Pianura

Il territorio ferrarese, nel complesso assolutamente pianeggiante, è formato, di fatto, da un enorme delta originato dalle deposizioni del Po, del Reno e del Panaro. Per molti secoli l’insediamento in questa regione fu ostacolato da numerosi problemi di natura fisica: in primo luogo i processi idrogeologici e i fenomeni di subsidenza costiera che rendevano paludose, in modo più o meno permanente, molte porzioni della pianura. Questa condizione era particolarmente evidente nella regione del delta del Po che, per la sua origine recente, era caratterizzata da una notevole instabilità idrografica.

Al principio del XIX secolo la rete fluviale aveva ormai assunto una conformazione definitiva, sebbene fossero rimasti irrisolti numerosi problemi, sia legati alla sicurezza idraulica del territorio – che fu più volte devastato dai fenomeni alluvionali – sia alla questione del drenaggio e della bonifica degli spazi anfibi, allo scopo di estendere la superficie coltivabile.

La pianura ferrarese, all’apparenza piatta e omogenea, conosce una pur debole pendenza che declina da sud-ovest verso nord-est. La quota più elevata (22 metri) si trova sulla sommità dell’argine del Reno nei pressi di Poggio Renatico, mentre ampie zone in prossimità della costa, soprattutto a nord e a sud del Po di Volano, formano alcune fra le più vaste aree depresse di tutta l’Italia e raggiungono, in alcuni punti, quote di quasi 3,5 metri sotto il livello del mare. I corsi d’acqua suddividono il territorio ferrarese in quattro distinti compartimenti idraulici: 1) la porzione di pianura ad ovest del Panaro; 2) il Polesine di San Giovanni Battista o di Ferrara, compreso fra il Po e il Po di Ferrara-Volano; 3) la pianura a sud del Po di Ferrara e ad ovest del Po di Primaro; 4) il Polesine di San Giorgio, ad ovest del Po di Primaro. All’interno di queste quattro zone, le ondulazioni naturali del terreno dovute all’azione di deposito dei fiumi – i cosiddetti dossi fluviali – permettono di suddividere ulteriormente queste aree idrografiche in bacini minori, ciascuno dei quali è formato da un’area depressa circondata da terreni più elevati. Queste depressioni, caratterizzate da terreni argillosi e quindi poco permeabili, venivano lasciate in passato a prato o pascolo naturale e, nei periodi di pioggia, tendevano ad allagarsi e a fungere da bacini di deflusso dei terreni più alti. La nuova inalveazione del Reno, completata alla fine del XVIII secolo, aveva determinato una soluzione definitiva nell’assetto idraulico del territorio, immutato fino ai giorni nostri: nel corso dell’Ottocento, dunque, lo sforzo del restaurato Stato pontificio, prima, e del Regno d’Italia, poi, fu quello di provvedere alla manutenzione degli alvei fluviali, non riuscendo a impedire, tuttavia, numerose e gravi alluvioni.

L’altro grande intervento, che avrebbe drasticamente modificato l’assetto idraulico della pianura, determinando una profonda trasformazione del paesaggio nelle campagne ferraresi, sarebbe stato l’implemento delle opere di bonifica, soprattutto nella seconda metà del secolo. La necessità di migliorare la situazione agraria, specialmente dopo l’Unità, era diventata un imperativo che mirava a raggiungere l’autosufficienza agricola, sia attraverso il perfezionamento delle tecniche di coltivazione, sia grazie alla messa a coltura di nuovi terreni. Il prosciugamento delle zone paludose, inoltre, rispondeva all’esigenza, documentata da diverse inchieste (ad esempio quella di Raffaele Pareto del 1865 e quella di Luigi Torelli del 1870), di risolvere il problema della malaria. Con l’introduzione delle macchine idrovore fu così possibile il prosciugamento di vastissime estensioni di terreni depressi.

Grazie a questi interventi l’assetto paesaggistico della pianura fu radicalmente mutato. Alla varietà di un ambiente caratterizzato da specchi d’acqua, aree paludose, dossi fluviali solcati da fiumi o canali e dove avevano luogo le attività antropiche, si sostituirono ovunque quadri paesistici piuttosto omogenei, caratterizzati da superfici arative lisce, uniformi e prive di alberature. Questa nuova pianura del tutto trasformata dall’intervento umano si caratterizzava per la regolarità e geometricità nell’impianto di strade e canali di scolo e per la presenza di nuovi insediamenti destinati ad ospitare la manodopera agricola nel quadro organizzativo della grande azienda di tipo capitalistico.

All’inizio del Novecento, dunque, nella pianura ferrarese si presentavano due quadri ambientali ben distinti: a oriente, verso il mare, la bassa pianura; mentre a ovest e a sud ovest del capoluogo l’alta pianura. La porzione più orientale della pianura, da un lato, era caratterizzata da grandi estensioni localizzate al di sotto del livello medio del mare e della quota dei principali corsi d’acqua. Queste terre si trovavano nell’impossibilità di poter essere prosciugate, se non con l’impiego di ingenti mezzi meccanici. Le terre alte, invece, seppur soggette al pericolo delle inondazioni, erano idonee ad un naturale drenaggio dei suoli. Mentre proseguiva l’opera di bonifica di valli e paludi per ampliare la frontiera dell’agricoltura, al XX secolo veniva consegnata una situazione idraulica tutt’altro che in sicurezza, per l’incolumità degli abitanti e delle campagne, dal pericolo delle alluvioni.

MP, 2011

Bibliografia

Mario Ortolani, La pianura ferrarese. Memorie di geografia economica, Napoli, Tip. R. Pironti, 1954; Terre ed acqua. Le bonifiche ferraresi nel delta del Po, a cura di Anna Maria Visser Travagli, Giorgio Vighi, Ferrara, Corbo, 1989; Un Po di terra. Guida all’ambiente della bassa pianura padana e alla sua storia, a cura di Carlo Ferrari, Lucio Gambi, Reggio Emilia, Diabasis, 2000; Marina Bertoncin, Logiche di terre e acque: le geografie incerte del delta del Po, Sommacampagna (Verona), Cierre, 2004.

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