Michele Nani

Michele Nani

Ricercatore presso la sede di Genova dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea (Consiglio Nazionale delle Ricerche: http://www.isem.cnr.it), attualmente lavora ad una ricerca su mobilità territoriale e formazione del bracciantato nel Ferrarese dell'Ottocento.

Laureato in Storia contemporanea (Università di Bologna, 1995), dottore di ricerca in Storia sociale europea (Università Ca' Foscari di Venezia, 2001), ha svolto attività di ricerca in Italia, in qualità di borsista e assegnista (Università di Padova, 2002-2004, 2005-2009, 2010-2011), e all'estero, come borsista della Fondation pour la mémoire de la Shoah e chercheur invité presso l'Ehess di Parigi (2004-2005). Ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova, moduli di Storia contemporanea e insegnamenti per la laurea magistrale in Storia moderna e contemporanea. Membro della redazione di "900" e di "Storiografia", ha lavorato a molti progetti di ricerca di istituti di cultura, collabora a riviste storiche nazionali e internazionali e alla pagina culturale del quotidiano "il manifesto".

Specialista di storia italiana ed europea del XIX secolo, si è occupato prevalentemente di due ambiti tematici;

- la storia del razzismo e del nazionalismo (Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Carocci 2006; da ultimo: Le frontiere della cittadinanza liberale. Diritto, esclusione, razzismo, in Storia della Shoah in Italia, Torino, Utet 2010);

- la storia del lavoro e del movimento operaio (co-autore di Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo tra cultura e politica. Un’immagine e la sua fortuna, Torino, Angolo Manzoni 2002; curatore di Angelo Mosso, La fatica [1891], Firenze, Giunti 2001; di recente: Mouvement ouvrier, in Dictionnaire des concepts nomades en sciences humaines, s.l.d. d’Olivier Christin, Paris, Métailié 2010; Le socialisme international à l’épreuve de la «question juive». Une résolution de l’Internationale au Congrès de Bruxelles de 1891, in L’espace culturel transnational, s.l.d. de Anna Boschetti, Paris, Nouveau monde 2010; Movimento operaio e «questione ebraica» nell'Europa del secondo Ottocento: note storiografiche, in L'antisemitismo italiano, “Storia e problemi contemporanei”, n. 50, 2009);

Di argomento ferrarese sono gli articoli Per un profilo del Consiglio provinciale: appunti sul secondo Ottocento, in Terra di Provincia, a cura di Delfina Tromboni, Ferrara, Amministrazione provinciale di Ferrara 2003 e La repubblica dei braccianti. La campagna elettorale del 1946 nel Ferrarese, in La fondazione della Repubblica. Modelli e immaginario repubblicani in Emilia e Romagna negli anni della Costituente, a cura di Mariuccia Salvati, Milano, Angeli 1999).

email: michele.nani@cnr.it

 

 
Sabato, 21 Gennaio 2012 11:36

La famiglia del plebiscito

Giovanni Pagliarini (Ferrara 1809 - 1878), La famiglia del Plebiscito, c. 1860; olio su tela, cm 225 x 300.

Ferrara, Museo dell'Ottocento

Sabato, 21 Gennaio 2012 11:32

Panem Nostrum Quotidianum

Giuseppe Mentessi (Ferrara 1857 - Milano 1931), Panem nostrum quotidianum, 1894; olio su tela, cm 105 x 115.

Ferrara, Museo dell'Ottocento

Sabato, 21 Gennaio 2012 10:06

Paesaggio del Po con barche

Augusto Droghetti (Ferrara 1844 - 1918), Paesaggio del Po con barche; olio su cartone, cm 34 x 56.

Ferrara, Museo dell'Ottocento

Sabato, 21 Gennaio 2012 09:57

Episodio del diluvio universale

Gaetano Turchi (Ferrara 1817 - Firenze 1851), Episodio del diluvio universale, 1840; olio su tela, cm 134 x 174.

Ferrara, Museo dell'Ottocento

Sabato, 21 Gennaio 2012 09:52

Coffee-House di via dei Piopponi

Giuseppe Chittò Barucchi, olio su pergamena.
Ferrara, Museo dell'Ottocento

Sabato, 21 Gennaio 2012 09:08

Piazza del Mercato a Ferrara

Giuseppe Chittò Barucchi (Ferrara 1817 - 1900), Piazza del Mercato a Ferrara; olio su tela, cm 43 x 62.

Ferrara, Museo dell'Ottocento

Venerdì, 20 Gennaio 2012 09:02

Presentazione

Le celebrazioni appena concluse del centocinquantesimo anniversario dell'Unità italiana hanno suscitato un'ampia e diffusa mobilitazione delle istituzioni, a partire, come è naturale, da quelle pubbliche, dalla Presidenza della Repubblica fino alle scuole primarie e ai più piccoli comuni. Non vi sono ancora elementi per analizzare cosa è stato trasmesso, in quali modalità e, soprattutto, come e cosa è stato recepito e rielaborato dalla società o dagli specifici destinatari, un compito che qualche studioso si assumerà senz'altro di qui a poco. A una prima impressione, tuttavia, due elementi sembrano imporsi in questa massa articolata di comunicazione storica:

la concentrazione sul Risorgimento, comunque lo si voglia intendere, in senso stretto, come serie di eventi politico-diplomatici che fra il 1859 e il 1861 portarono alla nascita del Regno d'Italia, o più ampio, come processo politico-culturale che prese avvio dalla Restaurazione o dal tardo Settecento e che tese costantemente e senza troppe lacerazioni interne al compimento dell'Unità;

l'idea di una continuità nei centocinquant'anni di storia italiana che vanno dal Risorgimento a oggi.

Entrambi questi elementi rimandano a una concezione generale della storia e della specifica storia d'Italia che sembrano far riferimento alle stesse rappresentazioni presenti nell'immaginario patriottico ottocentesco, forgiato nella lotta per l'indipendenza e cristallizzato dalla storiografia ufficiale e dalla manualistica postunitaria: l'identità nazionale italiana si sarebbe conservata nei secoli e avrebbe poi conosciuto un “risveglio” (sarebbe, per l'appunto, “ri-sorta”, con un'immagine carica di richiami evangelici e dunque facilmente popolarizzabile), grazie al tenace e sostanzialmente consensuale operato di diverse generazioni di “patrioti”.

Non è questa la sede per discutere quanto potesse essere prevedibile un esito del genere, che, se pure appare dominante, è stato comunque affiancato da molte iniziative in controtendenza, creative e innovative. Quel che è certo è che questi caratteri si collocano in continuità con gli usi pubblici della storia invalsi da almeno vent'anni nel nostro paese. Consapevole di questi rischi, all'avvio delle celebrazioni l'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara (ISCoFe) ha pensato di dedicare buona parte delle sue attività e risorse all'intervento sul centocinquantesimo, ma in forme peculiari. Il progetto di lavoro dell'Istituto, “Ottocento ferrarese”, che finora (cioè per il biennio 2010-2011) ha goduto di un finanziamento della Regione Emilia-Romagna, si è sostanzialmente concentrato sulla realizzazione del sito www.ottocentoferrarese.it, articolato in tre sotto-progetti strettamente connessi (bibliografie, dizionario storico, biblioteca digitale). Si è dunque optato per concentrare gli sforzi sulla storia locale in chiave di public history, di storia “in pubblico”, di materiali messi a disposizione non solo degli studiosi e dei cultori di cose storiche, ma soprattutto della curiosità e del bisogno di storia di cittadini, insegnanti, studenti e turisti: ne discendeva quasi spontaneamente la centralità della rete, per una comunicazione storica non autoreferenziale e più inclusiva possibile. Anche se attento principalmente alla “divulgazione”, lo specifico intervento dell'ISCoFe si è declinato in maniera diversa rispetto al tono generale delle iniziative del centocinquantesimo. Il progetto “Ottocento ferrarese” ha dunque insistito su alcune linee di fondo, nella convinzione che la via più sicura per sfuggire a una rappresentazione oleografica e alla retorica “risorgimentista” è forzarne i limiti, con una serie di allargamenti di scala e di visuale: dalla storia degli avvenimenti politici alla storia complessiva di una società; dal ruolo degli individui e delle élites ai processi collettivi e di massa, e dunque per un'integrazione di centri e periferie, di città e campagne, di classi dirigenti e classi subalterne, nelle loro relazioni anche conflittuali; dall'arco cronologico “risorgimentale” (stretto, 1859-1861, o meno, 1848-1870) ad una periodizzazione che abbracci l'intero “lungo” Ottocento (1796-1914).

Il cuore del sito è rappresentato dal Dizionario storico dell'Ottocento ferrarese. Perché realizzare un dizionario? Senza inseguire gli spettri di una conoscenza esaustiva, che non si avvicina certo riducendo la scala al “locale”, né l'ordine enciclopedico vagheggiato dai flaubertiani Bouvard e Pécuchet, può essere sufficiente far qui riferimento alla peculiarità di uno strumento come il dizionario online: i rimandi fra voci (links) e gli strumenti di ricerca (indici e ricerche testuali) possono favorire, pur nei limiti del numero delle voci e, va da sé, del loro taglio, itinerari autonomi di riflessione, svincolati dalla gerarchia di rilevanze di una narrazione storica lineare. Non si intende, con questo, negare che la redazione del Dizionario abbia proposto, con forma e struttura dell'opera, una propria interpretazione dell'Ottocento ferrarese: tuttavia è stata lasciata piena libertà di svolgimento agli autori delle voci e, quel che più conta, il lettore può costruirsi un percorso indipendente, saltando da una voce all'altra, confrontando fra loro le voci e ricorrendo alla bibliografia sintetica, ma anche approfondendo la propria indagine con l'aiuto delle più ampie bibliografie presentate in un'altra area del sito e, presto, ai testi ospitati o segnalati dalla Biblioteca digitale.

Il Dizionario non ha un numero di voci predeterminato: se la pubblicazione online costringe a periodiche “manutenzioni” e rischia, paradossalmente, di scomparire più velocemente di un libro (come è noto, lo stesso vale per i supporti digitali), presenta anche il vantaggio di poter essere aggiornata e rivista più frequentemente e significativamente. Fra voci vere e proprie e più brevi schede di supporto, la prima versione del Dizionario include all'incirca 120 lemmi, articolati in cinque ampie partizioni: cultura, politica, società, economia e territorio. Sono partizioni forse tradizionali, certo del tutto convenzionali, perché molte delle voci incluse in una di esse presentano ovvi rimandi alle altre e avrebbero potuto essere incluse in un diverso raggruppamento. Per fortuna il web permette di oltrepassare facilmente l'irrigidimento classificatorio di un indice ragionato, che pure presentiamo per suggerire primi percorsi e approcci. Pensata per tener conto delle peculiarità del mezzo, la “voce” è un'unità testuale media, di circa cinque cartelle standard, intermedia fra la scheda e un vero e proprio articolo. E' scritta in un linguaggio accessibile, senza note ed eccesso di citazioni, per illustrare al non specialista le complesse vicende di un mondo in larga parte scomparso. Al rassicurante senso di continuità con un passato che vive ancora nel nostro presente, anche al di là degli anniversari, il Dizionario accosta la dimensione della discontinuità: anche se alcuni processi si delineano già negli ultimi decenni del “lungo” XIX secolo, la società ottocentesca non aveva ancora vissuto, per limitarci ad alcuni esempi, le guerre totali, il Welfare, la scolarizzazione e il consumo di massa, l'emancipazione femminile, la liberazione sessuale. Il passato ottocentesco è, per dirla con uno scrittore inglese, “un paese straniero”: “da quelle parti fanno le cose in modo diverso” e questo complica il compito di rendere comprensibile il Ferrarese dell'Ottocento, così vicino nella toponomastica e nelle memorie locali, ma così distante, ad esempio, nel lavoro e nella vita quotidiane di centinaia di migliaia di contadini. Per favorire l'ingresso in questo mondo, le “voci” del Dizionario offrono al lettore una prima, piccola bibliografia orientativa e un'immagine d'epoca, che, data la scarsa disponibilità di fotografie, è forzatamente limitata soprattutto a riproduzioni di cartoline, testi a stampa o manoscritti, opere d'arte.

Dal punto di vista storiografico il Dizionario rappresenta una sistematizzazione dei lavori esistenti, ma in qualche caso presenta problemi o sviluppi originali. Da almeno trent'anni l’Ottocento ferrarese non è considerato un laboratorio storiografico, nonostante il rilievo storico e dunque, ha conosciuto una ricostruzione storica lacunosa e parziale. Si tratta di un vero paradosso: una città e un territorio importanti per comprendere la storia della società italiana contemporanea - basti pensare alla bonifica, al bracciantato di massa e alle lotte nelle campagne, alle origini del fascismo, al radicamento postbellico delle sinistre - hanno suscitato negli ultimi decenni pochissime monografie. Per l'Ottocento la situazione è senz'altro aggravata dalla progressiva compressione del secolo, fra le urgenze della storia recente e un lunghissimo “antico regime” al quale si tende ad annetterlo e che lo rende ormai disertato, rispetto al Novecento, anche dai contemporaneisti. Un piccolo istituto come l'ISCoFe non poteva colmare limiti che attengono anche a problemi di documentazione archivistica (la perdita dei fondi napoleonici, dell'archivio della Legazione e delle serie della Prefettura ottocentesca, il precario stato di conservazione e accessibilità degli archivi comunali della Provincia), ma soprattutto alla crisi della riproduzione della ricerca storica e, in parte, alle sue ricadute locali. Questa crisi, è bene ricordarlo, non è determinata dal fisiologico rinnovamento dei paradigmi, dei metodi e degli interessi del campo storiografico, ma dal taglio continuo dei finanziamenti a università, enti di ricerca e scuole, che affida ormai in larga parte lo studio e l'insegnamento della storia a generazioni precarie: e su basi “precarie” non si costruisce nulla di solido, a meno che non si pensi che sia sano e produttivo tornare a un mondo nel quale la ricerca storica, e le discipline umanistiche e le scienze sociali più in generale, siano accessibili solo a chi, per patrimonio familiare, possa permettersi il lusso di coltivare la passione per gli studi. La ricerca richiede tempi e risorse e, quanto al nostro progetto, nemmeno il prezioso supporto della Regione poteva garantirli in misura sufficiente all'allestimento di un vero cantiere storiografico per approfondire alcuni aspetti dell'Ottocento ferrarese: e non era giusto, ammesso che ve ne fossero, di chiedere a giovani e volenterosi studiosi di farla gratuitamente o sottopagati. Il centocinquantesimo anniversario dell'Unità avrebbe potuto offrire l'occasione per un bilancio e forse anche per un rilancio della ricerca, solo se supportato da condizioni sociali e culturali diverse da quelle odierne. In assenza di nuovi studi su vecchie e nuove fonti, in questa congiuntura abbiamo ritenuto più proficuo dedicarci alla diffusione di percorsi di sintesi, allo stimolo dell'interesse per il nostro Ottocento, all'offerta di strumenti utili allo studioso come al pubblico più generale.

Ci piacerebbe che questa iniziativa venisse non solo utilizzata da docenti e studenti, da studiosi e cittadini, ma che questi usi potessero interagire con gli sviluppi del Dizionario e del sito: e siamo a disposizione per ogni rilievo, anche e critico, e ogni proposta. Nei prossimi mesi il Dizionario si arricchirà delle voci e schede ancora mancanti: ma nei prossimi anni vorremmo arricchire il progetto, facendo dei nostri lettori i nostri primi collaboratori.

La redazione, 2011

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:59

Socialisti

Al di della ricorrente questione dei precursori, vale a dire delle correntisocialidei movimenti politici sette-ottocenteschi, dal giacobinismo alle rivoluzioni quarantottesche al Risorgimento, anche in Italia la storia del socialismo è la storia del rapporto fra intellettuali socialisti e movimento operaio. Alle origini della forza del socialismo italiano si trova l’“andata al popolodella prima generazione post-risorgimentale e lorganizzazione e radicalizzazione del mondo del lavoro, in un quadro europeo che vide nel corso del XIX secolo la rottura dellalleanza fra borghesia e movimenti popolari e pose il problema dellautonomia politica delle classi subalterne.

Anche a Ferrara, giovani studenti e lavoratori, come Augusto Bernardello, Pietro Lugli e Vincenzo Dondi, insoddisfatti delleredità mazziniana e garibaldina, abbracciarono gli ideali internazionalisti e diedero vita nel 1872 ad una Società dei lavoratori ferraresi, che pur oscillando fra marxismo e federalismo (cioè anarchismo), aderì allAssociazione Internazionale dei Lavoratori ed entrò in corrispondenza con Friedrich Engels. Più tardi pubblicarono anche un giornale internazionalista, il «Petrolio», e formarono nel 1876-77 un Circolo socialista, segretario Oreste Vaccari, vicino alle posizioni del gruppo dellaPlebedi Bignami e Gnocchi-Viani. La morte di Dondi, larresto di Vaccari e il suo successivo trasferimento a Milano, ma soprattutto il discredito gettato sui ferraresi dai loro legami, pur inconsapevoli, con la spia Terzaghi, portarono alla crisi e alla dissoluzione il primo gruppo socialista nella città estense.

Mentre nel capoluogo perdurava legemonia radicale sullestrema sinistra, alle elezioni del 1882 si registrò la prima candidatura socialista a Cento, con il finalese Gregorio Agnini. Due anni dopo risorse un Circolo socialista ferrarese, subito sciolto. La propaganda socialista era debolissima e tanto le organizzazioni mutualistiche dei lavoratori dei centri urbani quanto le cooperative bracciantili di lavoro nelle campagne erano saldamente controllate dalla democrazia post-risorgimentale, se non da elementi moderati. I primi scioperi, tuttavia, cominciavano a mostrare i limiti di quellegemonia e nellAlto ferrarese, fra Cento e Bondeno, lazione socialista, grazie allopera di Agnini, deputato dal 1890, conquistava un primo radicamento fra i braccianti dei lavori di bonifica e i ceti medi urbani.

Nel frattempo intellettuali e professionisti di una nuova generazione passavano dai ranghi democratici e radicali allideologia socialista. Nel 1890 si formò a Ferrara il circoloI figli del lavoro, che mandò delegati al congresso del Partito socialista rivoluzionario e pubblicò un manifesto per il Primo maggio 1891. In rappresentanza dei compagni di Serravalle, Cologna e Berra, Ugo Mongini partecipò nel 1892 al congresso di Genova, ma il campo socialista locale restava diviso: non mancavano, ad esempio, polemiche da parte dei più intransigenti, come Antonio Mazza e Giuseppe Tamarozzi (che nello stesso anno pubblicavano «Il Proletario»). Sempre nel 1892 i socialisti raccolsero un grande successo elettorale, con il 43% dei suffragi nel Collegio di Cento, che comprendeva tutto lAlto Ferrarese (calati al 35% nel 1895). I ferraresi avevano contatti ormai stabili con il gruppo milanese dellaLotta di classee dunque le varie anime socialiste locali confluirono infine nel PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani): i centesi Francesco Baraldi e Olindo Malagodi furono inviati al congresso di Reggio Emilia del 1893. Al momento dello scioglimento, per effetto della repressione crispina, la Lega socialista ferrarese aveva appena 150 iscritti. A quellaltezza i socialisti ferraresi, fra i quali si possono menzionare Arturo Poppi, Paolo Maranini e lo stesso Baraldi, non avevano maturato, ad esempio sul terreno elettorale e giornalistico (si servivano della «Rivista» democratica), un definitivo distacco dai radicali e, a parte leccezione centese-bondesana, rivolgevano scarso interesse alle campagne, dirigendosi soprattutto a lavoratori e piccola borghesia dei centri urbani.

Dopo alcuni tentativi infruttuosi, nel 1896 cominciò a pubblicarsi «La Scintilla», che sarebbe stato lorgano socialista locale fino al fascismo. Gli scioperi del 1897, del tutto spontanei, ma rivelatori della diffusione di una sensibilità classista e di simpatie per il PSI nelle campagne, suscitarono un aumento dellattenzione per la situazione dei lavoratori rurali. I risultati elettorali restavano deludenti nel capoluogo e rafforzavano i propositi di intesa con i radicali: ma alle politiche del 1897 i socialisti raccolsero il 21% nel Collegio di Portomaggiore (che includeva Argenta, Migliarino, Massafiscaglia e Ostellato), il 36% in quello di Comacchio (che includeva, fra gli altri, anche il Copparese e il Codigorese) e il 38% in quello di Cento. Le repressioni del 1898, con un nuovo processo a dirigenti e attivisti, scompigliarono ancora una volta la rete organizzativa: solo alla fine del 1899 si riuscì a riunire il congresso provinciale da tempo preparato e venne deliberata lautonomia elettorale, che valse il 42% dei suffragi a Cento e il 34% a Portomaggiore nel 1900 (quando ricomparve, dopo la chiusura forzata, anche la «Scintilla»). Soprattutto, si avviò finalmente un intervento nelle campagne, che avrebbe prodotto la fioritura di leghe e di altre organizzazioni di classe e favorito i grandi scioperi del 1901. I nuovi protagonisti di questa stagione, accanto a Baraldi e Maranini, furono Guelfo Pacchioni, Enrico Ortolani, Renato Castelfranchi, Alfredo Talamini e Rina Melli, fondatrice del giornale socialista femminile «Eva» (trasferitosi quasi subito, con la giovane direttrice, a Genova).

La grande conflittualità sociale delle campagne ferraresi in età giolittiana costituì la base del socialismo locale, ma agì anche come elemento di divisione interna, riproponendo una frattura storica fra città e mondo rurale, fra dirigenti provenienti spesso dallesterno della provincia, intellettuali socialisti cittadini e organizzatori sindacali rurali, come ad esempio i copparesi Carlo Zanzi, Rutilio Ricci ed Edmondo Rossoni. Unanaloga frattura si diede tra movimento bracciantile e lavoratori urbani, inizialmente egemonizzati dal fronte democratico-radicale (passato con gli scioperi agrari su posizioni risolutamente antisocialiste), ma si sarebbe progressivamente attenuata. La dialettica fra riformisti e rivoluzionari nel PSI, infine, riverberò anche nel Ferrarese: se la linea gradualista giunse alla conquista dei Comuni di Portomaggiore (1901) e Codigoro (1903) e allingresso del comacchiese Aniceto Nibbio in Consiglio provinciale, nel Copparese, nellArgentano e in altre aree della Bassa maturava, nel fuoco delle lotte bracciantili, unopposizione rivoluzionaria, che contribuì a richiamare a Ferrara dal resto dItalia esponenti della sinistra del partito (come Teodoro Monicelli) e poi del sindacalismo rivoluzionario (come i fratelli Guido e Umberto Pasella, Michele Bianchi, Sergio Panunzio, Adelmo Niccolai e Guido Marangoni). I risultati elettorali del 1904 furono incoraggianti, con esiti fra il 45 e il 53% nei Collegi di Cento, Comacchio e Portomaggiore, ove per la prima volta nel Ferrarese risultò eletto un candidato socialista, Enrico Ferri, poi sconfitto nelle suppletive del 1906. Fra 1904 e 1905 la situazione precipitò e si giunse alla scissione in due federazioni socialiste: una maggioritaria sindacal-rivoluzionaria che, obliterando la distinzione classica fra organizzazioni economiche e politiche, inglobava le leghe, laltra riformista. Si giunse anche a liste elettorali separate e alla fondazione di un organo riformista «Il pensiero socialista» (al quale collaborò la giovane Alda Costa). La scissione venne riassorbita nel corso del 1906, ma si ripropose dal 1908 sul terreno sindacale, per essere superata grazie alla mediazione di Marangoni, caso raro di sindacalista rivoluzionario iscritto al PSI. Nel frattempo anche Copparo, Bondeno e Argenta avevano amministrazionirossee alle elezioni politiche del 1909 i socialisti si presentarono uniti e finalmente in tutti i Collegi, raccogliendo in media il 43% dei voti, superando la metà dei suffragi nei Collegi di Portomaggiore e Comacchio ed eleggendo Mario Cavallari (elezione poi annullata dalla Camera) e lo stesso Marangoni.

La guerra libica portò alle dimissioni degli esponenti riformisti favorevoli allespansione italiana, ma solo alcuni di loro, Raffaele Mazzanti e lo stesso Baraldi uscirono dal partito nel 1912. Le elezioni politiche del 1913 a suffragio allargato segnarono laffermazione socialista nelle campagne: nelle zone bracciantili classiche il PSI superò ampiamente la metà dei suffragi, toccando i due terzi nel Collegio comacchiese. Nonostante le candidature sovrapposte fra sindacalisti e riformisti, vennero eletti il modenese Armando Bussi a Cento e rieletti Marangoni a Comacchio e Cavallari a Portomaggiore. Il Ferrarese, con Mantova e Bologna, era la provincia piùrossadItalia, ma Ferrara restava inespugnabile e il PSI si risolse ad appoggiare il radicale Mosti. Mentre le durissime lotte nelle campagne segnavano compromessi o sconfitte e la direzione del movimento sindacale ritornava ai riformisti, il successo elettorale fu replicato nelle amministrative: 15 Comuni su 21 furono conquistati dal PSI, che guadagnò anche la maggioranza allassemblea provinciale e insediò alla presidenza il riformista portuense Carlo Cavallini. Mentre i sindacalisti ferraresi rimasero generalmente fedeli al loro antimilitarismo, fra 1914 e 1915 il dibattito sulla guerra portò ad ulteriori defezioni di interventisti socialisti dalle fila del PSI ferrarese, che rimase tuttavia in maggioranza neutralista.

MN, 2011

Bibliografia

Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971; Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Adelmo Caselli, Eugenio Ramponi, Il movimento operaio e socialista a Pieve di Cento e la Camera del Lavoro di Cento, 1860-1920, Bologna, CLUEB, 1984; 1892-1992. Il movimento socialista ferrarese dalle origini alla nascita della Repubblica democratica. Contributi per una storia, a cura di Aldo Berselli, Cento (Ferrara), Centoggi, 1992; Piero Brunello, Storie di anarchici e spie, Roma, Donzelli, 2009.

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:58

Sindacalisti rivoluzionari

Il “sindacalismo rivoluzionario” è stata una corrente del movimento operaio diffusa in tutti i paesi industriali, che trovò radicamento nei settori dequalificati e precarizzati della forza-lavoro, negli intellettuali e negli organizzatori delusi dalle incertezze socialiste. A partire da una revisione del marxismo, in senso antiriformista e antiparlamentare, assunse la centralità del conflitto di classe, propugnando la priorità (o quanto meno l’autonomia) del sindacato sul partito e le virtù dell’azione diretta rivoluzionaria, trovando un simbolo nello sciopero generale. In Italia fu dapprima corrente socialista, poi fra 1906 e 1908 si separò dalle organizzazioni esistenti, ma solo nel 1912 diede vita all’Unione sindacale italiana. L’esperienza ferrarese fu centrale nella prima fase di passaggio, quando i sindacalisti si posero alla testa di molte lotte bracciantili nella pianura padana e in Puglia. Dopo le sconfitte nelle vertenze del 1904 e sull’onda dell’affermazione “rivoluzionaria” al congresso socialista, una dirigenza “sindacalista”, forte di apporti esterni (Bianchi, i Pasella, Mazzoldi, Monicelli, Niccolai) e di organizzatori locali (Bardasi, Rossoni, Ricci, Trevisani, Preti) si affermò in seno al PSI e alla Camera del lavoro ferraresi. Fra scissioni e ricomposizioni con l’ala riformista, i sindacalisti, particolarmente radicati nel Copparese e nell’Argentano, guidarono gli scioperi del 1906-7, 1911 e 1913: se inizialmente seppero aggirare intelligentemente i tentativi di divisione impliciti nella compartecipazione, riportandola nel quadro della gestione sindacale del mercato del lavoro, in seguito la linea di proletarizzazione generale delle campagne alienò alle leghe le simpatie di boari, mezzadri e affittuari, anche se i quadri sindacalisti restarono punti di riferimento per i braccianti – e talvolta furono anche i loro amministratori, come nei Comuni di Argenta e Massafiscaglia, e deputati, con Guido Marangoni. Protagonisti di una campagna antimilitarista, ma divisi internamente su questioni politico-elettoriali, i sindacalisti diressero infine nel 1913 lo sciopero a oltranza di Massafiscaglia che sancì la fine della loro influenza locale, tanto che l’USI raccolse nel Ferrarese solo una minoranza di lavoratori e la breve parabola sindacal-rivoluzionaria volse al termine. La valutazione storiografica ha pagato un pesante pegno ai gusti politici degli studiosi, ora denunciandone l’estremismo velleitario, ora esaltandone il radicalismo. L’estraneità degli intellettuali sindacalisti alla base rurale fu compensata da una leva di tenaci organizzatori locali, che seppero comprendere e tradurre situazioni molto polarizzate socialmente: il destino interventista e fascista di molti dei primi non deve far dimenticare i diversi percorsi dei secondi.

La redazione, 2012

 

Bibliografia

Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo. Capitalismo agrario e socialismo nel ferrarese (1870-1920), Firenze, La Nuova Italia, 1972; Id., Il sindacalismo rivoluzionario, in Storia illustrata di Ferrara, a cura di Francesca Bocchi, Milano, AIEP, 1987-1989, vol. 3, pp. 865-881; Carl Levy, Currents of Italian Syndicalism before 1926, «International review of social history», 1, 2000, pp. 209-250.

Giovedì, 22 Dicembre 2011 22:57

Polizie

Voce in corso di redazione.

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