. Al punto più grave della crisi agraria, l’impennata dell’emigrazione fu accompagnata da una serie di rivolte locali di braccianti che chiedevano lavoro: nel 1889 si ebbero assalti ai forni e assedi ai municipi (per esempio ad Argenta) e la scena si ripeté ancora negli anni successivi, come a Comacchio nel 1892.

In quella congiuntura nacque anche l’organizzazione di classe e si diffusero gli scioperi, a partire dalle aree di bonifica, specialmente nel Bondesano e nel Copparese. Il 1897 segnò una svolta, con una sorta di sciopero generale spontaneo su scala provinciale, che vide la saldatura fra braccianti e boari. Da quel momento le forme della rivolta si legarono più strettamente agli scioperi e alle organizzazioni del nascente movimento operaio (leghe, partito socialista, camere del lavoro, cooperative, case del popolo). Ne è simbolo la festa del Primo Maggio, che nell’appello del Circolo socialista di Ferrara, doveva essere non una “rivolta”, bensì una “rivista delle forze vive proletarie”.

Un esempio del nesso fra agitazioni e organizzazioni di classe è dato dai moti del Novantotto. Alla fine di aprile a Ferrara una manifestazione che chiedeva il ribasso del prezzo del pane fu repressa militarmente, con diversi feriti e una cinquantina di arrestati, subito processati. Di lì a pochi giorni anche ad Argenta i lavoratori scesero in piazza. In entrambi i casi le amministrazioni furono costrette al calmiere, mentre il prefetto vietava assembramenti e riunioni in tutta la provincia e scioglieva molte associazioni socialiste, procedendo anche ad arresti di noti dirigenti. Nelle settimane precedenti manifestazioni di braccianti disoccupati avevano avuto luogo in molti paesi a sud di Ferrara, da Codifiume ad Ospital Monacale, da Poggio Renatico a Portomaggiore. In quelle successive l’agitazione si propagò lungo il corso del Po, ad esempio a Bondeno e ad Ariano, con la richiesta di lavori di bonifica, mentre alcuni boari di Gambulaga venivano processati e condannati per uno sciopero ad oltranza. Dopo l’esplosione del 1901, scioperi e proteste si susseguirono sempre più frequenti, fino alla rivolta di Comacchio attorno alla pesca nelle valli e al grande sciopero di Massafiscaglia del 1913. Nel giugno 1914, mentre la Romagna era attraversata della “settimana rossa”, il Ferrarese aderiva allo sciopero generale di protesta. Chiusi i negozi, fermi i treni e i tram, vennero tagliate anche le comunicazioni telegrafiche e telefoniche fra capoluogo e provincia, con atti di sabotaggio e danneggiamento: i “ciclisti rossi” di Quartesana, ad esempio, abbatterono tutti i pali delle linee fino a Masi Torello. Quest’ultima prova di forza del movimento operaio ferrarese rappresentò il preludio alla conquista socialista del Consiglio provinciale e di gran parte dei Consigli comunali: di lì a poco, l’ingresso in guerra segnerà la “rivincita” della città e delle sue classi dirigenti sulle campagne e sui braccianti.

MN, 2011

Bibliografia

Valentino Sani, Le rivolte antifrancesi nel ferrarese, «Studi storici», 2, 1998, pp. 473-494; Stefano Cammelli, Al suono delle campane. Indagine su una rivolta contadina: i moti del macinato (1869), Milano, Angeli, 1984; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Delfina Tromboni, Primo maggio tra festa e lotta nella Ferrara di fine secolo, in 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della Repubblica democratica. Contributi per una storia, a cura di Aldo Berselli, Cento, Centoggi, 1992, pp. 61-68.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:59

Organizzazioni operaie

Fino al XVIII secolo il lavoro nelle città europee era organizzato in corporazioni (dette anche “università” o “arti”): un maestro artigiano insegnava il mestiere agli apprendisti e gestiva la produzione, la riparazione, la vendita di specifici beni. Entro le mura non si poteva esercitare, poniamo, l’arte della lana, il mestiere di sarto o vendere pesce, senza far parte della corporazione specifica. Il sistema valeva a garantire la qualità dei prodotti e un’equa remunerazione dei lavoranti. Fra Sette e Ottocento la commercializzazione e lo sviluppo industriale suggerirono ai governanti lo smantellamento del sistema corporativo. La “liberazione” del lavoro dai vincoli di antico regime rappresentò un’emancipazione parziale e contraddittoria: gli artigiani vennero sottoposti a una sregolata concorrenza e nelle manifatture e poi nelle fabbriche la condizione operaia peggiorò drasticamente. Una svolta storica si registrò con la formazione delle prime associazioni libere di lavoratori, le società di mutuo soccorso, tese ad assicurare ai soci assistenza in caso di malattia e talora di disoccupazione. Queste società divennero l’alveo di una maturazione sindacale in senso moderno, perché aprirono progressivamente le loro casse al finanziamento della “resistenza”, cioè degli scioperi, la nuova forma di conflitto per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Questo processo generale vale, con tempi propri, anche per il caso italiano, ma va articolato in quadri regionali e locali specifici. Nel Ferrarese la transizione ottocentesca si dà in forme particolari: da un lato, l’industrializzazione debole e tardiva sancisce la persistenza delle società mutualistiche urbane; dall’altro, dopo la stagione delle bonifiche le campagne vedono uno straordinario sviluppo dell’organizzazione di classe, che fanno del Ferrarese uno dei centri del movimento bracciantile italiano, un’esperienza senza pari nel resto d’Europa.

Le corporazioni ferraresi, anche prima del tentativo di riordino di Benedetto XIV nel 1755, attraversarono nel XVIII secolo una forte crisi e l’arrivo dei francesi mise fine a una situazione critica. Nel giugno 1796 la Costituzione della Repubblica Cispadana (art. 384) scioglieva le corporazioni e nel luglio 1797 la Costituzione della Repubblica Cisalpina (art. 356) confermava il provvedimento, che prevedeva anche l’incameramento dei beni delle vecchie arti. «Ogni Cittadino», ricordava un editto della Municipalità ferrarese del settembre 1797, «è autorizzato ad esercitare qualunque scienza o arte, senz’obbligo di pagare pei vecchi titoli, aggravio ed imposta alcuna». Il mese successivo la Municipalità si trovò tuttavia a dover stigmatizzare la «colpevole negligenza» o la «male intenzionata renitenza» di molti ex-mastri a depositare gli atti delle arti, minacciando il ricorso a «forti mezzi di particolare requisizione». Con la Restaurazione le corporazioni non vennero ripristinate, poiché fra il 1800 e il 1801 Pio VII le aveva abolite anche nei territori pontifici. Eliminati i vincoli e le regole del sistema corporativo, i rapporti di lavoro nella produzione e nel commercio restarono affidati al diritto privato. La legge impediva però l’organizzazione dei lavoratori e sanciva così una “naturale” disciplina del lavoro che, dati i rapporti di forza, assicurava il pieno dominio dei proprietari. Per oltre mezzo secolo i lavoratori si organizzarono informalmente o illegalmente, non potendo dar luogo ad associazioni professionali.

All’indomani del 1848 nell’Italia settentrionale si costituirono le prime “società operaie” e dopo l’Unità si diffusero ovunque. Nel 1860 viene fondata a Ferrara la prima società di mutuo soccorso. Al 1875 erano ancora solo 11, ma nel giro di un decennio se ne aggiunsero molte altre: al 1885 esistevano infatti in tutta la provincia 42 società con oltre 6.000 soci. Gran parte di esse si concentravano nel capoluogo e rientravano nelle strategie egemoniche di settori della nobiltà e della borghesia locali, dirette soprattutto a impiegati, commercianti e artigiani. Ma proprio in quegli stessi anni, sull’impulso dell’allargamento del suffragio, anche i democratici diedero il loro contributo alla crescita dell’associazionismo operaio, organizzando quei ceti sociali più difficilmente inquadrabili dall’approccio paternalistico dei gruppi dirigenti. Proprio in contrapposizione al mutualismo moderato, a Sani e ai radicali si dovette nel 1885 la formazione della Consociazione mutua e due anni dopo del Consolato operaio. Tuttavia nemmeno i democratici incentivarono un’organizzazione dei subalterni autonoma dalla politica e conflittuale sul terreno economico, tanto che lo sciopero rimase propugnato solo dagli sparuti gruppi internazionalisti e poi socialisti ferraresi e da qualche esponente classista dell’associazionismo.

Fra i frutti dell’impegno democratico e radicale, si segnala comunque l’avvio dell’organizzazione della sempre più numerosa classe dei braccianti. Sull’onda delle leggi che consentivano alle cooperative di assumere in appalto i lavori pubblici, dal 1889 anche nel Ferrarese, sul modello ravennate, prese avvio un fervore associativo. Attraverso questa forma di auto-organizzazione produttiva si ravvivava un’antica tradizione di lavoro collettivo (si pensi alla gestione delle acque), che consentiva di evitare la mediazione degli appaltatori e la loro gestione selettiva delle assunzioni, per redistribuire le rare occasioni di lavoro che si offrivano nell’inverno ai braccianti disoccupati. A partire da Berra, nel giro di pochi anni si formarono un ventina di cooperative, che costituirono l’alveo della maturazione di una coscienza di classe. Negli stessi anni si registravano infatti i primi scioperi nelle campagne (a Copparo, Massafiscaglia e Ostellato) e anche rivolte bracciantili (ad Argenta e Comacchio) che cominciavano a impensierire i proprietari locali, anche se non avevano dato luogo a stabili organizzazioni di classe.

Al 1895 le società mutualistiche ferraresi erano 67 e raccoglievano oltre 9.000 soci. Il passaggio dal mutualismo alla resistenza si andava compiendo, ad esempio, in una delle realtà più vivaci della provincia. Gli scioperi e le agitazioni nei cantieri della bonifica di Burana, incentivati anche dall’apporto di operai giunti dalle provincie vicine, radicalizzarono la vecchia Società operaia di Bondeno, controllata ora dai socialisti e ispirata a una visione classista della società rurale. Bondeno anticipò di qualche anno un movimento generale. La repressione governativa del 1894 non riuscì a comprimere l’onda rivendicativa che saliva dalle campagne e che si espresse nel grande sciopero dell’estate del 1897. Allo stesso modo, il convulso biennio 1898-1899 poté solo ritardare l’approdo dei lavoratori ferraresi all’organizzazione di classe. Nella primavera del 1901, fra scioperi spontanei si formò in quasi tutte le frazioni una “lega” bracciantile: a maggio si unirono in una Federazione, forte di 56 leghe e quasi 16.000 iscritti.

Poche settimane dopo, mentre prendeva corpo uno sciopero estivo ancor più vasto di quello del 1897, per opera della Consociazione mutua e dell’onorevole radicale Guglielmo Ruffoni si costituì la Camera del Lavoro di Ferrara. Si evidenziò da subito una sfasatura fra parte dei lavoratori della città, organizzati in leghe di mestiere da radicali e repubblicani, e le masse bracciantili ormai conquistate al socialismo: per non subirne la direzione, artigiani ed operai del capoluogo cercarono di impedire l’adesione delle leghe rurali, ma non riuscirono a evitare la presenza massiccia delle organizzazioni copparesi, presenti alla fondazione. Questa riedizione proletaria del secolare conflitto fra città e campagna si sarebbe risolta in breve. Per un verso, la preponderanza numerica e la combattività dei lavoratori rurali fecero di Ferrara una delle capitali del movimento bracciantile italiano. D’altro canto, gli stessi lavoratori ferraresi si radicalizzarono e abbandonarono la tutela democratica per assumere un profilo più spiccatamente classista, come nel caso dei ferrovieri. L’età giolittiana fu attraversata da numerosi scioperi rurali: incalzati dalla disoccupazione e dalla reazione degli agrari i braccianti rafforzarono le loro leghe e si impegnarono in lunghe e drammatiche vertenze, come quelle del 1904, del 1906-07 e del 1911-13. La spaccatura fra città e campagna, tuttavia, si ripropose ancora all’interno del movimento operaio, come divaricazione non solo fra intellettuali cittadini e organizzatori rurali, ma ancora fra il mondo del lavoro urbano, diviso fra la specializzazione artigianale, le piccole botteghe e gli impieghi stagionali (ad esempio nei nuovi zuccherifici), e l’inquadramento sindacale e comunitario dei braccianti delle campagne, teso a fronteggiare la scarsità di lavoro con una redistribuzione egualitaria delle giornate gestita direttamente dal collocamento sindacale. Queste fratture sociali aiutano a comprendere le incessanti polemiche fra socialisti riformisti e sindacalisti rivoluzionari, che portarono la Camera del Lavoro, il mondo sindacale e lo stesso partito socialista a diverse scissioni e a mutamenti di linea.

Nonostante divisioni e sconfitte, i lavoratori ferraresi avevano conquistato salari e condizioni lavorative migliori, ma soprattutto avevano costruito un mondo nuovo, articolato in molteplici forme organizzative: oltre al partito socialista e alle leghe sindacali, occorre ricordare almeno le camere del lavoro, le cooperative, le case del popolo e tante altre associazioni culturali, sportive, ricreative. Alla vigilia della guerra, mentre calava il numero delle vecchie società mutualistiche, la Camera del Lavoro provinciale riuniva 325 leghe e 37.000 iscritti.

MN, 2011 

Bibliografia

Pietro Sitta, Le università delle arti a Ferrara dal secolo XII al secolo XVIII, «Atti della Deputazione ferrarese di storia patria», VIII, 1896, pp. 5-244; Renato Sitti, Italo Marighelli, Un secolo di storia del movimento cooperativo ferrarese 1860-1960, Roma, Editrice cooperativa, 1960; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Elisabetta Arioti, Le società operaie di mutuo soccorso di Bondeno e i loro archivi, Bologna, Soprintendenza Archivistica per l’Emilia-Romagna, 1995.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:59

Migrazioni interne

Fra le righe del Mulino del Po è possibile intravedere la complessa sovrapposizione di spostamenti di popolazione che hanno luogo negli spazi ferraresi del tardo Ottocento. Esemplare, nel romanzo di Bacchelli, è il destino degli Annichini: una famiglia di boari che diventano braccianti e poi vengono sostituiti dal proprietario con immigrati polesani. Espulsi da casa e podere finiscono ai margini del paese, alla piarda degli “Stamplinati”, cioè dei traslocati (dal dialetto tamplìn: “masserizie in movimento” secondo il Vocabolario domestico compilato da Carlo Azzi nel 1857). Si tratta di un agglomerato di capanne nel quale vivono famiglie di tutte le provenienze. Di lì uomini e donne partono tutti i giorni per andare a lavorare “in bonifica”.

Traslocare era senz’altro la forma di mobilità spaziale più diffusa. Come ai nostri giorni, tutti gli individui dovevano avere una residenza, cioè un luogo di domicilio abituale al quale essere reperibili. Quando la cambiavano erano tenuti a dichiararlo alle autorità e questo, nell’arco di una vita, accadeva parecchie volte. Trasferimenti del genere coinvolgevano migliaia di persone tutti gli anni e costituivano la “migrazione interna” più consistente: senza contare i movimenti interni ai Comuni, ogni anno fra il 5 e il 15% della popolazione entrava o usciva dal territorio comunale. Il fenomeno sociale più noto connesso a questa modalità di spostamento riguardò l’urbanizzazione, che proprio nel XIX secolo conobbe un’accelerazione in Europa: anche nel Ferrarese non solo il capoluogo, ma anche gli altri centri urbani aumentarono le loro dimensioni. Date le diverse modalità di inquadramento delle strutture territoriali e, nello specifico, dato il movimento dettato dall’insediamento nelle aree già paludose o vallive, non è facile capire se, nel generale slancio demografico ottocentesco, le popolazioni urbane siano cresciute molto più di quelle sparse nelle campagne. L’apporto migratorio allo sviluppo urbano, pur innegabile per Ferrara, per gli altri centri e per le stesse borgate ingrossate dall’insediamento dei braccianti avventizi, resta da precisare, a testimonianza del carattere complesso dell’urbanizzazione: migrazioni circolari di membri di famiglie rurali che integrano temporaneamente il reddito con mestieri urbani, ritorni in campagna o migrazioni ulteriori dalle città ad altre città (o altri paesi) non sono residui o eccezioni, ma costituiscono il contesto nel quale va collocato il flusso di popolazione che si sposta dalle campagne alle città.

Come rivela la complessità dell’urbanizzazione, il mutamento di residenza non era la sola forma di mobilità spaziale. Si davano molte altre tipologie di movimenti sul territorio, che non interessavano il domicilio e si svolgevano in tempi diversi. Alla massa di traslochi, si intersecavano trasferimenti ripetuti e periodici, legati ai cicli stagionali dell’agricoltura, alle occasioni di lavoro o al pendolarismo. Il calendario dei lavori agricoli dettava il ritmo a massicci flussi di popolazione: d’estate, al tempo del raccolto, le campagne ferraresi si riempivano di braccianti immigrati, mentre la monda e il raccolto del riso spingevano la manodopera locale a cercare impiego nelle risaie delle province circostanti, ma anche della Lombardia e del Piemonte. Anche nel Ferrarese, inoltre, giungevano i percorsi secolari dei pastori e delle loro greggi che durante l’inverno scendevano dall’Appennino. Altri ritmi, non stagionali, reggevano le migrazioni dettate dai trasferimenti di religiosi (parroci, canonici) e dipendenti pubblici (maestri, impiegati comunali, militari, poliziotti, carabinieri), o quelle, più consistenti, di manovali impegnati nelle opere pubbliche, come costruzioni di vie di comunicazione o, tratto più specifico, i lavori idraulici e la bonifica (ad es. seimila manovali ferraresi furono impiegati ai primi del Novecento nella bonifica mantovana-reggiana). Gli spostamenti dettati dai ritmi stagionali e dai lavori pubblici erano affiancati da movimenti quotidiani, in particolare quelli dei braccianti residenti in paese che si recavano tutte le mattine in campi o in cantieri di lavoro lontani anche parecchi chilometri, come testimonia il celebre canto degli “scariolanti”, che partivano di notte per raggiungere prima dell’alba il luogo di lavoro. La stessa diffusione del canto ben oltre le zone di bonifica è a sua volta segno della mobilità del lavoro ottocentesco. Dai movimenti ordinari vanno infine distinti i movimenti eccezionali. Ne fan parte dinamiche individuali, come il ricovero in ospedale, che implicava spesso lunghe degenze e periodici ritorni (specie nel caso dei manicomi) o l’esilio politico, di “giacobini”, di patrioti risorgimentali o di “sovversivi” postunitari; oppure spostamenti simultanei di massa, provocati da vere e proprie emergenze, quali guerre, epidemie o, frequenti nel Ferrarese, rotte e alluvioni.

Nel XIX secolo si cambiava residenza soprattutto per lavoro. Nelle campagne si spostavano le grandi famiglie dei boari, che cambiavano podere dopo la chiusura dei conti annui a fine settembre (da cui l’espressione, diffusa in tutta la pianura padana “fare San Michele” per indicare il trasloco), ma anche i salariati fissi, i servi e, soprattutto, i braccianti avventizi in cerca di “giornate” di impiego. Le migrazioni seguivano logiche di scomposizione e ricomposizione familiare, erano espressione tanto della proletarizzazione delle famiglie rurali quanto di strategie di resistenza ad essa. Seguivano assi geografici definiti dalla circolazione delle informazioni sulle opportunità disponibili lungo canali di parentela allargata, ma anche di vicinato, di comunità di paese, di luoghi di lavoro e di scambio (le fiere e i mercati). Gli spazi rurali erano attraversati da merciai e artigiani girovaghi, mentre osti, calzolai, fabbri e sarti si trasferivano da un borgo all’altro, come i domestici e come sacerdoti e dipendenti pubblici, la cui circolazione era tuttavia più larga. Gli spostamenti più incisivi erano quelli famigliari, ma si muovevano moltissimi uomini e donne sole, e non soltanto in occasione del matrimonio, che produceva il trasferimento di uno (generalmente la sposa, per l’uso patrilocale) o di entrambi i coniugi. Anziani e bambini non si limitavano alle migrazioni parentali, ma si trasferivano anche individualmente: i primi alla morte del coniuge raggiungevano la famiglia di uno dei figli, ove trovavano assistenza; i secondi erano mandati, in proporzioni considerevoli, “a servizio” in famiglie esterne e lontane, in qualità di garzoni agricoli, apprendisti artigiani o domestici. Mentre la coscrizione obbligatoria rappresentava quasi sempre per i giovani maschi la prima fuoriuscita dal proprio ambito culturale, ancora pochi si spostavano per motivi di studio.

Come è evidente da questo sommario repertorio di forme della mobilità, se le scansioni temporali non si limitano alla polarità fuorviante fra migrazione “temporanea” e “definitiva”, anche scale e distanze degli spostamenti variavano enormemente: a sistemi di migrazione locale, che coinvolgevano annualmente centinaia di contadini di parrocchie/frazioni adiacenti, si alternavano spostamenti meno massicci ma più ampi, del raggio di decine di chilometri (ad es. per l’attrazione delle “terre nuove” della Bassa), trasferimenti, spesso temporanei e spesso di gruppo, ancora più lunghi (ad es. verso i cantieri), ma anche emigrazioni internazionali su scala continentale e transoceanica. Il cambiamento dei confini amministrativi e politici complica la percezione della mobilità: essendo stato il Ferrarese per più di metà del secolo terra di confine, un movimento come quello di attraversare il Po da Crespino a Cologna ha potuto essere una migrazione interna fino al 1815, poi un passaggio di confine statale fino al 1866 e infine una migrazione inter-provinciale (e inter-regionale); per converso, data l’enorme estensione dei Comuni di Ferrara e Copparo, movimenti molto più ampi (da Serravalle a Fossalta o da Denore a Casaglia) risultavano invece semplici trasferimenti interni. Non si tratta di mere curiosità, perché i meccanismi di registrazione della mobilità che rappresentano oggi le fonti storiche per lo studio di quei fenomeni, sono mutati con le strutture statali e amministrative.

Il sovrapporsi delle differenti logiche della mobilità al mutamento dei confini e delle forme di controllo rende difficile quantificare i movimenti e soprattutto comparare fra loro i dati: i movimenti stagionali e pendolari risultano meno oggi visibili, perché non registrati dalle autorità; i censimenti e i materiali anagrafici rispondono a criteri, leggi e ripartizioni amministrative differenti (comunque fra la Legazione del 1853 e la Provincia del 1911 resta simile, attorno al 90% della popolazione, la quota di residenti nati entro il territorio). La distruzione degli archivi della Legazione e di buona parte di quello della Prefettura priva la ricostruzione delle migrazioni interne di uno sguardo centralizzato. Dopo l’età napoleonica e l’istituzione di “ruoli” della popolazione, con il ritorno nello Stato pontificio i flussi erano registrati dai parroci. Con l’obbligatorietà dei “registri di popolazione”, lo Stato unitario si dotò di procedure ancora più complesse per gestire i cambi di residenza, che han lasciato presso i Comuni ampie tracce documentarie. Data la natura ambigua di questo materiale, in parte ancora utilizzato dagli uffici comunali, e le difficoltà proprie degli archivi storici dei Comuni, non esistono ricerche approfondite sulle migrazioni interne ferraresi. Tanto che non hanno trovato risposte sollecitazioni cruciali, come la tesi di Emilio Sereni sull’origine migratoria del bracciantato di massa ferrarese o il problema più generale dell’aumento della mobilità e della mutazione delle sue forme durante la trasformazione capitalistica delle campagne.

MN, 2011

Bibliografia

Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Torino, Einaudi, 1947; Franco Cazzola, La formazione del bracciantato agricolo di massa in Emilia Romagna, in Il proletariato agricolo in Emilia Romagna nella fase di formazione, a cura di Franco Cazzola, «Annali dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e della guerra di liberazione in Emilia Romagna», I, 1980 (scaricabile in pdf - ultimo accesso: 11 gennaio 2012); Lorenzo Del Panta, Evoluzione demografica e popolamento nell’Italia dell’Ottocento (1796-1914), Bologna, Clueb, 1984; Giancarlo Dalle Donne, La mobilità della popolazione rurale nella Bassa Padana di fine Ottocento. Il caso di Argenta, «Società e storia», 32, 1986, pp. 341-380; Michele Nani, Le origini migratorie del bracciantato ferrarese. Attorno a una tesi di Emilio Sereni, in Pensare la contemporaneità. Studi di storia per Mariuccia Salvati, a cura di Paolo Capuzzo et al., Roma, Viella, 2011, pp. 67-84.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:58

Emigrazione

Nel corso dell’Ottocento preunitario il territorio ferrarese gravitò su diverse entità statali (Repubblica Cisalpina, Regno d’Italia, Stato della Chiesa), spesso in posizione di confine. Nell’età della Legazione, ad esempio, anche gli spostamenti nel Rodigino, nel Mantovano o nel Modenese rappresentavano migrazioni verso Stati esteri. Scarse sono le informazioni disponibili e non esistono studi in materia. La situazione cambiò con l’Unificazione e ancor più con il 1866, quando per l’annessione del Veneto Ferrara cessò di essere una città di confine, ma nonostante la maggiore disponibilità di dati statistici e di fonti archivistiche non esistono indagini storiche sull’emigrazione ferrarese dopo il 1861.

Sin dal primo censimento il nuovo Stato si interessò alle “migrazioni periodiche” nelle diverse province: nel 1861 i 97 emigranti ferraresi diretti all’estero (solo 6 le donne) partirono fra marzo e giugno (soprattutto a maggio) e rientrarono in due tornate, gran parte a giugno e poi altri a settembre. Non ne sappiamo di più e questi dati vanno presi con molta cautela, anche perché il Ferrarese era ancora terra di confine e in tutta probabilità erano spostamenti nel Lombardo-Veneto asburgico. Dieci anni dopo, il Censimento degli Italiani all’estero attestava la presenza di 398 ferraresi nel mondo: 250 in Europa, 111 in Africa, 33 in America, 3 in Asia e 1 in Oceania; 178 vivevano nell’Impero austro-ungarico, 108 in “Turchia” (vale a dire nell’Impero ottomano, evidentemente nella parte egiziana), 47 in territorio francese, 21 in Argentina e 18 in Svizzera.

I censimenti successivi continuarono a registrare la quota di espatriati temporanei e di stranieri domiciliati nel Ferrarese, ma dal 1876 la Direzione generale di statistica avviò una rilevazione continua delle uscite dal Regno, che rappresenta la principale serie di dati sul fenomeno. Fra 1876 e 1881 lasciarono il Ferrarese 194 persone, una quantità trascurabile. Tuttavia, nel corso degli anni Ottanta, in concomitanza con la crisi agraria, il numero degli emigranti aumentò sensibilmente anche nella provincia estense. Le partenze superarono la cifra di duemila nel 1888, per un’improvvisa serie di partenze da gran parte dei Comuni ferraresi. Tre anni dopo, una seconda ondata, concentrata soprattutto nel Comune di Ferrara (ma sensibile anche a Comacchio e Copparo) portò quasi quattromila ferraresi all’espatrio. Nel complesso, fra 1882 e 1891 lasciarono la provincia oltre settemila persone, per un tasso medio annuo vicino al 3‰ della popolazione. Più di un terzo delle partenze riguardò il Comune di Ferrara e un altro terzo abbondante la somma di quelli di Cento, Copparo e Comacchio. Quasi tutti si imbarcarono per le Americhe.

Il numero degli espatri aumentò ulteriormente nel decennio successivo (1892-1901), superando le undicimila uscite dal Regno (4,5‰ annuo). Non si registrarono i picchi del periodo precedente, ma un flusso costante, che in sei annate su dieci risultò superiore ai mille individui. Pur con una certa redistribuzione interna, a favore dei due Comuni più piccoli, le cifre dei partenti da Ferrara, Comacchio e Cento sfioravano ancora i due terzi del totale. Per effetto del calo delle destinazioni transatlantiche, fino a quel momento assolutamente prevalenti, nel 1900 e 1901 le partenze per paesi europei e mediterranei guadagnarono peso, attorno ai due quinti del totale.

L’emigrazione continuò a crescere nel corso dell’età giolittiana: il deflusso complessivo si attestò ad oltre sedicimila persone fra 1902 e 1911 (5,6‰ annuo), una congiuntura nella quale, a parte il biennio 1902-1903, la soglia degli espatri fu sempre al di sopra del migliaio. Una vera esplosione si ebbe nel triennio 1905-1907, durante il quale ottomila ferraresi lasciarono il Regno, specialmente da Ferrara, Copparo e Cento. Nel complesso, risultò stabile il deflusso da Cento, crollò l’emigrazione comacchiese, rimpiazzata da un boom di espatri copparesi, mentre continuava il calo della quota di Ferrara (poco più di un quinto). Si invertì anche la dinamica delle destinazioni: nel 1905 e 1907 i flussi euro-mediterranei sopravanzarono quelli transatlantici e dal 1908 la proporzione di imbarchi per le Americhe scese a una quota fra un terzo e un quinto del totale annuo. Negli anni precedenti l’ingresso italiano nella prima guerra mondiale l’emigrazione si mantenne al di sopra dei mille individui l’anno, per crollare con il 1915 e non ritrovare nemmeno nel dopoguerra i volumi precedenti.

Nel complesso, fra 1876 e 1914 più di quarantamila ferraresi lasciarono la provincia per cercare fortuna all’estero, ben venticinquemila dei quali diretti verso le Americhe: una parte di essi rientrò, ma la maggioranza rimase all’estero. Le statistiche ufficiali distinguono emigrazione “propria” e “temporanea”. Si tratta di un criterio discutibile, basato sulle intenzioni espresse prima della partenza e non a caso venne abbandonato dopo il 1903. Durante il ventennio precedente nel Ferrarese prevalse l’emigrazione “propria”, pari a quasi tre quarti del totale: ma la proporzione risultò ancora maggiore nel circondario di Comacchio, mentre in quello di Cento l’emigrazione “temporanea” sfiorava la metà del totale. Dal 1905, invece, si cercò di dar conto anche del rimpatrio degli emigranti, che per la provincia di Ferrara, fino al 1914, si attestò sul 10% dei partenti nello stesso periodo.

All’epoca era largamente condivisa l’idea che dal Ferrarese si emigrasse poco. L’assunto riverberava ancora nel Mulino del Po di Bacchelli: Orbino «pensò davvero all’America», ma «era un pensiero pressoché favoloso [...]: in altre parti d’Italia non sarebbe stato così; ma lì pochi emigravano; l’idea era strana, i mezzi per eseguirla difficili e ignoti». Il giudizio è stato assunto anche degli storici, che non han ritenuto degno di interesse il fenomeno migratorio. Dal punto di vista comparativo, di fronte all’esodo dal Mantovano o dal Rodigino, per menzionare giusto due aree adiacenti, ma anche rispetto ai flussi in uscita dal resto dell’Emilia-Romagna, l’impressione è senz’altro esatta. Tuttavia quarantamila espatri restano un’emigrazione di massa da spiegare, così come restano da capire le ragioni della relativamente scarsa propensione migratoria dei ferraresi. Fra le ragioni dell’espatrio, oltre alla crisi agraria, pesò forse il mancato sviluppo di attività artigianali-industriali in grado di assorbire la manodopera in eccesso: sembra allora che i centri urbani abbiano svolto una funzione di attrazione degli espulsi dall’economia rurale e di instradamento sui percorsi migratori esterni. Quanto alle proporzioni ridotte, contarono senz’altro i rapporti sociali nelle campagne. La minor diffusione di patti colonici (la boaria di fatto è un salario famigliare) e della piccola proprietà privava i candidati all’espatrio del capitale minimo per partire e forse anche delle motivazioni, che erano legate spesso al crollo di un mondo a causa dell’indebitamento o della crisi agraria. Non a caso dal Centese, dove le figure rurali intermedie erano più presenti, si emigrava in proporzioni maggiori. Inoltre l’abitudine ai rapporti di salario e la grande richiesta di manodopera nei mesi estivi può aver favorito altri modelli di mobilità, l’emigrazione temporanea a medio raggio o quella a breve nei Comuni circostanti. Infine, per concludere, va menzionata la celebre tesi di John MacDonald: nella pianura padana ottocentesca, data la polarizzazione sociale dovuta alla penetrazione capitalistica nelle campagne e dato il blocco della mobilità sociale, la risposta più diffusa all’impoverimento e la via più efficace per la redistribuzione del reddito sarebbe stata l’organizzazione di classe, mentre altrove avrebbero invece prevalso le alternative dell’accettazione della situazione data o dell’emigrazione.

MN, 2011

Bibliografia

Dina Albani, Lineamenti dell’emigrazione in Emilia, «Rivista economica» (CCIAA di Bologna), 5, 1949, pp. 29-32; John S. MacDonald, Agricultural Organization, Migration and Labour Militancy in Rural Italy, «Economic history review», 1, 1963, pp. 61-75; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia 1971; Matteo Sanfilippo, Emigrazioni emiliane nell’Otto-Novecento, «Giornale di storia contemporanea», 2, 2004, pp. 252-259; Marco Fincardi, Il lavoro mobile in Emilia e Romagna [2006], in Id., Campagne emiliane in transizione, Bologna, Clueb 2008, pp. 171-187.

Mercoledì, 10 Agosto 2011 14:28

1897

Il 1897 segna uno spartiacque nella storia del Ferrarese. Rivolte rurali e scioperi non erano mancati negli anni precedenti, ma le dimensioni e la portata dei conflitti che agitarono le campagne nella tumultuosa estate di quell’anno sancirono una svolta epocale.

In tutta Italia il 1897 vide un picco della conflittualità nel mondo del lavoro: furono 24.000 gli scioperanti, poco meno della metà dei quali nelle campagne. Le tensioni rurali si concentrarono nella pianura padana, che fu teatro di un grande sciopero bracciantile, culminato nella storica affermazione di Molinella. Arresti e intimidazioni, con l’intervento di diecimila soldati, non furono sufficienti a piegare i braccianti della bassa bolognese, che dopo quaranta giorni di sciopero ottennero significative conquiste (contrattazione collettiva, riduzione dell’orario, aumenti salariali). Negli stessi mesi un secondo epicentro degli scioperi rurali si ebbe nelle campagne ferraresi, attraversate da uno scontro frontale. Una congiuntura precedente di cattivi raccolti, che avrebbe anche determinato un’impennata dei casi di pellagra, predispose il terreno all’esplosione del conflitto.

A metà giugno scesero per prime in sciopero le mondine delle risaie dell’Argentano. Un ruolo importante si dovette probabilmente alle informazioni che giungevano dalla vicina Molinella, anche per via della fitta circolazione di lavoratori migranti. Nonostante gli arresti di pretesi “agitatori”, lo sciopero continuò, con ripetute manifestazioni. Le mondariso furono presto seguite dai braccianti avventizi impegnati nell’avvio della mietitura del grano, che contestavano l’impiego di lavoratori esterni al Comune a minor salario, proprio quando la previsione di un raccolto meno abbondante suscitava invece richieste di aumenti. Mentre ad Argenta si raggiungeva un accordo, la vicina Portomaggiore era attraversata da una sorta di piccolo sciopero generale, guidato dai mietitori, ai quali si unirono, con rivendicazioni specifiche, biroccianti, carrettieri e operai lanieri e poi anche salariati fissi e coloni, che fecero causa comune con i braccianti, invocando la riforma di patti agrari che scaricavano sulla famiglia boarile il costo degli avventizi. Laboriose trattative condussero a un primo accordo (il “patto di Portomaggiore”) che prevedeva migliorie salariali per la mietitura (da 4 a 5 lire) e la trebbiatura (quota all’11-12%), per il taglio delle stoppie e per la battitura del grano (al 4%): una commissione avrebbe dovuto rispondere alle molte altre questioni poste dagli scioperanti e procedere alla revisione dei patti colonici.

Anche se era diffusa l’idea della responsabilità di “sobillatori” esterni al mondo contadino, non esisteva di fatto un’organizzazione sindacale rurale e lo stesso Partito socialista non era radicato nelle campagne, per quanto avesse fatto giungere la propria propaganda nei borghi. Almeno una parte dei lavoratori in sciopero, tuttavia, aveva chiari riferimenti di classe, come rivela un episodio cruciale. A fine giugno, dovendosi recare a Molinella, Andrea Costa era sceso alla stazione ferroviaria di Argenta, ove era stato accolto da una folla enorme (fra le due e le quattromila persone, a seconda delle versioni). Ne era sorto un comizio e un corteo che, dietro la banda del paese, aveva accompagnato a piedi, per oltre quindici chilometri, il deputato socialista fino a Molinella, scatenando rinnovati entusiasmi nei paesi attraversati.

Sull’onda dei risultati raggiunti nell’Argentano e nel Portuense, ai primi di luglio lo sciopero si era già esteso a tutta la parte meridionale del Comune di Ferrara. I disordini di Marrara suscitarono un serio allarme nelle classi dirigenti locali, un’interpellanza parlamentare, il colloquio di una delegazione di proprietari con il presidente del Consiglio Di Rudinì e ulteriori richieste di rinforzi militari. Mentre cominciava la trebbiatura del grano, nel giro di poche settimane, con una dinamica classica di propagazione di notizie fra Comuni adiacenti, l’agitazione si era diffusa anche alle “terre nuove” di recente bonifica (nei Comuni di Migliarino, Ostellato, Massafiscaglia e Codigoro), finendo così per coinvolgere buona parte della provincia nella richiesta di applicazione del “patto di Portomaggiore”. Attorno alla metà di luglio entrarono in sciopero anche i manovali impegnati nei lavori sul tratto bondenese del Po di Volano e qualche tensione lambì le terre della mezzadria nell’Alto Ferrarese (specie a San Carlo).

L’allargamento geografico era stato accompagnato dal consolidamento del fronte comune fra le figure sociali in lotta: come a Portomaggiore ed Argenta, ai braccianti “avventizi” (cioè “precari” o “stagionali”) impegnati nella mietitura e trebbiatura del grano si erano uniti, con specifiche rivendicazioni, i braccianti “obbligati” (salariati “fissi” con contratti annuali) e i boari. La dinamica del conflitto era quasi sempre la medesima: astensione dal lavoro, corteo verso il centro del paese ed esposizione delle rivendicazioni, affidate ove possibile a specifici mediatori. Anche nelle situazioni più difficili gli agrari furono alla fine costretti a trattare, ma non mancarono, con la generalizzazione delle vertenze oltre le zone d’origine e la crescente repressione e militarizzazione del territorio, inasprimenti del conflitto. Episodi eclatanti si ebbero nel Comune di Ferrara, a Monestirolo, con scontri fra scioperanti e militari (un ferito per parte) e a Marrara, ove l’intero paese insorse contro il tentativo di far uso di crumiri protetti dalle forze dell’ordine. A Codigoro la cavalleria disperse gli scioperanti, che si difesero a sassate, mentre a Massafiscaglia duemila braccianti in sciopero invasero la sede municipale e costrinsero i proprietari a cedere alle richieste. Nelle tenute della SBTF si giunse all’uso delle armi: ad Ariano alcuni coloni uccisero a colpi di fucile un guardiano che voleva impedire il passaggio degli scioperanti, mentre a Tresigallo, un guardiano, offeso da alcuni scioperanti, uccise con un colpo di fucile uno di essi. Nonostante questi episodi, la stessa Sbtf dovette cedere a un capitolato d’intesa unitario per tutte le sue tenute. Steso dal direttore Lattuga, era molto meno favorevole ai lavoratori rispetto ai patti delle “terre vecchie”: compiti e responsabilità erano definiti minuziosamente e con durezza. La figura del boaro veniva definitivamente proletarizzata e resa disponibile anche per lavori di trasporto e persino edilizi, mentre la tradizionale libera fruizione di orto, pollaio e porcile veniva sottoposta a indennizzi o ristretta e il mancato rispetto di norme e divieti (fra i quali quello di spigolatura) esponeva all’immediato licenziamento, così come l’ubriachezza, la generica disobbedienza ai fattori della società e lo sciopero. I castaldi restavano “obbligati” solo nominalmente, perché dovevano essere a disposizione per qualsiasi lavoro, ma la Società si riservava di non utilizzarli e, quel che più contava, di non retribuirli, nonostante pagassero l’affitto per il loro domicilio presso l’azienda e coltivassero fondi aziendali.

I patti rapidamente ottenuti nelle singole località, spesso modellati su quelli di Portomaggiore, non vennero sempre rispettati, l’esercito presidiò costantemente le campagne e contro i lavoratori in lotta si scatenò la repressione delle autorità. In alcuni casi corrispondenti della stampa nazionale vennero allontanati, mentre decreti prefettizi impedirono le pubbliche riunioni, stabilirono la chiusura anticipata degli esercizi e portarono all’espulsione di tutti i lavoratori non ferraresi. Alle circa 300 denunce, per oltraggi ai proprietari o alle stesse forze dell’ordine, per resistenza alla forza pubblica e per il reato, previsto nei codici ottocenteschi, di “eccitamento all’odio di classe”, seguirono processi per direttissima che portarono alla condanna di 180 persone, con pene variabili da poco più di una settimana a 16 mesi di reclusione. Tuttavia gli scioperi costrinsero i proprietari riuniti in assemblea a nominare una commissione per la “revisione dei patti colonici” a livello provinciale. Nel marzo del 1898 la commissione avrebbe presentato una prima proposta, redatta dall’ing. Eugenio Righini (presidente della Società operaia di Ferrara) e articolato per le diverse categorie.

Il significato storico degli scioperi del 1897 non risiede solo nell’inedito carattere di massa e nella più vasta estensione geografica del conflitto mai raggiunta, fino ad allora, nelle campagne ferraresi. La convergenza fra braccianti avventizi, “obbligati” e boari saldò un vasto fronte anti-padronale che sancì il superamento del paternalismo e della sottomissione. Sulla spinta dell’immiserimento e dell’indebitamento anche le figure più tutelate, se non altro da accordi annuali, si erano scoperte fragili e più vicine di quanto non avessero creduto ai “proletari” dei campi. L’unità dei lavoratori delle campagne e la solidarietà raccolta nei paesi (perfino nel basso clero che simpatizzò apertamente per gli scioperanti), costrinse i proprietari a concedere miglioramenti sostanziali e a superare la tradizione dei patti orali e di consuetudini talvolta anche secolari. Il patto scritto conquistato dai boari su scala provinciale segnò l’ingresso nell’età dei diritti e delle regole. Con la fine dell’egemonia paternalistico-borghese sul proletariato rurale, entrò per la prima volta in crisi la centralità politica del capoluogo. Si apriva, anche per via degli avvenimenti nazionali, una fase convulsa, dalla quale sarebbero emerse, con gli scioperi del 1901, le nuove strutture organizzative della lotta di classe, le “leghe” e le camere del lavoro.

MN, 2011

Bibliografia

Pietro Sitta, Gli scioperi agrari nel Ferrarese, «La riforma sociale», f. 8, 1897, pp. 740-761; Statistica degli scioperi avvenuti nell’industria e nell’agricoltura durante l’anno 1897, Roma, Maic-Direzione generale della Statistica, 1899; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Prima dell’organizzazione: gli scioperi del 1897 nel Ferrarese, a cura di Lucio Scardino, Ferrara, Il globo 1999.

Martedì, 09 Agosto 2011 12:18

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Martedì, 22 Marzo 2011 10:20

Crediti

Le immagini che compaiono nelle testate sono tratte da opere conservate presso le Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara.

 

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Sabato, 19 Marzo 2011 11:01

Bibliografie ferraresi

Questa sezione comprende due distinti cataloghi bibliografici:

la Bibliografia sull’Ottocento ferrarese, che censisce i contributi dedicati alla storia di Ferrara e del Ferrarese nell’Ottocento, pubblicati negli ultimi trent’anni (1980-2010);

il Catalogo Luciano Nagliati, che raccoglie gli studi pubblicati all’interno dei periodici locali nell’arco di oltre un secolo, senza limitazioni tematiche o cronologiche.

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