Zucchero

Lo zuccherificio Gulinelli ai primi del Novecento Lo zuccherificio Gulinelli ai primi del Novecento cartolina postale, collezione privata

Negli ultimi anni del secolo XIX, dopo un venticinquennio di crisi agraria, segnata dal crollo dei prezzi dei cereali e dalla depressione che aveva a lungo falcidiato occupazione, salari e redditi in agricoltura, i segni di un mutamento positivo della congiuntura stimolarono nuovi investimenti nel settore agricolo italiano. La Legge Baccarini (1882) aveva cercato di venire in soccorso delle grandi società di bonifica e ai consorzi ferraresi che avevano eseguito gli estesi prosciugamenti degli anni ’70 e che la crisi agraria aveva messo in gravi difficoltà, accollando allo Stato, alle Province e ai Comuni gran parte degli oneri di esecuzione e perfezionamento delle opere di bonifica classificate di I categoria. Cinque anni più tardi, insieme col dazio di 5 lire al quintale applicato all’importazione di grano straniero, il Parlamento italiano aveva varato una decisa svolta protezionistica in campo industriale. La tariffa doganale approvata nel 1887 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1888 aveva incluso tra le produzioni industriali da proteggere, oltre ai tessili e ai prodotti siderurgici, anche lo zucchero da barbabietola. Una successiva legge del 10 dicembre 1894 innalzava la tassa di importazione dello zucchero grezzo fino a lire 88 per quintale e di quello raffinato a lire 99 per quintale. Dato che la tassa statale di fabbricazione sullo zucchero era in Italia rispettivamente di 67 e 70 lire al quintale, la produzione dello zucchero di barbabietola poteva così godere di una protezione pari ad almeno 20-27 lire circa, tenuto conto anche di un aggio dell’oro sulla lira cartacea di almeno 8 lire. Si erano con ciò create le condizioni esterne favorevoli per la nascita di imprese zuccheriere in regime protetto. Nell’arco di pochi anni gli stabilimenti italiani per la lavorazione della bietola passarono infatti da 2 a ben 33. Anche la superficie investita a questa coltura era cresciuta di pari passo: tra il 1902 e il 1908 gli ettari coltivati a barbabietola in Italia erano aumentati da 25.000 a oltre 50.000.

La prospettiva di introdurre una sarchiata primaverile nella rotazione agraria, e specialmente nelle terre nuove create con la bonifica, non ancora idonee alla coltura della canapa, fu accolta con favore dagli agricoltori ferraresi. Si pensava che la radice zuccherina, lavorata con la zappa, rincalzata ed estirpata una volta raggiunta la maturazione, contribuisse al miglioramento fisico dei suoli nuovi argillosi e torbosi e li liberasse più rapidamente dalle erbe infestanti. In realtà il vantaggio maggiore che coglievano i coltivatori era soprattutto quello di poter nutrire gli animali da lavoro con le foglie e i colletti dopo l’estirpazione della radice e di utilizzare a questo scopo anche le polpe esauste rilasciate dalle fabbriche dopo il processo di estrazione del succo zuccherino. Dei vantaggi agronomici si era fatto attivo sostenitore e propagandista soprattutto il direttore della locale cattedra ambulante di agricoltura, il prof. Adriano Aducco.

L’introduzione di una nuova coltivazione ad esclusiva utilizzazione industriale, presupponeva però uno stretto legame tra coltivatori e industriali saccariferi. L’impianto di una fabbrica di zucchero richiedeva infatti, necessariamente, un previo accordo con molti agricoltori per ottenere il conferimento agli stabilimenti, nel corso di più annate agrarie, delle radici zuccherine nella quantità necessaria alla capacità produttiva delle fabbriche ed anche secondo tempi di semina e consegna programmati, data la facile deperibilità del prodotto una volta estratto dal suolo.

La presenza di grandi proprietà capitalistiche nelle campagne del basso Ferrarese poteva consentire il rapido superamento delle obiezioni e delle paure che insorgevano tra i coltivatori piccoli e medi davanti all’ingresso di una coltura dall’ancora incerto rendimento nel ciclo agrario della loro azienda. La tenace azione di propaganda e di sperimentazione svolta dalla cattedra ambulante fu presto sorretta non solo da un gruppo di grandi aziende agrarie del Ferrarese, ma anche da un vivo interesse mostrato dal capitale industriale genovese. Quest’ultimo, che già svolgeva attività di raffinazione dello zucchero grezzo di canna proveniente da oltre oceano, vedeva ora il prodotto straniero gravato da un alto dazio e cominciò a puntare sulla possibilità della produzione interna. Su questo intreccio di interessi agricolo-industriali si sarebbe fondato il rapido e travolgente successo della coltivazione della barbabietola da zucchero nel Ferrarese e nelle vicine province della valle padana orientale. Anche se la produttività delle coltivazioni ferraresi restava bassa, pari alla metà di quella francese, e se il costo di produzione dello zucchero italiano restava sempre superiore al prezzo di quello importato, l’industria saccarifera ferrarese poté comunque contare in pochi anni su almeno 5 stabilimenti. Era la prima vera industrializzazione della provincia, per quanto a carattere fortemente stagionale.

Gli agricoltori ferraresi furono così convinti ad adottare la nuova coltura dopo un’intensa campagna a favore dell’introduzione della barbabietola che fu lanciata su giornali e periodici locali. Fin dal 1896 Adriano Aducco aveva impiantato presso diversi proprietari terrieri ben 16 campi sperimentali di coltivazione della radice. Nonostante i primi modesti risultati l’anno seguente i campi sperimentali erano passati a 30, anche su pressione della società Lombarda-Ligure di Sampierdarena che raffinava zuccheri di canna e che aveva interesse a creare uno stabilimento nel Ferrarese. Nel 1898 i campi sperimentali diretti dalla cattedra ambulante di Aducco erano ormai 43 e la campagna promozionale cominciò a dare i suoi frutti. Nel 1899 la società Cirio aveva svolto esperimenti di coltivazione a Codigoro, utilizzando 100 ettari, compresi terreni torbosi, mentre l’anno precedente era iniziata la costruzione del primo zuccherificio («La Codigoro»), presto associato alla società genovese Eridania, mentre la Cirio si obbligava a coltivare almeno 500 ettari a barbabietola.

Nel 1899 era la volta di Ferrara, con due stabilimenti a Pontelagoscuro, serviti dal trasporto fluviale e ferroviario. Il 27 agosto di quell’anno iniziava la produzione la fabbrica della Società Nazionale per l’Industria degli Zuccheri Schiaffino e Roncallo, con 200 operai divisi in due turni e diretti da tecnici tedeschi. Sempre sul fiume Po iniziava la produzione anche lo zuccherificio Gulinelli, che lavorava in buona quantità barbabietole prodotte dallo stesso Gulinelli nei suoi possedimenti. La dislocazione degli stabilimenti sul Po era importante per il rapido afflusso di migliaia di quintali di barbabietole agli stabilimenti. Lo stesso avevano fatto altre province che si affacciavano al grande fiume. Nel 1902 nascevano zuccherifici a Ficarolo e Ostiglia, nel 1910 a Piacenza, nel 1911 a Casalmaggiore (Cremona), nel 1914 a Bottrighe e nel primo dopoguerra a Sermide e Polesella. Si ricordi poi che gli zuccherifici esigevano grandi quantità di carbone per la concentrazione del sugo e per i forni a calce. L’industria italiana dello zucchero consumava ogni anno tra il 1906 e il 1910 almeno 700-900 mila quintali di carbone e un milione di quintali di calce. La vicinanza al fiume Po e alla rete ferroviaria era dunque vitale per la localizzazione di questa industria.

Visto il clima ormai favorevole alla diffusione della coltura bieticola, anche Adriano Aducco si fece promotore dell’impianto di uno zuccherificio poco distante dalle mura di Ferrara e dalla stazione ferroviaria: lo Zuccherificio Agricolo Ferrarese, a forma di cooperativa tra agricoltori, di cui assunse la direzione con la sua entrata in funzione nell’agosto 1900, mentre lasciava la cattedra ambulante di agricoltura. Nel manifesto del comitato promotore della società cooperativa, apparso sulla «Gazzetta Ferrarese» il 25 luglio 1899, oltre ad Adriano Aducco, vi erano nomi importanti del mondo agrario ferrarese: tra questi il conte Alessandro Avogli-Trotti, l’ing. Riccardo Cavalieri, il cav. Pio Finzi, Settimo Minerbi, il cav. Carlo Pavanelli, il cav. Cesare Pirani, Arrigo e Guelfo Sani, Arturo Spisani, Enrico Tumiati, l’ing. Carlo Turchi. Tra i soci della società anonima apparvero anche, nell’atto costitutivo del dicembre 1899, tra i maggiori azionisti, Eliseo e Guglielmo Zamorani, la Società Bonifiche Terreni Ferraresi, il conte Giovanni Revedin, i signori Masieri, Pareschi e Bernaroli. Nel 1906 anche questa società finì tuttavia sotto il controllo dell’Eridania. Il capitale ligure manteneva l’egemonia sull’industria saccarifera ferrarese.

Dato che i primi stabilimenti sorti nella provincia producevano solo zucchero grezzo, occorreva affiancare ad essi una fabbrica di raffinazione. Quest’ultima sorse infatti dopo che nel marzo 1900 si era costituita a Genova la Società Anonima Raffineria Ferrarese Ligure il cui capitale di 1.200.000 lire era diviso fra Società Eridania, Zuccherificio Agricolo Ferrarese, Giovan Battista Fregari, Fabbrica ferrarese Conte Gulinelli e avv. L. Quartara. Un’altra raffineria sorse poco più tardi a Pontelagoscuro annessa all’impianto della Società Romana per la Fabbricazione dello Zucchero, che era subentrata alla Società Schiaffino-Roncallo. Nel 1902 sorgeva a Ferrara un altro impianto, lo zuccherificio della Società in accomandita semplice Bonora & C., promossa da tre grandi proprietari locali (Bonora, Massari, Zanardi) e in seguito munita di raffineria. Prima del conflitto mondiale un altro stabilimento della Società Saccarifera Lombarda era infine sorto a Bondeno nel 1912.

Nella pianura ferrarese la coltivazione della barbabietola e la sua manipolazione per l’industria erano diventati in breve tempo prerogativa di una classe di lavoratori agricoli senza terra: i braccianti. L’addensamento di questa classe sociale in tutta la bassa pianura padana favoriva sia i coltivatori, sia la stessa industria. Per i braccianti l’ingresso della barbabietola nelle terre di bonifica significava maggiore occupazione, sia maschile che femminile. Le semine e i lavori preparatori, diradamenti e sarchiature davano lavoro nei mesi primaverili, mentre gli stabilimenti reclutavano mano d’opera stagionale da agosto a ottobre, quando i raccolti di frumento e mais erano in gran parte compiuti e le giornate di lavoro avventizio si riducevano. La grande quantità di lavoro umano allora richiesta dalla barbabietola vide, non a caso, questa coltura favorita dalle stesse cooperative agricole di braccianti che ad essa destinavano almeno un terzo delle superfici da esse ottenute in coltivazione.

Per tutto il secolo XX la barbabietola e lo zucchero avrebbero così fatto parte del paesaggio agrario e sociale della provincia. Non è lontano il ricordo di quando la città di Ferrara nella tarda estate si riempiva dell’inconfondibile odore dolciastro delle barbabietole diffuso dai vapori degli zuccherifici e dalle polpe umide che gli agricoltori ritiravano dagli stabilimenti.

FC, 2011

Bibliografia

Camillo Borgnino, Cenni storico-critici sulle origini dell’industria dello zucchero in Italia, Bologna, Zanichelli, 1910; Eridania Zuccherifici Nazionali, Storia di cinquant’anni (1899-1949), Genova, Saiga, 1949; Lucio Gambi, Geografia delle piante da zucchero in Italia, in «Memorie di geografia economica», VII, XII, gennaio-giugno 1955, Napoli, CNR; Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872-1901), Firenze, La Nuova Italia, 1971, appendice II.

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