Michele Nani

Michele Nani

Ricercatore presso la sede di Genova dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea (Consiglio Nazionale delle Ricerche: http://www.isem.cnr.it), attualmente lavora ad una ricerca su mobilità territoriale e formazione del bracciantato nel Ferrarese dell'Ottocento.

Laureato in Storia contemporanea (Università di Bologna, 1995), dottore di ricerca in Storia sociale europea (Università Ca' Foscari di Venezia, 2001), ha svolto attività di ricerca in Italia, in qualità di borsista e assegnista (Università di Padova, 2002-2004, 2005-2009, 2010-2011), e all'estero, come borsista della Fondation pour la mémoire de la Shoah e chercheur invité presso l'Ehess di Parigi (2004-2005). Ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova, moduli di Storia contemporanea e insegnamenti per la laurea magistrale in Storia moderna e contemporanea. Membro della redazione di "900" e di "Storiografia", ha lavorato a molti progetti di ricerca di istituti di cultura, collabora a riviste storiche nazionali e internazionali e alla pagina culturale del quotidiano "il manifesto".

Specialista di storia italiana ed europea del XIX secolo, si è occupato prevalentemente di due ambiti tematici;

- la storia del razzismo e del nazionalismo (Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Carocci 2006; da ultimo: Le frontiere della cittadinanza liberale. Diritto, esclusione, razzismo, in Storia della Shoah in Italia, Torino, Utet 2010);

- la storia del lavoro e del movimento operaio (co-autore di Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo tra cultura e politica. Un’immagine e la sua fortuna, Torino, Angolo Manzoni 2002; curatore di Angelo Mosso, La fatica [1891], Firenze, Giunti 2001; di recente: Mouvement ouvrier, in Dictionnaire des concepts nomades en sciences humaines, s.l.d. d’Olivier Christin, Paris, Métailié 2010; Le socialisme international à l’épreuve de la «question juive». Une résolution de l’Internationale au Congrès de Bruxelles de 1891, in L’espace culturel transnational, s.l.d. de Anna Boschetti, Paris, Nouveau monde 2010; Movimento operaio e «questione ebraica» nell'Europa del secondo Ottocento: note storiografiche, in L'antisemitismo italiano, “Storia e problemi contemporanei”, n. 50, 2009);

Di argomento ferrarese sono gli articoli Per un profilo del Consiglio provinciale: appunti sul secondo Ottocento, in Terra di Provincia, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara 2003 e La repubblica dei braccianti. La campagna elettorale del 1946 nel Ferrarese, in La fondazione della Repubblica. Modelli e immaginario repubblicani in Emilia e Romagna negli anni della Costituente, a cura di Mariuccia Salvati, Milano, Angeli 1999).

email: michele.nani@cnr.it

 

 
Giovedì, 22 Dicembre 2011 17:00

Carceri

Durante l’età napoleonica Ferrara contava diversi luoghi di detenzione, spesso ricavati da spazi all’interno di conventi e altri (ex) luoghi di culto requisiti da governo francese agli Ordini religiosi soppressi. Il sovraffollamento rappresentava il principale problema, risolto destinando a carcere parti di diversi edifici situati nel centro della città, per un più agevole controllo da parte delle autorità. Furono individuati allo scopo spazi nell’Arcivescovado (descritti soffocanti, con finestre anguste e latrine straripanti), nell’ex convento di San Domenico e nel Castello estense, dove nei pressi della torre Marchesana la cosiddetta “prigione dell’ufficiale francese” (da uno dei graffiti alle pareti che quasi narra gli ultimi giorni di un militare francese in attesa di esecuzione) testimonia che i fondi di torre hanno ospitato prigionieri anche in età post-estense. Il palazzo della Ragione, sede del Tribunale, aveva le proprie celle, mentre l’ospedale per i detenuti si trovava nell’ex convento dei Gesuiti in via Borgo dei Leoni.

L’affollamento e il rischio di diffusione di malattie accelerarono i lavori di adattamento di alcuni ambienti del convento di San Paolo (utilizzato dall’Ordine dei carmelitani, soppresso da Bonaparte), dove l’Amministrazione Centrale del Dipartimento del Basso Po aveva collocato già nel 1798 una “casa provvisoria d’arresto” per vigilare i reclusi provenienti anche da fuori città.

Agli inizi dell’Ottocento le condizioni delle celle di San Paolo erano pessime e il rischio di epidemie era molto alto, sia per la scarsità di spazio e l’inadeguatezza della struttura, sia per l’alimentazione scadente. Il medico delle carceri suggeriva il rimedio per arginare la diffusione di malattie anche mortali tra i carcerati: concedere una razione giornaliera di vino, in aggiunta a quella quotidiana di pane e acqua, poiché un esperimento in tal senso aveva dimostrato la diminuzione del numero degli ammalati.

Con la Restaurazione (1815), le carceri furono ampliate e presero il nome di “carceri civili e criminali”. I rilevanti, costosi ma indispensabili lavori per la riconversione e la manutenzione dell’ex convento continuarono lungo l’Ottocento, perché il degrado edilizio (testimoniato fin dal 1804) ed igienico-sanitario della struttura andava sempre peggiorando. Un rapporto del 20 gennaio 1882 stilato dalla “Commissione vigilatrice” riporta che in un unico locale del secondo chiostro (ex refettorio) erano rinchiuse 70 persone, mentre articoli comparsi nella «Gazzetta Ferrarese» (25, 26, 27 gennaio 1886) restituiscono un triste quadro della situazione: attorno a San Paolo l’aria era irrespirabile per i miasmi deleteri provenienti dalle latrine del carcere; la sezione femminile era quanto di più inumano si potesse immaginare; la stanza da bagno era praticamente inutilizzabile; i cortili dei due chiostri e quello “dei carri” (su via Capo delle Volte) erano stati ridotti ad acquitrini dalle acque piovane. Il complesso, al quale si accedeva da via Boccaleone (attuale n. 19), era ancora adibito a carcere nel 1892, ma nei primi anni del Novecento fu chiaro che non era più adatto alla detenzione di così numerose persone.

Il contratto di permuta datato 4 maggio 1906 decretò la cessione da parte del Demanio al Comune di Ferrara del “carcere giudiziario di San Paolo”; il Comune, da parte sua, cedeva allo Stato un’area in via Piangipane. In quello spazio sorse il nuovo carcere cittadino, inaugurato nel 1912: il 14 settembre i 104 detenuti – di cui 10 donne – furono trasferiti nel nuovo edificio.

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Marco Borella, La prigione dell’ufficiale francese, «Ferrara Storia», I, 5, ott.-nov. 1996, p. 36; Francesco Scafuri, Il complesso di San Paolo da carcere comunale a struttura polivalente, «Bollettino della “Ferrariæ Decus”», 15, 12 maggio 1999, pp. 103-129; Antonio Vergoni, Un viaggio profondo nella storia delle carceri a Ferrara. Le nostre prigioni (seconda puntata), 12 aprile 2011 (www.occhiaperti.net).

Venerdì, 16 Dicembre 2011 22:41

Musica e opera

Durante il XIX secolo anche a Ferrara, come in qualsiasi altra città italiana, buona parte della vita culturale e mondana ruotava attorno al teatro, soprattutto durante la stagione d’opera, lo spettacolo più complesso e rappresentativo. In città vi erano almeno quattro teatri in grado di allestire melodrammi (ma ne funzionarono al massimo tre contemporaneamente): il Bonacossi, inaugurato nel lontano 1662; il Comunale, che aveva aperto i battenti in epoca rivoluzionaria, nel 1798; lo Scroffa, ormai in declino (la sala venne smantellata nel 1810); il Tosi-Borghi, aperto nel 1857 e attivo fino al 1912, anno in cui cambierà nome e aspetto. Dediti a varie forme di spettacolo, tutti però trovavano nell’opera in musica il loro culmine: con il melodramma infatti si apriva ufficialmente la principale stagione teatrale (quella del Carnevale che iniziava il 26 dicembre), e sempre melodrammi si rappresentavano durante la stagione di Primavera che a Ferrara coincideva con la Fiera d’Assegna (Ascensione). Era un calendario che i teatri italiani osservavano ormai da quasi due secoli, e che venne via via smantellato proprio durante l’Ottocento: a Ferrara soprattutto attraverso il prender forma di una costellazione di eventi più capillari e diluiti nel tempo (stagioni più brevi e distribuite durante quasi tutto l’anno, alternate e intrecciate a forme diverse di teatro), evidente perlopiù nei teatri minori. Essendo infatti questi ultimi privi di finanziamenti pubblici, erano costretti ad una più efficace distribuzione delle risorse economiche. Per lo stesso motivo, soprattutto tra l’aristocratico teatro Comunale e il più popolare teatro Tosi-Borghi, vigeva la tacita regola di non sovrapporre mai le stagioni d’opera, fatto questo che avrebbe creato un’inutile quanto dannosa concorrenza, dato che evidentemente il pubblico era in buona parte il medesimo.

I cartelloni (soprattutto al Comunale) prevedevano mediamente tre opere per ogni stagione, per un numero complessivo di una trentina di repliche: in pratica il teatro apriva quattro o cinque volte ogni settimana, per un pubblico che era in gran parte costante (soprattutto nei palchi, occupati dai rispettivi proprietari). Ogni opera veniva rappresentata per almeno una decina di volte consecutive (ma il numero variava in proporzione al successo ottenuto): verso la fine della stagione invece i titoli si alternavano sempre più frequentemente fino a culminare nelle “beneficiate”, serate speciali il cui introito veniva in parte offerto ad un interprete (di solito un cantante): in quei casi era prassi diffusa mettere in scena anche brani o addirittura atti di opere diverse – un fenomeno questo che al Tosi-Borghi raggiunse casi talmente eccessivi da venire biasimato dai cronisti locali. Le opere presentate erano solitamente di repertorio, e gli autori quelli di maggior successo a livello nazionale: Rossini nei primi decenni, Bellini e Donizetti nella fase centrale, Verdi e poi Puccini nella seconda metà del secolo. Ad essi però vanno aggiunti quei compositori, oggi poco eseguiti, ma allora noti a chiunque: Mayr, Mercadante, Paer, Ricci, i Fioravanti, Meyerbeer, solo per citarne alcuni. Come in qualsiasi altro teatro di provincia, molto rari furono invece i casi di “prime” assolute: nel 1812 l’allora ancora poco conosciuto Gioachino Rossini scrisse per Ferrara Ciro in Babilonia, un “dramma con cori” su testo del conte ferrarese Francesco Aventi, amico del compositore. Durante la stagione successiva – quaresima 1813 – il palcoscenico del Comunale vide la messa in scena del Tancredi rossiniano con un finale diverso, trasformato da lieto in tragico, come esigeva la fonte letteraria di ispirazione. Un paio d’anni più tardi, la coppia Rossini-Aventi produsse una “prima” di minor impegno: la cantata con cori La gratitudine, composta per la cantante ferrarese Alessandra Balboni. Un ultimo caso si ebbe molti anni più tardi: nel 1892 Puccini mise in scena la nuova versione in tre atti di Edgar, con lo scopo di snellire la precedente, in quattro, composta nel 1889 per la Scala. Anche il Tosi-Borghi diede un’opera in prima assoluta, Enrico di Charlis, del ferrarese Antonio Mazzolani, andata in scena nel 1876. Questo teatro però, che fece della varietà la propria bandiera, ebbe spesso difficoltà ad allestire uno spettacolo così complesso e articolato come l’opera: non si contano i casi di cantanti in fuga, spettacoli annullati, impresari falliti. Più fortuna ebbe invece sul versante dell’operetta, che dava maggiori garanzie di incasso: questo genere fece la sua prima apparizione ferrarese proprio al Tosi-Borghi nel 1872, con una delle prime e più note compagnie italiane, quella di Filippo Bergonzoni.

Sul fronte della musica sacra, assai numerose erano le chiese in cui si poteva assistere a liturgie con accompagnamenti musicali, soprattutto durante il periodo in cui Ferrara si trovava ancora sotto il dominio dello Stato pontificio. Oltre all’attivissima Cattedrale, che aveva una propria cappella di musicisti e cantori e che era il fulcro creativo ed esecutivo, si faceva musica anche nelle principali chiese cittadine: San Domenico, San Benedetto, Santo Stefano, il Gesù, il Suffragio, le Stimmate, solo per citarne alcune. Ad esse vanno aggiunte le associazioni laiche con fini corporativi o caritatevoli (congregazioni, confraternite, unioni artigianali o commerciali) che sovvenzionavano la partecipazione di cantori o bandisti, soprattutto alle messe di suffragio. Gli esecutori erano di solito musicisti locali e gli stessi ecclesiastici che avevano anche il compito di educare le nuove generazioni. Le occasioni di festa erano varie: il santo patrono di ogni comunità, in primis, ma anche tutte le festività ufficiali del calendario liturgico, cui si aggiungevano le celebrazioni occasionali (funerali, ringraziamenti, visite pastorali, ecc.), ognuna con un diverso grado di solennità. Il repertorio era solitamente costituito da brani di musicisti di fama alternati a compositori noti quasi esclusivamente a livello locale. Tra questi ultimi spicca soprattutto la figura di Brizio Petrucci, fecondo autore di musica sacra – conservata perlopiù nell’Archivio Capitolare del Duomo di Ferrara di cui egli stesso fu maestro di cappella dal 1784 alla morte (1828) – tanto stimato in città da meritare il privilegio di comparire tra i ferraresi illustri nei ritratti marmorei del palazzo di San Crispino. Dopo il ridimensionamento delle chiese in seguito all’annessione del territorio ferrarese allo Stato italiano, si verificarono cambiamenti nel repertorio dovuti alla diffusione del movimento ceciliano che a Ferrara ebbe in don Ettore Ravegnani il suo maggior propulsore. Abbandonati gli stili pseudo-operistici, in chiesa tornarono a riecheggiare le melodie gregoriane e le costruzioni polifoniche di stampo cinquecentesco (ad esempio di Palestrina), accanto alle messe di nuova composizione (soprattutto quelle di Lorenzo Perosi): lo stesso Ravegnani, che fu maestro di cappella in Duomo e direttore della Schola cantorum del Seminario, fu attento promotore di eventi musicali, spesso impegnato anche sul fronte educativo e di ricerca.

Oltre che nei teatri e nelle chiese, la vita musicale cittadina si organizzò anche ‘dal basso’ in istituzioni specifiche nate proprio durante il XIX secolo. Nel 1818 fu fondata l’Accademia Filarmonica, inaugurata solennemente il 17 maggio con un concerto diretto da Rossini tenutosi nel palazzo oggi sede del Rettorato dell’Università. Promotore ne era stato tra gli altri il già citato conte Aventi; primo direttore fu Gaetano Zocca, che da pochissimo tempo ricopriva anche la carica di primo violino direttore del teatro Comunale (la terrà fino alla metà degli anni Trenta). L’Accademia non ebbe però vita facile: più volte soppressa, risorse sempre fino alla definitiva fusione nel 1866 con l’Accademia filodrammatica: la nuova Accademia filarmonico-drammatica si estinse poi nel 1882. Tra i vari obblighi, i soci dell’Accademia contribuivano alla formazione di un’orchestra (mista: dilettanti e professionisti) chiamata a svolgere trattenimenti annuali. Contestualmente il Comune lavorava alla costituzione di scuole di musica il cui primo scopo doveva essere quello di fornire personale al teatro Comunale e alla banda, nata sin dalla fine del ’700 come organo militare, e trasformata in istituzione civile nel 1849. Come racconta Carlo Righini, che in epoca fascista vi svolse il duplice ruolo di insegnante e di membro della sovrintendenza, la nascita di un vero Liceo musicale a Ferrara fu piuttosto lunga e travagliata: le prime richieste risalgono agli anni iniziali dell’Ottocento, ma fu nei decenni centrali che si fecero sostanziali passi in avanti. Istituita nel 1868 una commissione ad hoc per lo studio delle possibili modalità di apertura, nel gennaio del 1870 il Liceo musicale aprì ufficialmente i battenti, sotto la direzione di Timoteo Pasini (1828-1888) coadiuvato da nove insegnanti, tutti prime parti dell’orchestra e della banda cittadine. Gli insegnamenti svolti dovevano soddisfare le richieste di queste due istituzioni: archi, fiati, canto e teoria, solfeggio. Capace di accogliere un’ottantina di studenti, il Liceo ebbe inizialmente sede in via Savonarola; nel 1885 si spostò a palazzo Schifanoia per poi traslocare in via Roversella (dal 1893: l’odierno edificio del Conservatorio e l’annesso Auditorium furono costruiti solo in epoca fascista, mentre durante la guerra fu pareggiato ai “regi Conservatori” e divenne statale solo negli anni Settanta del Novecento).

Con l’apertura del Liceo musicale si incrementò l’offerta di concerti cameristici: all’inizio dell’estate, infatti, gli studenti davano un saggio dei loro progressi nello studio – o in teatro o in qualche altra sala cittadina – un momento molto seguito dalla cittadinanza. Questi eventi si andavano ad aggiungere ad altri simili, sempre a carattere occasionale: accademie e beneficiate organizzate per raccolte di fondi spesso in favore di comunità bisognose (alluvionati, terremotati) o di società di mutuo soccorso. Solo verso gli ultimi anni del secolo si cominciò ad organizzare concerti fini a se stessi (mai strutturati in stagioni, però) cui venivano invitati concertisti stranieri, ma anche locali, come la Società del Quartetto (nata nel 1898).

Legate al Liceo sono anche due delle figure più note del panorama musicale ferrarese tra fine e inizio di secolo: Vittore Veneziani e Gino Neri, oggi ancora molto conosciuti grazie anche alle istituzioni che ne portano il nome (rispettivamente l’Accademia corale “Vittore Veneziani” e l’Orchestra a plettro “Gino Neri”). Docente di canto corale il primo, semplice studente il secondo, furono successivamente entrambi direttori del Circolo mandolinistico “Regina Margherita” inaugurato nel 1898 (a testimonianza di quanto antico sia l’interesse dei ferraresi verso gli strumenti a plettro). Veneziani (1878-1958) fu prevalentemente direttore di coro e compositore: tutti e quattro i suoi melologhi furono eseguiti a Ferrara (rispettivamente La Badia di Pomposa, Emigranti, Parisina al Tosi-Borghi e La morte di Boiardo al Comunale) con la partecipazione dell’attore Gualtiero Tumiati, fratello dell’autore dei testi, Domenico. Figlio d’arte (il padre Pellegrino era stato direttore del Liceo musicale all’inizio del ’900), Gino Neri (nato nel 1882) fu invece principalmente direttore d’orchestra, una carriera che svolse soprattutto fuori da Ferrara; era però impegnato al Comunale quando morì improvvisamente il 10 novembre 1930.

Nel terzo centenario della prima pubblicazione a stampa di Girolamo Frescobaldi (Anversa, 1608), Ferrara ospitò il congresso fondativo della Associazione dei Musicologi Italiani (31 maggio - 2 giugno 1908), su impulso di Guido Gasperini, che ne divenne anche il primo presidente. Grazie ad essa, prese il via un importante processo di catalogazione di tutti i beni musicali contenuti nelle biblioteche italiane.

MCB, 2012

(Maria Chiara Bertieri)

Bibliografia

Carlo Righini, Il liceo musicale “Gerolamo Frescobaldi” di Ferrara, Firenze, Le Monnier, 1941; Paolo Fabbri, Il conte Aventi, Rossini e Ferrara, «Bollettino del centro rossiniano di studi», XXXIV, 1994, pp. 91-157; I teatri di Ferrara. Il Comunale, a cura di Paolo Fabbri e Maria Chiara Bertieri, Lucca, LIM, 2004, (2 tomi); Paolo Fabbri, Maria Chiara Bertieri, Il salterio e la cetra, Reggio Emilia, Diabasis, 2004; Maria Chiara Bertieri, I teatri di Ferrara. Il Tosi-Borghi (1857-1912), Lucca, LIM, 2012.

Venerdì, 16 Dicembre 2011 22:37

Italiano e dialetto

Il termine “dialetto” rispecchiava il «linguaggio che adopera la madre, il babbo e voi stessi quando parlate e quello che adopero io stesso in questo momento nel farvi lezione». Così scriveva il professor Carlo Azzi, insegnante del ginnasio di Ferrara, autore di un manuale di «esercizi preparatori alla lettura» per la scuola elementare stampato a Ferrara nel 1860, poco tempo dopo l’unità nazionale, dalla Regia Tipografia Bresciani. Come in tutta la Penisola, in quegli anni a Ferrara si parlava, anche a scuola, prevalentemente il dialetto, così Azzi assecondò la necessità di uno strumento adatto a far apprendere «una specie di dialetto comune che si chiama lingua nazionale», una sorta di vocabolario “bilingue” con esercizi pratici da eseguire in dialetto. Ma non tutti parlavano il “nostro” dialetto, avvertiva l’insegnante: era sufficiente spostarsi poco lontano, per esempio «alla fiera di un paese distante venti miglia», per ascoltare una parlata diversa.

I dialetti del Ferrarese, appartenenti al gruppo gallo-italico e classificati come “emiliano-orientali”, si suddividono infatti in quattro varianti: il ferrarese di città e dell’area costeggiante il Po di Volano comprendente Denore, Final di Rero, Migliarino, Ostellato, Migliaro e, in parte, Codigoro; i dialetti rivieraschi orientali parlati a Ro, Guarda, Alberone, Cologna, Berra, Serravalle; i dialetti meridionali, a sud di una immaginaria linea che unisce Bondeno, Mirabello, Masi Torello, Voghenza, Gambulaga, Sandolo, Santa Maria Codifiume e, in parte, Argenta; il dialetto comacchiese, parlato a Comacchio e da Porto Garibaldi a Mesola. Le prime due varietà citate hanno i caratteri linguistici più originali relativamente alla semplicità vocalica, che risente dell’influsso delle parlate polesane e transpadane.

Il ferrarese e l’italiano si alternavano nella pubblicistica d’epoca, dove storielle, proverbi, barzellette, canzoni, satire sul vivere quotidiano erano proposte in dialetto. Ne sono esempi: Chichett da Frara (1826-1849) del conte Francesco Aventi, “lunario” di “ciarle ferraresi” con dialoghi e indovinelli, poi ripreso (1882-1907) appoggiando, con scritti in dialetto, opinioni politiche progressiste; I ptagulò d’ Frara (1849-1854) di Ippolito Andreasi, di tendenza moderatamente repubblicana; Minghet (1851-1853) di Francesco Barbi Cinti; La rana (1865-1872) e Al ranocc’ (1868-1870) di Romualdo Ghirlanda; L’usél grifòn (1894), L’omnibus (1900-1901), Al campanòn dal Dòm, di stampo umoristico, e così via.

Nello stesso tempo fiorivano testi e vocabolari. Tra i primi sono da ricordare traduzioni della parabola del figliol prodigo in ferrarese (Francesco Aventi) e in comacchiese (anonima) comprese nel Saggio sui dialetti gallo-italici (Milano, 1853) di Bernardino Biondelli che per primo studiò questi linguaggi, come pure versioni di una novella del Decameron di Boccaccio (giornata prima, novella IX) nelle parlate locali di Cento, Codigoro, Ferrara e nel “dialetto plateale” di Comacchio inserite ne I parlari italiani in Certaldo (Livorno, 1875) di Giovanni Papanti.

Tra i vocabolari, uno dei primi fu il Vocabolario portatile di Francesco Nannini (Ferrara, 1805) rivolto «ad ogni classe di persone» compresi i letterati, spesso in difficoltà nell’esprimere in un buon italiano «certe voci e frasi del paese»; ancora Carlo Azzi con il Vocabolario domestico ferrarese-italiano (Ferrara, 1857); il Vocabolario ferrarese-italiano (Ferrara, 1889) di Luigi Ferri.

Da ricordare, infine, che accanto al dialetto (lingua parlata quotidianamente da tutti) e al gergo (linguaggio in codice usato da alcuni gruppi sociali per non essere compresi da altri) nelle strade del ghetto la comunità ebraica utilizzava la parlata giudaico-ferrarese, con proprie specificità.

 

La redazione, 2012

Bibliografia

Italo Marighelli, Voci antiche e recenti di gergo nel linguaggio ferrarese di borgata, «La Pianura», 4, 1984, pp. 105-115; Fabio Foresti, Il dialetto, in Storia Illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, AIEP, 1989, II, pp. 721-736; Romano Baiolini, Saggio di dizionario etimologico del dialetto ferrarese, Ferrara, Cartografica, 2001; Giuseppe Inzerillo, Lingua e dialetto nel Risorgimento italiano, «Quaderni della Dante», a. 16 (2010/2011), pp. 57-62.

Giovedì, 15 Dicembre 2011 21:30

Disoccupazione

Prima della trasformazione capitalistica della produzione agricola e industriale, che generalizzò il salariato e ampliò la popolazione dipendente dal mercato del lavoro, l’inattività era impensabile: doveva giustificarsi con una qualche forma di inabilità o, moralisticamente, con la pigrizia o la criminalità. Non a caso dal Seicento in avanti la soluzione al “pauperismo”, cioè all’immigrazione in città di masse di campagnoli immiseriti, fu la carità per quelli giudicati realmente bisognosi e il lavoro coatto per gli altri. “Case di lavoro”, come le famigerate workhouses inglesi, funzionavano ancora agli inizi del XIX secolo. Ma come spiegare l’esistenza di lavoratori poveri in tempi non di carestia e ristagno, bensì di rigoglioso sviluppo economico? L’inquietudine per la “questione sociale” che, sulla scorta dell’esempio inglese e francese, si diffuse alla metà del XIX secolo segnalava non solo le paure delle classi dirigenti, ma anche la percezione di un mutamento: il nuovo mondo industriale moltiplicava prodotti e ricchezze, ma impoveriva i produttori, non solo comprimendo i loro salari, ma soprattutto espellendoli periodicamente dalle loro occupazioni. L’aggettivo che accompagnò, anche in Italia, l’imporsi del termine “disoccupazione” a fine secolo segnalava questa novità: “involontaria”, cioè subita da soggetti che avrebbero voluto lavorare, perché la loro sussistenza dipendeva dal salario.

I braccianti della pianura padana giocarono un ruolo determinante nella “nascita” della disoccupazione. Anche per i giornalieri ferraresi la mancanza cronica di impieghi era un problema di lunga data, aggravatosi però negli anni della crisi agraria. Questa situazione nutrì i movimenti del 1897 e 1901 e spinse poi la Federbraccianti a cercare di limitare la concorrenza fra i lavoratori. All’indomani dei grandi scioperi, l’ex-maestro copparese Carlo Zanzi redasse un opuscolo dando conto di un’inchiesta delle leghe copparesi sulla condizione bracciantile locale. Attribuiva alla logica del profitto privato e all’anarchia della produzione capitalistica la responsabilità dell’“ozio forzato” dei lavoratori, elencava le occasioni concrete per impiegarli ed ovviare a “bisogni sociali non soddisfatti”, ma invitava anche ad organizzarsi per esercitare una “pressione” di massa. La rivolta bracciantile costrinse a prendere atto di un’inedita sovrabbondanza della forza-lavoro rurale, determinata dalla crescita demografica e dalla crisi delle occupazioni complementari (soprattutto lavori pubblici), ma anche dalla razionalizzazione produttiva e dalla rappresaglia padronale: se prima si era trattato di un fenomeno legato ai ritmi stagionali dell’attività agricola, ora si registravano disoccupati anche nei mesi di lavoro più intenso. Un’inchiesta della Società Umanitaria rivelò nel 1904 che nei mesi invernali erano disoccupati circa 3.000 braccianti a Portomaggiore e a Bondeno, 4-5.000 ad Argenta, 8-9.000 a Copparo: in questi quattro popolosi Comuni erano dunque 21.000 i braccianti senza lavoro a gennaio, ma a luglio erano ancora 5.000. Lo stesso Niccolini pose nel 1907 la “disoccupazione” fra i sottotitoli del suo importante studio sulla “questione agraria” nel Ferrarese. Questa situazione fa comprendere perché le leghe lottassero per controllare direttamente il mercato del lavoro: non solo per scongiurare l’emarginazione dei militanti, ma anche per redistribuire equamente le giornate di lavoro disponibili all’interno della comunità.

 

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Carlo Zanzi, Disoccupazione, [Copparo], Federazione mandamentale fra le leghe contadine del copparese [1902]; La disoccupazione nel Basso emiliano, Milano, Società Umanitaria, 1904; Maria Grazia Meriggi, La disoccupazione come problema sociale. Riformismo, conflitto edemocrazia industrialeprima e dopo la Grande guerra, Milano, Angeli, 2009.

Mercoledì, 14 Dicembre 2011 21:12

Poveri e beneficenza

 

Nella storia della beneficenza ferrarese, le prime forme di rendita a scopo caritatevole consistevano, dal XV al XVIII secolo, nei lasciti testamentari di signori benestanti, ai quali rimaneva comunque estranea la volontà di prestare soccorso ai poveri. Loro preoccupazione primaria era, infatti, la celebrazione di messe in suffragio della propria anima insieme ad altre elemosine per la parziale remissione dei peccati commessi in vita. Solamente eventuali rimanenze di tali eredità venivano gestite da confraternite religiose a scopi di beneficenza.

 

D’altra parte, le diverse iniziative assistenziali si inscrivevano, almeno fino alla fine del XVIII secolo, nell’ambito dell’iniziativa privata e i vari istituti – orfanotrofi, conservatori, ricoveri, ospedali – si configuravano come opere di carità cristiana e luoghi pii votati a soccorrere i bisognosi e a salvare le anime degli indigenti dai pericoli di accattonaggio e delinquenza. La sopravvivenza delle istituzioni benefiche era costantemente condizionata dall’andamento delle personali elargizioni di signori benestanti che, guidati da uno spirito paternalistico, venivano stimolati in questo impegno dalle promesse dei dirigenti ecclesiastici in materia di prestigio sociale e di un salvifico destino nell’aldilà.

 

Con l’avvento della dominazione francese e la proclamazione della Repubblica Cisalpina, le pie istituzioni a scopo benefico furono incorporate nel Demanio statale e il concetto di carità iniziò ad approssimarsi a quello di assistenza pubblica socialmente utile. Si svolsero indagini conoscitive sulla realtà dei luoghi pii, si formarono nuovi regolamenti e bilanci patrimoniali, si prospettarono elaborazioni teoriche e giuridiche attorno allo statuto delle opere di beneficenza. La politica assistenziale portata avanti dai francesi si articolava secondo due criteri: da un lato l’unificazione e la centralizzazione amministrativa delle attività benefiche; dall’altro la creazione di appositi istituti per gli indigenti e per i fanciulli che si proponevano come occasioni di riabilitazione sociale. Energico fu l’impegno dei dominatori d’Oltralpe per il concentramento e la razionalizzazione delle istituzioni benefiche laiche e religiose, indistintamente poste sotto il controllo statale. Fondamentale in tal senso la creazione, il 6 aprile 1798, di un Comitato di Pubblica Beneficenza, precursore di una serie di organismi delegati ad occuparsi specificamente del problema del pauperismo, in sostituzione delle precedenti iniziative episodiche della Chiesa, di confraternite religiose e dei privati benefattori. Costituitasi per elargire somme di denaro ai veri poveri, tale istituzione amministrava tutti i luoghi pii del territorio comunale.

 

Dopo la breve parentesi restauratrice del governo austriaco (1799-1801), con il ritorno del regime filo-francese (1801-1814) vennero ripresi i precedenti processi di razionalizzazione e concentrazione delle iniziative assistenziali. Significativa fu, nel 1801, la fondazione di una Commissione di Beneficenza incaricata della distribuzione delle elemosine, che si pose come l’erede del precedente comitato del 1798, mentre il più illustre esempio riformistico nel campo assistenziale fu la Congregazione di Carità, istituita con decreto napoleonico nel 1807. Presente in ogni Comune del Regno d’Italia per dirigere e regolamentare le istituzioni caritative secondo criteri uniformi, essa rappresentò a Ferrara il maggior tentativo di accentrare il governo delle attività benefiche e divenne responsabile anche della gestione di tutti i conservatori ed orfanotrofi, riuniti in un’unica istituzione, il “Gran conservatorio”. Le istituzioni caritatevoli, sotto il controllo delle autorità civili, non si configuravano più quali frammentarie esperienze legate ad antichi lasciti privati e monopolizzate sotto l’egida delle gerarchie ecclesiastiche. La beneficenza pubblica, concepita dallo Stato come prerogativa di propria pertinenza, non spettava al ministro del culto, ma al ministero degli Interni: questo passaggio di “consegne” rappresentò un segnale importante di un nuovo approccio alla pratica caritativa, concepita come una questione di utilità sociale e di ordine pubblico, e non più come paternalistica manifestazione di coscienza. Sotto la supervisione delle Municipalità venne unificata l’amministrazione delle opere pie con la scomparsa della tripartizione di ospedali, conservatori e orfanotrofi (questi ultimi riuniti al collegio di San Giorgio) e istituti elemosinieri, sottoposti ad un’unica disciplina.

 

Nel breve periodo dell’occupazione austriaca (gennaio 1814 - luglio 1815) non vi furono grandi modificazioni e la Congregazione di Carità continuò ad essere il punto di riferimento per tutto il comparto assistenziale. Pur continuando ad avere unindiretta influenza nella politica di beneficenza, essa venne abolita nel 1815, in seguito al ritorno del governo pontificio, che concentrò gli istituti pii, i conservatori e gli orfanotrofi sotto la tutela di speciali commissioni di nomina arcivescovile, governativa o comunale. In breve tempo le principali fonti di sussistenza delle Opere Pie tornarono ad essere frutto della carità dei privati, mentre si fece sempre più sporadico l’intervento pubblico e si riaffermò una gestione particolaristica delle iniziative di assistenziali, con il ritorno dell’antica e discriminatoria distinzione fra i privilegiati istituti ecclesiastici e quelli laici. Evento fondamentale nella storia della beneficenza ferrarese ottocentesca fu la creazione della Congregazione di Pubblica Beneficenza, opera pia promossa e presieduta dal cardinale Ignazio Giovanni Cadolini che si adoperava per la creazione di un Pio Istituto per provvedere alle necessità degli indigenti, degli adolescenti abbandonati e dei bisognosi di lavoro. Dopo false partenze e innumerevoli difficoltà nella raccolta dei fondi per il sostentamento, a metà degli anni Quaranta sorse la Casa di Ricovero e Industria, esperienza di portata rivoluzionaria rispetto alle precedenti soluzioni di reclusione dei “marginali”. Di notevole interesse fu la sede scelta per allestire i locali dell’istituto, che aprì ufficialmente i battenti il 9 gennaio 1848: non più un ex convento, ma una fabbrica in disuso, una “conceria”, che rifletteva la concezione sottesa a tutta l’iniziativa: il valore e l’importanza del lavoro coatto quale risorsa imprescindibile per la risoluzione del pauperismo. Ospiti delle tre sezioni della struttura furono i fanciulli derelitti che dovevano essere istruiti alle arti e ai mestieri nelle officine attivate all’interno dello stabilimento per divenire abili e morigerati artigiani; gli anziani impotenti al lavoro bisognosi di un luogo di riposo; i mendicanti, affinché fossero impiegati in opere manuali, dietro congrua retribuzione in denaro e alimenti.

 

Dal punto di vista del sostentamento economico, l’istituto era mantenuto in esimia misura dal ricavato derivante dalla vendita dei manufatti prodotti al suo interno e, in proporzione più significativa, dai contributi triennali di un consistente gruppo di benefattori, nonché da altre iniziative occasionali meno remunerative, quali le questue effettuate in occasione di manifestazioni sacre e profane nelle chiese e nei teatri della città. Al di là dei filantropici sentimenti, ciò che animava i munifici benefattori ferraresi era la promessa, più volte ribadita dai promotori, di risolvere definitivamente la piaga sociale dell’accattonaggio, attraverso l’impiego di vasti strati della popolazione in lavori socialmente utili in cambio di vitto e alloggio.

 

La questione del pauperismo, strettamente legata alle varie iniziative benefiche, si configurava come pressante problema all’attenzione dell’arcivescovo che, in accordo con il gonfaloniere e il legato pontificio, cercò di risolvere attraverso diversi progetti di lavoro a domicilio in cui impegnare i bisognosi, laboratori diurni per l’infanzia e l’impiego di cittadini poveri in alcune fabbriche della città. Parallelamente, intenso si fece lo sforzo di regolamentare l’accattonaggio per porre sotto controllo la folla di mendicanti che imperversava per le vie della città e che destava la preoccupazione delle autorità e dei cittadini. Mediante un duplice e approfondito interrogatorio da parte della polizia e di un membro della commissione del nuovo istituto di carità che doveva accertare la presenza di determinati requisiti, poteva venire concessa la qualifica di mendicità, testimoniata da una patente. Fondamentale era il requisito di inabilità al lavoro, caratteristica che consentiva il rilascio della licenza di accattone, nonché la possibilità di mendicare (tranne che nelle chiese e nei luoghi pubblici) e di non essere arruolato nella casa di Ricovero e Industria. Tale provvedimento non risolse definitivamente il problema, mentre permase il criterio di ricorrere periodicamente a interventi repressivi miranti al censimento e reclusione dei mendicanti.

 

Con la fine del governo pontificio, a partire dagli anni Sessanta, si delineò una più certa e stabile conduzione delle istituzioni benefiche, grazie al più consistente intervento finanziario pubblico, che garantiva i ricoverati dai rischi di precarietà del passato, quando la sorte dei bisognosi era affidata alle oscillazioni della volontà dei singoli benefattori e all’onestà degli amministratori delle Opere Pie. Nel 1859 si ripropose un criterio unitario e centralizzato di gestione, grazie al ripristino della Congregazione di Carità come nerbo organizzativo di tutti gli enti assistenziali che prese possesso dei luoghi pii della città, nonostante le resistenze mostrate dagli organismi religiosi che fino a quel momento li avevano amministrati. Le istituzioni controllate dalla Congregazione vennero divise in tre sezioni: la prima, responsabile della gestione finanziaria, comprendeva l’Istituto Elemosinario, l’Opera Pia Bonaccioli e il Monte di Pietà; la seconda, riservata all’infanzia reclusa, era costituita dagli orfanotrofi, dagli istituti dei Mendicanti, delle Orfanelle di San Giovanni e dal conservatorio delle zitelle; infine, la terza, detta “Ospizi e reclusori”, riuniva l’arcispedale, l’Istituto degli Esposti, Santa Maria del Soccorso, Santa Maria della Consolazione, il Discolato e la Casa di ricovero e Industria. Tale ripartizione venne contestata dalla Provincia di Ferrara che si trovava completamente esclusa dalla gestione delle opere di beneficenza; in seguito a un’aspra contesa, si giunse all’emanazione del Regio decreto 31 luglio 1862 che, attraverso la creazione di un organismo separato e indipendente per gli orfanotrofi e i conservatori, segnò la prima grande rottura nella straordinaria continuità amministrativa che aveva contraddistinto la storia della beneficenza ferrarese.

 

Sul finire del secolo, accanto al decentramento amministrativo e organizzativo delle varie opere pie, si affermava la tendenza a ricorrere al finanziamento pubblico quale strumento per l’emancipazione dalla precarietà legata alle donazioni private, in linea con la lenta trasformazione della beneficenza caritatevole in diritto garantito dall’esistenza dello stato sociale. Dagli anni Settanta si svilupparono, inoltre, diverse riflessioni intorno allo statuto della pubblica beneficenza, secondo cui la possibilità di alleviare le pene delle classi meno agiate era un alto dovere morale ed eminentemente umanitario, che doveva realizzarsi senza in alcun modo incoraggiare l’ozio o l’immoralità dei beneficiari delle iniziative assistenziali. Sempre più si affermò la tendenza a ricorrere il meno possibile alla logica reclusoria e ai sussidi in denaro, per porre i bisognosi in condizioni di emanciparsi più autonomamente dalla propria condizione. Anche grazie alle iniziative legate alle nuove realtà dell’associazionismo, l’istanza riabilitativa del lavoro produttivo si affermò come soccorso preventivo e strumento indispensabile di emancipazione popolare per conferire dignità agli indigenti e per garantire più ampie prospettive di benessere sociale alla collettività.

 

 

 

RF, 2012

 

 

 

Bibliografia

 

Giambattista Galvagni, Riflessioni indispensabili intorno lo stabilimento di Pubblica Beneficenza in Ferrara, Rovigo, Milelli, 1845; Ettore Galavotti, Pensieri sulla Pubblica beneficenza, Ferrara, Tipografia dell’Eridano, 1868; Andrea Pizzitola, Infanzia e povertà. Custodia, educazione e lavoro nella Ferrara preunitaria, Firenze, Manzuoli, 1989; Le carte della Carità dalle Opere Pie all’Azienda Servizi alla persona, a cura di Tito Manlio Cerioli, Mostra documentale (Ferrara, 17-31 marzo 2010).

 

Lunedì, 05 Dicembre 2011 13:21

Operai

A lungo con “operajo” i ferraresi hanno inteso indicare non tanto il lavoratore della fabbrica meccanizzata, quanto, fedeli all’accezione tradizionale (ancor viva nei dizionari ottocenteschi), chi svolgeva un lavoro manuale occasionale in cambio di un salario. Non sorprende che, in un’economia preponderantemente agraria, il termine si ritrovi nelle fonti del XIX secolo come sinonimo di “giornaliero”, cioè di lavoratore precario, solitamente bracciante. Accanto a questa schiera di “operai rurali”, che alternavano le occupazioni nei campi ad altri lavori, soprattutto di bassa manovalanza (manutenzione idraulica, edilizia, bonifica e vie di comunicazione, come strade, canali e ferrovie), esistevano anche occupazioni industriali. Erano tuttavia caratterizzate dall’entità esigua, dalle tecniche tradizionali e dall’occupazione discontinua: vi si dedicavano uomini, donne e bambini pressoché dequalificati e impegnati soprattutto nei campi. Solo nel primo Novecento una “classe” di operai industriali cominciò a formarsi nel capoluogo. In precedenza, molte famiglie svolgevano attività proto-industriali complementari ai lavori agricoli. Esercitate a domicilio, erano soprattutto comprese nel ramo del tessile, anche se la loro incidenza, stando all’Inchiesta Jacini, sembra minore che nel resto dell’Emilia: si segnalano, comunque, la filatura e tessitura della canapa nell’Alto Ferrarese. Le campagne erano inoltre punteggiate di piccole industrie: fornaci di laterizi e sedi di produzione casearia, ad esempio, davano vita a specializzazioni poco più che artigianali, mentre esistevano anche nuclei di produttori di sego e concime da residui animali e rudimentali concerie, così come filande seriche. Nei centri urbani maggiori si profilavano vere e proprie attività industriali, anche se spesso in forme del tutto tradizionali. È il caso di Comacchio, ove i grandi stabilimenti di produzione del sale e del pesce marinato occupavano centinaia di persone in svariate mansioni, ma solo come aggregazione temporanea stagionale: lo stesso carattere ebbe la lavorazione della canapa, anche se a fine secolo a Cento e Ferrara si riuscì a dar vita a moderni canapifici. Nel capoluogo, come rivelò il censimento industriale del 1911, piccoli nuclei di lavoratori erano impegnati in imprese tessili (lana, seta, canapa, maglieria), officine meccaniche, mulini e fornaci industriali, altri stabilimenti (casalinghi, saponi, vetri, lieviti, stampa). Nel complesso la provincia non registrò mai più di 4-5.000 operai, fino a quando, a cavallo fra i due secoli, la città – presto imitata da Codigoro e Bondeno – non vide sorgere dal nulla una grande produzione saccarifera, che per qualche mese l’anno dava lavoro a migliaia di lavoratori, portando a 7-11.000 gli addetti all’industria. In una provincia che nel corso del XIX secolo non conobbe che una stentata industrializzazione, la formazione di una “classe” operaia fu dunque tardiva e incompleta, come confermano anche la rarità degli scioperi, la lenta organizzazione sindacale e la tormentata maturazione politica.

 

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Roberto Roda, Archeologia industriale, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, AIEP, 1987-1989, vol. 3, pp. 833-848; Il tempo delle ciminiere, a cura di Roberto Roda e Giovanni Guerzoni, Padova, Interbooks 1992.

Lunedì, 05 Dicembre 2011 13:20

Associazionismo

Voce in corso di redazione.

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:40

Famiglia

La storia della famiglia è un campo recente degli studi storici, sorto negli anni Settanta dalle pratiche di studio interdisciplinare e dall’affermazione della storia sociale. Anche se trent’anni or sono il Ferrarese è stato uno dei laboratori dell’importante lavoro di sociologia storica di Marzio Barbagli, rarissime sono a tutt’oggi le ricerche, per cui si può solo abbozzare un quadro generale.

La storia della famiglia si è concentrata inizialmente sull’esame della struttura familiare, secondo un modello elaborato da Peter Laslett e dal Cambridge Group for the History of Population. L’unità di analisi è l’household, cioè l’aggregato domestico che condivide l’abitazione: a parte i solitari e le coabitazioni senza parentela, al centro della famiglia sta una coppia coniugale (o un vedovo/a). Se con la coppia vivono solo i figli, la famiglia è “nucleare”, se invece vi si trovano anche altre figure è “complessa”, “estesa” se sono singoli parenti, “multipla” se altre coppie si affiancano a quella principale. Sotto lo stesso tetto, però, non solo vivono più generazioni e linee familiari, ma si trovano anche estranei, come bambini a balia, esposti (Ferrara è tuttavia la prima città italiana ad abolire la “ruota”), garzoni, servi, dozzinanti (cioè inquilini in affitto). Nel determinare la forma della famiglia sono fondamentali i rapporti di produzione e la storia del territorio, cioè i patti agrari, colonici o salariati, e le modalità dell’insediamento, in un centro urbano o sparse nelle campagne. Nel Ferrarese ottocentesco la popolazione rurale era preponderante e rispondeva alla coesistenza di forme familiari caratteristica dell’Italia settentrionale. Come in altre zone caratterizzate da contratti colonici su terre appoderate, si registrava una forte presenza di famiglie multiple: per la maggiore estensione del “versuro” le famiglie dei boari erano più grandi di quelle mezzadrili (dieci-dodici persone in media) e comprendevano due o più nuclei (padre-figli, ma anche fratelli o cugini). Ancora alla fine del lungo Ottocento, nel 1911, nel Comune di Ferrara l’84% delle famiglie boarili aveva struttura complessa. D’altro canto, come in altre zone segnate da processi di proletarizzazione, le famiglie bracciantili erano spesso nucleari (il 60% nel caso del campione sopracitato), talvolta estese (per l’inclusione di genitori degli sposi o altri parenti). Comunque, dato il peso numerico delle famiglie boarili sull’insieme della popolazione, era assai probabile che nell’Ottocento un ferrarese vivesse almeno parte della propria vita in famiglie complesse. All’altro estremo della scala sociale, le famiglie di possidenti, nobili o borghesi, erano meno caratterizzate: in generale, a partire dall’età rivoluzionaria e napoleonica, il mutamento delle norme successorie e la divisione dei patrimoni comportò una tendenza alla “nuclearizzazione” e alla nascita della famiglia coniugale intima, segnata dalla più spiccata autonomia rispetto alle famiglie di origine degli sposi e da relazioni interne più equilibrate e affettuose. Infatti a Ferrara molto più della metà delle famiglie delle classi dominanti presenti al 1911 erano nucleari. In tutti i casi, anche nelle città del Ferrarese gli aggregati domestici erano in maggior proporzione nucleari, perché a differenza che nelle campagne appoderate la famiglia non era un’unità di produzione: nel 1911 nel centro urbano di Ferrara erano nucleari il 59% delle famiglie (con il 12% di nuclei di solitari), mentre nel “forese”, l’ampio territorio rurale del Comune capoluogo, erano solo 48%, poco più della quota di famiglie complesse (45%). Nello stesso campione, le famiglie degli operai presentavano caratteristiche simili a quelle dei braccianti e lo stesso valeva per gli artigiani.

Un quadro della famiglia che si limitasse alla struttura o al numero dei membri sarebbe limitato. La struttura familiare cambia continuamente e una fotografia statica, modellata sugli stati delle anime o sui fogli di censimento, non restituisce appieno il ciclo della vita familiare, condizionato dalle variabili demografiche (mortalità, natalità, migrazioni) e dalle stesse modalità di formazione della famiglia a partire dal matrimonio. Nel XIX secolo anche nel Ferrarese si allargò il margine di autonomia dei giovani, ma i vincoli restavano pesanti. Le scelte dei genitori condizionavano le prospettive matrimoniali, come evidenziava la frequenza di legami fra parenti (un tempo proibiti dall’autorità ecclesiastica) o la forte endogamia sociale (che sconsigliava unioni fra sposi di condizioni economiche troppo diverse). Pesavano anche le norme comunitarie e religiose, mentre nelle campagne permaneva anche il condizionamento dei proprietari, perché i patti agrari (con la sanzione legale del codice civile) implicavano forme di controllo sulla nuzialità. Le famiglie complesse erano dovute a matrimoni tardivi, per cui i giovani restavano più a lungo nella casa paterna, ma anche alla scelta patrilocale, cioè al trasferimento della sposa nella casa del padre dello sposo. Al contrario le famiglie bracciantili, in assenza di patrimonio e dipendenti dai redditi individuali dei membri, erano segnate più spesso dalla scelta neolocale, per cui la coppia cambiava casa, anche se ripiegare sull’abitazione dei parenti, dando vita a un aggregato multiplo, si rendeva talora necessario per meri motivi economici. Nel ciclo di vita famigliare rientrava anche la fuoriuscita temporanea di giovani fra i dieci e i vent’anni, impiegati come garzoni artigiani o servi rurali presso altre famiglie contadine, oppure come domestici in città o presso famiglie più agiate: una logica, presente soprattutto nelle famiglie coloniche, che serviva ed equilibrare il numero di braccia da lavoro con quello delle bocche da nutrire (secondo un modello poi teorizzato dall’economista russo Cajanov), ma anche a risparmiare in vista di un matrimonio (anche per la formazione delle doti femminili). La struttura familiare, inoltre, cambiò anche storicamente: l’Ottocento vide una graduale erosione delle famiglie complesse, per il declino della boaria e la proletarizzazione, determinati dalle bonifiche e dalla trasformazione capitalistica, più che per gli altri grandi mutamenti del secolo (industrializzazione e urbanizzazione), in verità assai lenti nel Ferrarese. Una tendenza alla nuclearizzazione nelle campagne accompagnò quindi quella urbana.

Struttura, ciclo di vita e modalità di formazione delle famiglie non determinano meccanicamente le relazioni interne, cioè i rapporti di autorità e le forme dell’affettività fra genitori e figli, mariti e mogli, suoceri e sposi: è un terreno difficilmente abbordabile dalla ricerca storica, specie per le classi subalterne, se non attraverso lo sguardo dei ceti colti o le occasioni di conflitto aperto. Giovani e donne vivevano sotto l’autorità assoluta del capofamiglia, solitamente maschio, che venne intaccata solo dalle svolte del XIX secolo: alcune aperture nel diritto di famiglia sancite dai codici civili; il poter contare su un reddito indipendente, grazie alla domanda di lavoro bracciantile o al servizio domestico; la spinta femminile al controllo della riproduzione per diminuire il numero di figli; la scolarizzazione postunitaria; il servizio militare obbligatorio, che portava per anni fuori della famiglia e lontani dai luoghi di origine, come, in altri termini, la mobilità territoriale e le migrazioni temporanee. Questi mutamenti rafforzavano la posizione di figli e mogli, ma aprivano anche a frizioni e rotture.

Infine le relazioni familiari non si fermavano alle mura di casa. Se è vero che l’aggregato domestico poteva prevedere anche la presenza di non-parenti, la parentela si estendeva ben oltre i suoi confini, a disegnare una rete fitta che collegava nuclei di fratelli, zii e cugini talora molto vicini (la casa accanto, lo stesso quartiere o paese), talora sparsi in un bacino territoriale anche ampio. Non sempre questi legami erano attivi e vivi, ma visite periodiche e incontri in particolari occasioni (fiere, mercati, feste) sorreggevano le forme di reciprocità, una risorsa fondamentale per far fronte alle difficoltà quotidiane e che includevano gli scambi matrimoniali, di risorse economiche (denaro, ma soprattutto lavoro e garzoni) e l’aiuto a persone sole o in condizioni precarie (come l’ospitalità a vedove, orfani, anziani). La stessa mobilità geografica era una forma di adattamento a condizioni sociali e demografiche mutevoli (sfratto, disdetta del patto, ricerca di un lavoro, lutto) resa possibile, in parte, dalla rete di informazioni e conoscenze condivise lungo linee parentali.

 

MN, 2012

 

Bibliografia

Gino Rasetti, I censimenti generali della popolazione come strumento di indagine sulle strutture familiari, «Bollettino di studi e ricerche da archivi e biblioteche», n. 2, 1980, pp. 103-106; Marzio Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Bologna, il Mulino, 1984; Pier Paolo Viazzo, Dionigi Albera, La famiglia contadina nell’Italia settentrionale, 1750-1930, in Storia della famiglia italiana, 1750-1950, a cura di Marzio Barbagli e David I. Kertzer, Bologna, il Mulino, 1992, pp. 159-189; Maura Palazzi, Donne sole. Storie dell’altra faccia dell’Italia tra antico regime e società contemporanea, Milano, Bruno Mondadori, 1997; Pier Paolo Viazzo, What’s so special about the Mediterranean? Thirty years of research on household and family in Italy, «Continuity and Change», 1, 2003, pp. 111-137.

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:39

Scioperi

Lo sciopero, una forma di conflitto sociale centrata sull’astensione collettiva dal lavoro, si diffuse in Europa, a partire dal Regno Unito, nel corso dell’Ottocento. Anche se esistono testimonianze precedenti, in Italia la pratica dello sciopero, ancora considerata alla stregua di un reato, cominciò a presentarsi più frequentemente dopo l’Unità e venne depenalizzata solo con il codice Zanardelli del 1889. La direzione di statistica cominciò a registrare gli scioperi a partire dal 1878, ma fino alla svolta del secolo i dati sono lacunosi e approssimativi. Restarono inoltre difficoltà nella registrazione degli scioperi nelle campagne.

Il primo sciopero di cui si abbia notizia a Ferrara fu quello di cinquanta garzoni panettieri che incrociarono le braccia per dieci giorni fra maggio e giugno del 1881: dalle scarne notizie delle statistiche ufficiali si apprende che chiedevano un aumento di salario e ottennero una “transazione”, cioè un compromesso. Quattro anni dopo venne registrato il primo sciopero rurale, ad opera di una cinquantina di non meglio identificati “contadini” di Casaglia, probabilmente braccianti, dato che chiedevano un aumento di “mercede”, forse sollecitato dal contemporaneo movimento mantovano e polesano della boje. Di lì a pochi mesi, nell’agosto del 1885 scesero in sciopero seicento operai delle saline di Comacchio: bastò loro un giorno di inattività per ottenere una paga migliore. Le statistiche non menzionano invece il primo caso di sciopero con risvolti politici, riportato dalla stampa locale: nel corso di una breve agitazione durante la mietitura, nel giugno del 1888 una trentina di braccianti sventolò addirittura una bandiera rossa nei possedimenti dell’azienda Valle Gallare. Anche al di là dei casi citati, il movimento degli scioperi era ancora episodico, ma si intensificò nei cantieri di bonifica fra Copparo, Ferrara e Bondeno. All’inizio del decennio successivo il numero complessivo degli scioperanti si andò ingrossando: oltrepassò il migliaio nel 1890, ancora nei cantieri di bonifica del Centopievese, poi sfiorò i tremila nel 1891, per la prima grande vertenza dei mietitori di Massafiscaglia, Copparo e Ostellato, conclusasi con arresti, un processo e diverse condanne. Appoggiato esternamente dai socialisti e dai democratici, ma non sostenuto da alcuna organizzazione, questo sciopero non ebbe seguito e le agitazioni tornarono ai livelli del decennio precedente, anche per effetto delle repressioni crispine. Prima del 1897 si segnalarono giusto le lotte nelle risaie argentane del 1893 e le continue vertenze nei cantieri per la bonifica di Burana, nel Bondenese.

Il 1897 fu l’anno della svolta: l’ondata di scioperi che si diffuse in tutto il Ferrarese segnò la fine dell’egemonia paternalistica sulle campagne. Undicimila braccianti, uomini e donne, diedero vita a un’agitazione che perdurò per un mese, incontrando la solidarietà dei boari e, in generale, delle classi subalterne. Quell’esperienza rappresentò, con le lotte del Bolognese, il fulcro degli scioperi in Italia. La repressione, con intervento dell’esercito, arresti, processi e condanne, non impedì di ottenere aumenti salariali e l’impegno a stendere nuovi patti colonici, per la prima volta scritti. Il 1898 fu punteggiato di piccoli scioperi, che si concentrarono soprattutto nella bonifica di Burana e nei lavori di roncatura nell’Argentano, per un totale di oltre duemila scioperanti, scesi poi sensibilmente nei due anni successivi, quando si intensificarono però nei lavori legati alle nuove attività saccarifere, dai contadini addetti alla sarchiatura e alla pulitura delle barbabietole, fino a manovali e muratori impegnati nella costruzione dei grandi zuccherifici del capoluogo, e ancora meccanici, ramai e facchini degli stabilimenti di Pontelagoscuro.

La tormentata congiuntura politica della “crisi di fine secolo” vide una lenta sedimentazione ideale e organizzativa, che maturò definitivamente nel 1901, con la formazione della Federazione delle leghe bracciantili e la Camera del Lavoro. Dopo una serie di scioperi spontanei primaverili, durante l’estate una nuova ondata scosse il Ferrarese: a partire dai lavori di mietitura e fino a quelli invernali circa 72.000 lavoratori in gran parte braccianti avventizi organizzati in decine di leghe (ma anche obbligati e boari), scesero in lotta in tutta la provincia con una coesione e determinazione impressionante. Nel Copparese, ad esempio, scioperarono oltre 18.000 lavoratori, mentre da dicembre gli obbligati portuensi rimasero in lotta per 81 giorni di fila per difendere gli accordi strappati nell’estate. Come quattro anni prima, si trattò del conflitto sociale più ampio d’Italia e interessò la maggioranza della popolazione contadina della provincia. I tentativi della Società Bonifica Terreni Ferraresi di rompere il fronte dello sciopero, con l’uso di masse di crumiri piemontesi, romagnoli, veneti e mesolani protetti dalla forza pubblica, sfociarono nell’eccidio di Ponte Albersano, presso Berra (27 giugno), che suscitò una vasta eco, un dibattito parlamentare e pressioni dello stesso Giolitti sull'agraria ferrarese. Agli accordi di giugno, con mediazione prefettizia che estese il lodo di Portomaggiore, si unirono nell’autunno quelli con la SBTF: a Tresigallo per la prima volta un patto fu discusso in contraddittorio e introdusse un primo embrione di imponibile di manodopera. Alla fine l’agraria fu costretta a venire a patti con le leghe e concedere aumenti salariali, diminuzioni di orario e aumenti delle quote di trebbiatura e mietitura, ma negli anni successivi passò al contrattacco cercando di disgregare, con ogni mezzo, la massa bracciantile e riuscendo a metterne in crisi le organizzazioni. L’annullamento dei patti costrinse a nuove mobilitazioni nel 1902, quando incrociarono le braccia quasi diecimila braccianti, specie nel Copparese e nel Portuense. La tensione rurale calò nel 1903, con circa 5.000 scioperanti, ma a Portomaggiore i boari contrattarono un patto che favoriva il bracciantato, ad esempio abolendo lo scambio di opere fra coloni (la “zerla”) e definendo più precisamente l’imponibile (cioè il rapporto fra superficie e avventizi da impiegare). La centralità delle campagne non deve far trascurare l’alto livello di mobilitazione nelle industrie e nei cantieri di bonifica che videro in media circa 2.500 scioperanti l’anno fra 1901 e 1903.

Come nel resto d’Italia nel 1904 la conflittualità si riaccese: calò a un migliaio negli altri settori, ma vide 20.000 braccianti (un quinto degli scioperanti del Regno) lottare per riaffermare tariffe e orari conquistati nel 1901 e per una redistribuzione della compartecipazione, reintrodotta dagli agrari per dividere il fronte sindacale. Disoccupazione, crumiraggio e repressione sancirono una sconfitta complessiva che portò a compimento la crisi delle leghe ferraresi. Lo sciopero generale nazionale di solidarietà del settembre incontrò riscontri disordinati nel Ferrarese e, salvo nell’Argentano, limitati ad una sola giornata. Nel 1905-06 si toccarono i punti più bassi degli scioperi rurali (tre vertenze in tutto). Si segnalò solo l’isolata esperienza di Argenta, ove fra 1906 e 1907 migliaia di braccianti, boari e mezzadri diedero vita, sotto la nuova direzione sindacal-rivoluzionaria, ad uno scontro durissimo che vide l’emigrazione temporanea di centinaia di bambini affidati alla solidarietà del movimento operaio di mezza Italia, ma riuscì ad imporre il ruolo delle leghe nella gestione del collocamento e della compartecipazione, ulteriormente ribadito con nuovi scioperi nel 1910. La repressione spense un analogo focolaio nel Copparese. Nel mentre i conflitti negli altri comparti, specie nelle costruzioni e nei lavori di sterro, risalivano nel quadriennio 1905-1908 alla media di oltre tremila scioperanti per anno. La conflittualità nel resto delle campagne si mantenne tuttavia bassa anche nel triennio 1908-10, quando si registrarono piccoli scioperi, che coinvolsero in media un migliaio di lavoratori rurali. Analogo riflusso segnò i conflitti “industriali” nel quadriennio 1909-12, con un solo rialzo nel 1911 a quasi tremila scioperanti.

Le campagne ferraresi tornarono ad essere uno dei centri della conflittualità sociale in Italia nel corso del 1911, quando scioperarono 98.000 fra avventizi, obbligati e boari. A febbraio si riempirono le piazze delle cittadine della provincia con la richiesta di lavori pubblici, mentre alla mietitura l’obiettivo del collocamento di classe spinse allo sciopero i lavoratori agricoli dell’intera provincia, che tornarono ad incrociare le braccia ancora nell’autunno a fronte dell’arroccamento dell’agraria: alla fine il “lodo Taddei” prefettizio concesse sostanziosi aumenti salariali, ridusse l’orario degli obbligati e introdusse commissioni arbitrali, mentre la questione del collocamento restò in sospeso. La tensione rimase alta nei due anni successivi, quando incrociarono le braccia 16.000 e poi 38.000 lavoratori delle campagne. Nel 1913 gli scioperanti ferraresi costituirono la metà di quelli dell’Italia intera: a Massafiscaglia si aprì una durissima vertenza attorno all’istituzione di un ufficio di collocamento, durata otto mesi e condotta da entrambe le parti con estrema determinazione. La sconfitta dello sciopero generale di solidarietà, l’intervento di crumiri e i primi cedimenti di gruppi di lavoratori estenuati sancirono la fine dell’egemonia sindacal-rivoluzionaria, ma consegnarono questioni aperte e rivendicazioni al dopoguerra.

Nel complesso, stando alla documentazione ufficiale, nel giro di trent’anni si registrarono oltre 500 scioperi nel Ferrarese, ma furono in gran parte concentrati nell’età giolittiana: metà delle vertenze riguardarono l’agricoltura, un terzo le industrie, soprattutto del capoluogo, e circa un sesto i cantieri di bonifica e altri lavori di scavo e sterro, mentre del tutto episodici furono gli scioperi nei servizi. La centralità delle campagne risalta ancor più se si considera il numero dei lavoratori coinvolti nelle agitazioni: quasi il 90% dei circa 330.000 scioperanti nel trentennio (300.000 dal 1901) erano braccianti avventizi o fissi (ma anche, in proporzione minore, boari e coloni), ai quali vanno aggiunti 22.000 braccianti dei lavori di bonifica e simili e 17.000 operai industriali o manovali edili.

MN, 2011

Bibliografia

Ministero dell’Agricoltura, Industria, e Commercio - Direzione generale della Statistica, “Statistica degli scioperi avvenuti nell'industria e nell’agricoltura”, Roma, 1892-1904 (per gli anni 1878-1901); Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio - Ufficio del Lavoro, “Statistica degli scioperi avvenuti in Italia”, Roma, 1906-1916 (per gli anni 1902-1913); Ministero dell’Agricoltura, Industria, e Commercio, “Bollettino dell’Ufficio del Lavoro”, 1904-1914; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972.

Venerdì, 02 Dicembre 2011 14:37

Popolazione

Ricostruire la consistenza e le dinamiche della popolazione del Ferrarese ottocentesco è un’operazione problematica, in particolare per quel che riguarda la prima metà del secolo. La riflessione sulla demografia locale preunitaria incontra pesanti ostacoli, solo in parte comuni alle altre realtà della Penisola: i confini delle entità politico-amministrative centrate su Ferrara sono mutevoli e rendono disagevole la comparazione; pochi sono inoltre i censimenti e la loro qualità non è paragonabile a quella postunitaria; larga parte delle fonti per l’età rivoluzionaria, napoleonica e pontificia sono andate distrutte. Non sorprende, dunque, l’assenza di studi generali sul lungo Ottocento (occorre rivolgersi a profili d’insieme nazionali e regionali, ad analisi più ampie, come quella di Ortolani, o più ristrette, come quella di Campi), ma anche, data la dispersione e lo stato delle fonti, la scarsità di ricerche su scala comunale (che si riducono ad alcune vecchie tesi di laurea e al bel profilo di Angelini e Guidi su Migliaro e Migliarino).

Sulla base degli studi di Corridore, Pardi e Beloch, Mario Ortolani ha proposto una valutazione d’insieme della popolazione ferrarese nei secoli precedenti il XIX. Al momento della “devoluzione”, nel 1598, si calcola che nei territori ferraresi del Ducato estense vivessero 143.000 anime. Due secoli dopo, alla vigilia dell’arrivo dei francesi, la popolazione della Legazione di Ferrara dello Stato della Chiesa, compresi territori oggi veneti e romagnoli, ammontava a circa 236.000 abitanti. Al di là di queste stime, sulla base del “ruolo” di popolazione composto nell’età napoleonica, periodo che vide la prima installazione di istituti moderni di rilevazione delle dinamiche demografiche, nel 1816 la Legazione restaurata, persa la Transpadana, comprendeva 170.000 persone. Nell’età della Restaurazione la popolazione crebbe costantemente, anche se a ritmi alterni, finalmente comparabili data la stabilità dei confini e rilevazioni periodiche: 211.000 abitanti vivevano nella Legazione al 1833 (per una crescita annua media del 12,4‰) e 244.000 al 1853 (7,4‰), quando si svolse l’ultimo censimento pontificio.

Sull’arco secolare, dal 1861 la provincia ferrarese conobbe un raddoppio di popolazione, in linea con l’andamento regionale e nazionale. Nel primo cinquantennio postunitario, che qui interessa, l’espansione fu ancor più rapida. La stabilizzazione territoriale e i censimenti ormai ispirati a criteri scientifici, grazie all’opera della direzione di statistica, consentono confronti più sicuri. A partire dagli anni Settanta le bonifiche resero coltivabile quasi metà del territorio provinciale, prima coperto, stabilmente o periodicamente, delle acque: anche sotto il profilo demografico rappresentarono una cesura. La bonifica alterò la densità del popolamento, che in vaste aree del Ferrarese era attestata storicamente su livelli ridotti, per l’estensione di valli e paludi. Anche al di là della bonifica, in tutta la provincia le forme dell’insediamento registrarono, come nel resto d’Italia, un calo progressivo della popolazione sparsa nelle campagne, con il coagularsi in “centri” rurali che rimandavano, salvo rare eccezioni (come Jolanda di Savoia), a una maglia urbana pre-esistente, determinata soprattutto dalle vie fluviali.

Al primo censimento postunitario la popolazione della provincia, persa la Romandiola e acquisiti i Comuni di Poggiorenatico e Sant’Agostino, comprendeva 199.000 abitanti. Dieci anni dopo erano diventati 215.000, per una crescita media annua dell’8,1‰, ben superiore alla media regionale (5,3‰) e nazionale (6,7‰). Al censimento successivo passarono a 230.000, con un tasso di crescita lievemente ridotto (7,2‰), ma sempre più alto di quelli regionale (3,2‰) e nazionale (5,7‰). Annullato il censimento del 1891, all’ingresso nel nuovo secolo i ferraresi erano 271.000: calcolato sull’arco ventennale il ritmo di crescita era dell’8,9‰, contro il 5,9‰ regionale e il 6,6‰ nazionale. Infine, a mezzo secolo dall’Unità, nel 1911 la provincia balzava a 307.000 abitanti, con un aumento drastico del ritmo di crescita al 13,3‰, ancora superiore al tasso regionale (9‰) e nazionale (8,6‰).

Se il dato medio provinciale vide dunque una crescita costantemente superiore a quella italiana ed emiliano-romagnola, la realtà era tuttavia composita. La disaggregazione dei tre circondari (Cento, Comacchio, Ferrara) rivela dinamiche molto diverse, ma cela la grande variabilità delle dinamiche demografiche comunali nel primo cinquantennio unitario. I due territori più popolosi e più vasti (fra i più ampi Comuni del Regno), segnarono una crescita costante: il Comune di Ferrara passò da 67.000 a 95.000 abitanti (non tenendo conto dello scorporo primo-novecentesco di Vigarano avrebbe guadagnato il 52,6% della popolazione originaria), mentre quello di Copparo, se non fosse stato smembrato a partire dal 1910, sarebbe cresciuto da 24.000 a 45.000 persone (+85%). Cospicua anche la crescita di tre dei quattro Comuni che all’Unità contavano più di 10.000 anime: Argenta passò da 15 a 22.000 abitanti (+41,6%), Portomaggiore da 13 a 21.000 (+54,6), Bondeno da 11 a 18.000 (+63,5%). Invece la popolazione di Cento si mantenne in mezzo secolo pressoché stabile (da 17 a 18.000, +15,6%). Diverse le dinamiche per i tre Comuni che nel 1861 avevano una popolazione superiore a 5.000 persone: alla crescita di Mesola (da 6 a 10.000, +67,8%) e Comacchio (da 8 a 12.000, +46,4%), corrispose un movimento più lento per Sant’Agostino (da 6 a 8.000, +31,9%). I Comuni più piccoli offrono una gamma ancora più ampia di variazioni: se Pieve di Cento crebbe solo del 18% e Poggiorenatico si attestò al 47%, nella Bassa l’espansione fu più sostenuta, come ad Ostellato (+72%), Lagosanto (+79%) e Migliarino (+91%), mentre in due Comuni si diedero vere e proprie esplosioni demografiche, con un aumento del 165% a Massafiscaglia e del 190% a Codigoro. Il dato medio provinciale è dunque il risultato di dinamiche articolate: alla bassa crescita complessiva del circondario di Cento, vanno accostati lo sviluppo moderato dei Comuni di Ferrara, Comacchio e Portomaggiore (fra 40 e 55%) e il robusto balzo dell’area di bonifica a est del capoluogo (nella quale si può includere, pur geograficamente distinta, anche la realtà di Bondeno).

Al di là delle differenze interne, a cosa si deve imputare un ritmo di crescita così sostenuto? Dati i caratteri dell’industrializzazione e l’assenza di significativi sviluppi dei centri urbani, occorre chiamare in causa l’ampliamento della superficie coltivabile che, in seguito alle bonifiche avviate alla metà degli anni Settanta e proseguite poi fino alla Prima guerra mondiale (e oltre), ha permesso l’insediamento di un numero molto più ampio di persone rispetto ai secoli precedenti. Quali dinamiche demografiche le hanno popolate?

Il Ferrarese ottocentesco, come il resto d’Europa, è attraversato dalla cosiddetta “transizione demografica”. Dell’“antico regime” demografico mantiene alti livelli di natalità, mentre la mortalità, specie infantile, comincia a calare: la forbice delle due curve di natalità e mortalità si apre e il saldo naturale cresce. In particolare, continuano a nascere molti figli, ma una quota sempre più ampia sopravvive e va ad ingrossare la popolazione giovane. Non esistono ricerche specifiche, ma il Ferrarese segue le dinamiche regionali. La pressione demografica “naturale” era talmente forte che, come il resto dell’Emilia-Romagna e dell’Italia presa nel suo complesso, il Ferrarese postunitario presenta un saldo migratorio negativo, sia pure di lieve entità. Sarebbe stato ancora più marcato se non avesse incrociato un flusso in ingresso dalle province contermini. Il tema dell’apporto esterno (emiliano, romagnolo e veneto) alla formazione del bracciantato di massa è tuttora controverso: resta che gran parte degli spostamenti dei ferraresi del secondo Ottocento al di fuori della provincia d’origine furono diretti all’estero.

MN, 2011

Bibliografia

Mario Ortolani, La pianura ferrarese, Napoli, Pironti, 1956; Carlo Alberto Campi, La popolazione della provincia di Ferrara, Ferrara, CCIAA, 1967; Laura Angelini, La struttura demografica ed economico-professionale di alcune parrocchie del suburbio di Ferrara secondo il censimento pontificio del 1853, tesi di laurea in Scienze statistiche e demografiche, Università di Bologna, a.a. 1971-1972; Ead., Enrica Guidi, L’evoluzione demografica del Comune di Migliaro, poi di Migliarino, dal secolo XV ai giorni nostri, in Migliaro Migliarino Fiscaglia Valcesura Cornacervina. Un millennio di storia in comune, Ferrara, Cartografica, 2000, vol. II, pp. 237-301; Michele Nani, Le origini migratorie del bracciantato ferrarese. Attorno a una tesi di Emilio Sereni, in Pensare la contemporaneità. Studi di storia per Mariuccia Salvati, a cura di Paolo Capuzzo et al, Roma, Viella, 2011, pp. 67-84.

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