Elezioni politiche

Risultati del Plebiscito dell'11 e 12 marzo 1860 nelle quattro province di Romagna Risultati del Plebiscito dell'11 e 12 marzo 1860 nelle quattro province di Romagna Dino Pesci, Statistica del Comune di Ferrara compilata sopra documenti ufficiali, Ferrara, Tipografia di Domenico Taddei, 1870, p. 131

Negli anni precedenti l’Unità, la due più significative occasioni elettorali cui la popolazione ferrarese fu chiamata a partecipare furono le votazioni per la Costituente della Repubblica Romana e i plebisciti per l’approvazione dell’annessione della Legazione ferrarese, ormai svincolatasi dal potere pontificio, al Piemonte sabaudo. Fu il 25 gennaio del 1849 che circa 30.000 cittadini ferraresi furono chiamati a scegliere i 14 deputati (sui 200 complessivi da eleggere) con cui il Collegio ferrarese partecipava alla designazione dei propri rappresentanti alla Costituente della Repubblica Romana; tra questi risulteranno eletti lo stesso Giuseppe Mazzini e il ferrarese Carlo Mayr, poi figura di spicco anche della prima stagione postunitaria e nel 1861 deputato nel primo Parlamento del Regno. Per la prima volta le elezioni si effettuarono a suffragio universale diretto maschile: tutti coloro che avevano compiuto 21 anni, risiedevano da almeno un anno nello Stato e godevano dei diritti civili erano elettori; eleggibili tutti i medesimi che avessero compiuto 25 anni. Al suffragio universale maschile si ricorse anche in occasione del plebiscito dell’11 marzo del 1860 con il quale Ferrara – e l’Emilia tutta – approvò l’annessione al Piemonte. Anche in quell’occasione furono ammessi al voto tutti i cittadini maschi che avessero 21 anni di età e che godessero dei diritti civili (le liste furono compilate generalmente sugli “stati delle anime” delle parrocchie) La partecipazione a Ferrara fu assai ampia: votarono infatti 48.999 persone sulle 49.220 aventi diritto. I voti favorevoli furono 48.778, appena 83 i contrari e 138 le schede nulle.

Con la proclamazione del Regno d’Italia i criteri per la partecipazione al voto, attivo e passivo, divennero assai restrittivi, conferendo alla rappresentanza politica dell’Italia liberale un carattere fortemente elitario. Le elezioni dei deputati del primo parlamento nazionale post-unitario – il Senato era di nomina regia – si svolsero il 27 gennaio del 1861. L’elettorato politico venne regolato dalla legge sarda del 17 marzo 1848, n. 680 e dalla legge del 17 dicembre 1860, n. 4513, che ne aveva esteso l’applicazione, con modifiche non sostanziali, ai territori annessi al regno sabaudo con i plebisciti dell’anno precedente. In conformità alla legge sarda, avevano diritto al voto i cittadini italiani maschi, di età non inferiore ai 25 anni, che sapessero leggere e scrivere e che pagassero un censo di imposte indirette non inferiore alle 40 lire. Al voto erano ammessi coloro che, anche non pagando l'imposta stabilita, rientravano in determinate categorie: magistrati, professori, ufficiali. Su una popolazione che contava allora circa ventidue milioni di abitanti, il diritto al voto era riconosciuto ad una élite assai ristretta, pari soltanto all’1,9% della popolazione complessiva. I 443 deputati (508 al momento del completamento dell’Unità nel 1870), distribuiti all’interno di un ugual numero di Collegi uninominali, erano eletti con sistema maggioritario a doppio turno. Si ricorreva al secondo turno quando nessuno dei candidati avesse ottenuto, al primo turno, più di un terzo dei voti rispetto al numero degli iscritti nel Collegio e più di della metà dei suffragi dati dai votanti, esclusi i voti nulli. Nel ballottaggio si votava per uno dei due candidati che avevano riportato più voti al primo turno; era eletto chi riportava la maggioranza semplice, senza altra condizione. Questa normativa elettorale rimase sostanzialmente inalterata per le sette legislature del Regno d'Italia (dalla VIII alla XIV) che si succedettero dal 1861 al 1882. Diversa era la normativa per le elezioni amministrative. Come altrove nel regno, anche per la provincia di Ferrara, il numero di elettori alle elezioni del 1861 risultò dunque assai modesto, appena 2.849 votanti, cui spettava la responsabilità di eleggere i quattro deputati che la provincia poteva designare, suddivisi in altrettanti Collegi uninominali: Ferrara I, Ferrara II, Cento e Comacchio. Alle successive elezioni del 1865 il numero di votanti risultò solo leggermente cresciuto, 3.837 elettori, dei quali il 44% aveva diritto di voto in base al censo, il 19,7% per titoli, il 7,0% in quanto rappresentanti del mondo delle arti, industria e commercio e il 28,5% risultava elettore sulla base dell’imposta di ricchezza mobile pagata. Nei primi anni postunitari, inoltre, alla ristrettezza della base elettorale si affiancò in tutta la penisola un diffuso astensionismo (nelle elezioni del 1861 solo il 57,2% degli elettori si recò alle urne, ma il dato sull’astensionismo rimase, in media, molto significativo almeno per il primo ventennio postunitario). La provincia di Ferrara non faceva, da questo punto di vista, alcuna eccezione, anzi la percentuale dei votanti si collocava ben al di sotto del già magro dato nazionale: i primi quattro deputati inviati al parlamento nell’inverno del 1861 – Francesco Borgatti, P. Conti, Carlo Mayr e Carlo Grillenzoni – furono infatti eletti rispettivamente con soli 259, 190, 277 e 210 consensi, un numero di preferenze che corrispondeva appena al 40,36% degli aventi diritto al voto. La loro provenienza – si trattava di candidati tutti ferraresi – e la loro estrazione sociale – due avvocati, Mayr e Borgatti; un militare di carriera, Conti; un nobile, il conte Grillenzoni – rispecchiavano a pieno la ristrettezza, il localismo e l’elitarismo della vita politica italiana negli anni immediatamente successivi all’Unità. Si trattò inoltre di deputati cosiddetti “ministeriali”, ovvero che in parlamento sostennero e appoggiarono sempre il governo in carica.

Il primo tentativo di ampliare la base elettorale si ebbe nel 1882. Nata da un progetto presentato da Benedetto Cairoli, presidente del Consiglio dal marzo 1878 ed esponente della sinistra storica, la nuova legislazione elettorale prevista dalla legge del 22 gennaio 1882, n. 999, ammise all'elettorato politico tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni e che avessero superato l'esame del corso elementare obbligatorio oppure pagassero una imposta annua diretta di lire 19,80. In tal modo si realizzò un primo allargamento del corpo elettorale che passò da circa 628.000 ad oltre 2.000.000 di elettori, cioè dall’1,9% al 6,9% della popolazione italiana, che contava allora 28.452.000 abitanti. Inoltre, la riforma sostituì il Collegio uninominale con quello plurinominale, modificando anche le circoscrizioni elettorali: il Regno venne infatti suddiviso in 135 Collegi in cui si eleggevano da due e fino a cinque rappresentanti, adottando lo scrutinio di lista. Lo scrutinio di lista era stato introdotto soprattutto per cercare di sottrarre il governo della nazione alla signoria dei piccoli interessi locali e personali. Ma l’esperimento non fu reputato nel complesso soddisfacente e fu abbandonato dopo meno di un decennio: con la legge del 5 maggio 1891, n. 210, si tornò infatti al precedente sistema di Collegi uninominali – 508, pari al numero di deputati complessivi da eleggere – con sistema a doppio turno. A Ferrara, nella breve parentesi rappresentata dall’esperimento del collegio plurinominale con scrutinio di lista, il marcato localismo che aveva caratterizzato la scelta dei candidati da inviare in parlamento sembrò interrompersi in modo solo parziale: sebbene sugli otto candidati eletti – e in alcuni casi rieletti – per la XV, XVI e XVII legislatura cinque non avessero origini ferraresi (Federico Seismit Doda, Severino Sani, Stefano Canzio, Giovanni Bovio, Giorgio Turbiglio), due di loro, Sani e Turbiglio erano certamente ben inseriti nell'architettura del potere locale (Turbiglio, ad esempio, originario di Cuneo ma ferrarese di adozione, per trent’anni fu docente di diritto penale presso l’ateneo cittadino). I tre restanti deputati eletti nelle tornate elettorali sopra citate (Giovanni Gattelli, Cesare Carpeggiani e Adolfo Cavalieri) provenivano invece dal capoluogo o dalla provincia. A prescindere dall’allargamento della base elettorale, ciò che non sembrava mutare era l’estrazione sociale dei candidati: nella maggior parte dei casi, infatti, si trattava ancora una volta di avvocati. In base alla riforma elettorale del 1882, il numero degli iscritti nelle liste elettori della provincia ferrarese registrò comunque un primo significativo incremento ammontando, nell’anno del varo della nuova normativa, a 15.374 elettori, dei quali il 29,7% aveva diritto al voto in base al censo e il 70,3% in base ai titoli. Sino alle elezioni del 1892 la circoscrizione elettorale ferrarese fu denominata “Collegio unico di Ferrara”; successivamente alla reintroduzione del sistema uninominale a doppio turno, i quattro deputati espressi dalla provincia tornarono a provenire da altrettanti, distinti, collegi. Agli “storici” Collegi di Ferrara, Cento e Comacchio si aggiunse, a partire dalle elezioni del 1892, il neo–istituito Collegio di Portomaggiore. Da segnalare, inoltre, che l’allargamento della base elettorale successiva alla riforma del 1882 portò in provincia di Ferrara ad un significativo incremento della percentuale del votanti, circa il 71% degli avanti diritto (percentuale questa volta nettamente più alta della media nazionale, ferma al 60,7%) e che si mantenne sostanzialmente invariata anche nelle successive elezioni del 1886 e del 1890, sancendo il superamento di quel macroscopico astensionismo che aveva caratterizzato, anche a Ferrara, la partecipazione alle elezioni politiche nel primo ventennio postunitario.

Una più significativa cesura, che concludeva una fase importante del dibattito sull’evoluzione del sistema elettorale italiano si ebbe con le leggi le leggi del 30 giugno 1912, n. 666 e 22 giugno 1913, n. 648 – poi raccolte e coordinate nel T.U. 26 giugno 1913, n. 821 con cui il governo Giolitti introdusse in Italia il suffragio quasi universale maschile. La nuova legge, che non ripudiò il principio che la capacità dovesse essere il fondamento dell’elettorato, estendeva il diritto di voto ai cittadini maschi di oltre 30 anni anche se analfabeti e, fra i cittadini maschi dai 21 ai 30 anni, a tutti coloro che sapessero leggere e scrivere o, più in generale, fossero in possesso dei requisiti stabiliti dalle leggi precedenti, nonché a coloro che avessero prestato servizio militare per un certo periodo. Per garantire meglio la libertà e la sincerità del voto contro ogni possibile violenza, corruzione o frode venne introdotta anche la cosiddetta “busta di stato”, una busta di tipo unico nella quale l’elettore doveva introdurre la scheda. Gli elettori passarono così dall’8,3% – elezioni del 1909 – al 23,2% della popolazione. Non si attuò invece la revisione dei Collegi elettorali in base ai censimenti delle popolazione e la Camera respinse, a grande maggioranza con votazione per appello nominale, la concessione del voto alle donne. Alle prime elezioni con il suffragio quasi universale maschile del novembre del 1913 (la nuova normativa fu in realtà impiegata soltanto alle elezioni politiche del 1913) il numero degli aventi diritto al voto per la provincia di Ferrara salì così a 72.466, e ben 53.028 si recarono alle urne, pari al 73,18% degli aventi diritto. La partecipazione più alta al voto si ebbe nei Collegi di Ferrara, con il 77%, e di Comacchio, con 78%. A Ferrara, le prime elezioni con il suffragio quasi universale rappresentarono soprattutto il definitivo avanzamento del partito socialista italiano, che già nelle precedenti elezioni del 1909 aveva conquistato due seggi, Comacchio e Portomaggiore (il primo candidato del partito socialista a conquistare un seggio nella circoscrizione elettorale ferrarese fu Enrico Ferri, vincitore nel Collegio di Portomaggiore alle elezioni del 1904). Nel 1913, l’ascesa delle forze socialiste era completata: se nel Collegio cittadino la vittoria andava all’avvocato ferrarese, nonché marchese, Ercole Mosti Trotti, gli altri tre seggi erano tutti appannaggio dei rappresentanti del PSI: l’avvocato Mario Cavallari si assicurava il Collegio di Portomaggiore (già conquistato nelle elezioni del 1909), il pubblicista Guido Marangoni quello di Comacchio (anch’esso già acquisito nelle elezioni del 1909) e il medico Armando Bussi prevaleva in quello di Cento.

 IP, 2011

Bibliografia

Prosdocimo Benini, I deputati della Repubblica Romana. I rappresentanti del Popolo. Il Plebiscito. I Senatori. I Collegi politici della Provincia di Ferrara (dal 1848 al 1913): cenni storico-statistici, Portomaggiore, Tipografia Sociale, 1914; Pierluigi Ballini, Le elezioni nella storia d’Italia dall’Unità al fascismo, Bologna, il Mulino, 1988; L’Emilia Romagna in Parlamento (1861-1919), a cura di Maria Serena Piretti, Giovanni Guidi, Bologna, Centro Ricerche di Storia politica, 1992 (vol. I: Collegi, elezioni, comportamento parlamentare; vol. II: Dizionario dei deputati); Maria Serena Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1995; Amerigo Baruffaldi, Giorgio Turbiglio: penalista e deputato liberale di Ferrara e di Cento in età post-unitaria (1844-1918), Cento (Ferrara), Comune di Cnto, 2011.

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